LANA DEL REY
La sua Video Games in rete ha fatto il giro del mondo. Che si tratti di fenomeno spontaneo o sofisticato prodotto discografico poco importa. Il mood malinconico di Lana Del Rey ci ha stregato
testo: FRANCESCO BRUNACCI
immagini: ARTWORK: TATIANA UZLOVA
16/12/2011

Accartocciata. Nonostante le sue curve. Sgualcita come la profonda provincia americana che si è sbattuta alle spalle. Come i fogli che si dice abbia tirato in faccia a chi le fa domande su eventuali ritocchi facciali. Eppure capace di impregnare con il suo broncio non tanto le note, quanto quel senso imprescindibile di rivalsa mai appagata che mette in tutto. In fondo. Rabbiosa. Estrema gioventù e un passato che non sembra avere i suoi 24 anni.
Lana Del Rey passa la sua tenerezza nella salsa acida del cinema di David Lynch o nelle atmosfere dannate di quei filmaker anni ’40 come Edgar Ulmer che raccontavano quanto per i provinciali americani ogni Detour potesse nascondere una deviazione per l’inferno.
Fino a poco fa questa ragazza che ti fa squagliare con la sua voce fluida come cioccolato fuso si chiamava Lizzy Grant. Niente di più ovvio.
Veniva da Lake Placid, nello stato di New York – anche se è nata in Namibia – e non voleva nient’altro che scappare dalle sue radici. Lo ha fatto scegliendo New York, che è stata – e lei lo dice forte – una fucking immersion in tutto quello che aveva sempre sognato. Una città che ha saputo renderla viva in tutti i sensi. Ci è sbarcata che aveva poco più di 16 anni, volendo subito fare della musica la sua via di salvezza. Scegliendo di modulare le dissonanze tra un corpo da pin up, un nome da drugstore, una voce da signora delle hit. Ha trovato la bellezza come veicolo. E lo ha detto a parole forti dichiarando che “la bellezza è qualcosa che non è mai completamente definita. New York mi accende con la sua vivacità e con le sue strade che giri l’angolo e ti chiedi ogni volta da dove vieni, perché c’è tanta vicinanza tra lo scintillio e lo squallore”.
In lei è difficile discernere tra scelte forzate e necessità interiori. Fatto sta che tra le sue apparizioni in pubblico e il silenzio sulla sua vita privata, ha saputo concertare l’essenza di una star d’altri tempi, con tanto di capricci annessi.
È vero che tra un concerto e l’altro sta sempre male? Che soffre l’aereo e fa impazzire manager e giornalisti con continui appuntamenti che saltano, conferme e disconferme, voce d’angelo e telefoni spenti? Anche in questo, anche per questa vitalissima vena artistica connessa a un vissuto a singhiozzo, Lana è una stella.
Lo ha fatto scegliendosi un nome che mixa quasi con ferocia il platino assassino di Lana Turner e il rombo di un’auto mitica come la Ford Del Rey. Oggi è già un’icona, “cliccata” milioni di volte su Youtube grazie alla malinconia di una ballata seducente e dark come Video Games e di un video dove in background appare anche Paz de La Huerta decisamente ubriaca. Dicono che quell’apparizione sia voluta, che Paz de La Huerta piaccia a Lana come tutte le dive iper ricercate e super paparazzate che non fanno mistero della loro attrazione per le cadute a picco, anzi lo eleggono a una sorta di spazio mistico che galvanizza immagine pubblica e immagine privata. La ragazza di provincia che è finalmente arrivata a un successo insperato, apprezza ancora i momenti di falling down. Tanto nella vita privata che nei testi delle sue canzoni sottolinea l’importanza di sbagliare, rimarca che non si è mai arrivati veramente da nessuna parte e che ogni traguardo è quello che sta per arrivare e che impone un cambiamento inatteso.
Comincia a essere noto il suo panico da palcoscenico.
“La prima volta che sono salita su un palco – sottolinea – è stato cinque anni fa. Mi sono intestardita a fare un concerto a New York in un sobborgo di Williamsburg. Ero davvero terrorizzata. C’era molto rumore tutt’intorno. Mi sono concentrata sulla canzone, una ballad che somigliava a Video Games. Ho sentito che l’onda intorno a me si alzava e che il pubblico, da rumoroso che era, era rimasto in silenzio. Quel silenzio è stato importante. Poi mi hanno chiesto di ritornare. Temevo che ridessero. Ero terrorizzata a quella idea, ma non è successo. Se l’avessero fatto, sarei morta”.
Le piace sottolineare il suo lato fragile. È per questo che si definisce una “Lolita persa nel bosco”. Forse anche per questo, come ha fatto nei recenti concerti a Londra e a Parigi, non ha volutamente abbandonato una sorta di imprevista goffaggine quando sale sul palco, ma poi è riuscita a sedurre i fan che almeno a Parigi hanno comprato tutti i biglietti in meno di un giorno. Per ascoltare se il glamour di Video Games rimanesse intatto a pochi passi da loro. “Francamente non so perché questa canzone sia piaciuta così tanto – sottolinea quasi svagata – l’ho fatta per me stessa e l’ho messa su Youtube. Ogni giorno c’erano migliaia di visitatori. Mi chiedevo da dove saltassero fuori. Sono certa che è stato grazie a questa volontà di non voler cambiare le mie canzoni che sono qui. Ho solo dovuto provare a non cantare come qualcun altro”.
È stato boom! Il suo Hollywood pop sad core, come l’hanno chiamato giustamente in molti, ha fatto centro. C’è stato chi ha detto che potrebbe essere la nuova Nancy Sinatra, ma in versione Gangsta. Sono solo paragoni. E forse inutili perché Lana non porta sul palcoscenico la disperazione di uno dei suoi idoli, Kurt Cobain. Né tanto meno vuole ricordare i tempi in cui – solo qualche anno fa – i suoi rapporti con i discografici erano pessimi. Preferisce lasciarsi trasportare in musica e parole da quelli che sono sempre stati i suoi riferimenti, di atmosfere noir e delle ghirlande di Natale che rimangono a riempire di flash anche le serate d’agosto, di una specie di malinconia allo stato puro. Che è quella presente in tutte le canzoni che girano in rete – Born to die, China doll, Radio, Blue jeans – preludio necessario all’album che dovrebbe uscire tra poco.
Come si chiamerà? “The best of Lana Del Rey – avrebbe detto lei scherzando – oppure potrei chiamarlo The world is ours”. Chissà? “Conosco molte persone – ha affermato recentemente Lana – che quando sono ubriache o nel buio della notte vogliono tutte la stessa cosa: diventare famose. È nella natura umana cercare qualcuno a testimone della tua esistenza. È che loro non vogliono stare soli. Io neanche”.
Prendiamo per buona questa giustificazione alla grazia che Lana ha sul palco. A quella “M” tatuata sulla mano che sta semplicemente per “Magic”. A quei lineamenti, è vero, forse ritoccati, ma vicini a una Candice Bergen di oggi vissuta a ridosso di un drugstore e immersa nella disperazione di questi anni dove è quasi da folli perseguire la speranza. Lana ce l’ha fatta. È emersa da lì per cantare un senso di perdita assolutamente inguaribile. •