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I PUGNI DEL COPY

Il suo nuovo libro è una delle rivelazioni della stagione. Perché quando non si rompe la testa sulle campagne pubblicitarie, Pietro Grossi si dedica alla sua passione. Scrive a mano, ma con lo stomaco

testo: Maurizio Marsico
immagini: Cesare Cicardini
22/11/2006

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Ventotto anni, fiorentino, e tre racconti perfetti racchiusi in un libro veloce: Pugni.
Un editore di grande prestigio (Sellerio) e una prosa fresca limpida ritmata, che si legge tutta d’un fiato, così come probabilmente è giunta in pagina. Stesa e riscritta il giusto. Abbastanza da non interrompere quel filo diretto che conduce i limiti di chi scrive alle immensità di chi legge. A non guastare la magia del contatto telepatico che (come in questo caso) tra scrittore e lettore felicemente si instaura. Dentro scenari “fotografati” al naturale e che non pretendono di essere nient’altro di ciò che sono, si muovono tre percorsi narrativi avvincenti e distinti, legati insieme da un medesimo impalpabile segno. È il “doppio filo” che unisce e divide i due avversari in Boxe, i due fratelli in Cavalli e i due amici in Scimmia e che a un certo punto (di ciascuno dei tre racconti) si spezzerà, mutando per sempre i paesaggi interiori dei protagonisti. Qualcuno crescerà, qualcun altro precipiterà. Da solo o in compagnia, anzi in coppia.
Pietro Grossi ha evidentemente a cuore le meccaniche relazionali e affettive dei rapporti a due. Due persone altre da sé. Due altri se stesso.
Pensavi al rapporto tra le tue sorelle quando hai raccontato di Nathan e Daniel in Cavalli?
No, mi interessava soprattutto la dualità in quanto espansione delle molteplici dualità che convivono in me stesso. Gli elementi autobiografici sono relativamente poco influenti nei miei racconti. Certo è che per quanto riguarda la Capra (uno dei due pugili di Boxe) effettivamente pensavo a un personaggio che mi ricordo di aver visto allenarsi nella palestra di Porta Romana (Firenze), che frequentavo quando ero adolescente. Come lui, determinato, biondo, sordomuto. Oppure l’insegnante di pianoforte del Ballerino, che è in verità ispirata a una maestra di musica terribile e inquietante che ho avuto la sventura di conoscere davvero. Ma Cavalli invece no, non sarebbe mai esistito se non avessi letto Cavalli Selvaggi di Cormac McCarthy, se le sue pagine non mi avessero aperto nuovi orizzonti sconfinati.
Anche quando descrivi il fetore dei guantini da sacco, si capisce che sai di che cosa parli.
Pratico pugilato e kickboxing fin da quando avevo 16 anni. La boxe è un teatro meraviglioso.
Nel tuo racconto emerge il valore della lealtà tra avversari in competizione. Chi perde, non solo ha il coraggio di ammetterlo ma addirittura spedisce all’antico sfidante tutto il futuro medagliere. Proprio quello che accade oggi dopo il 10 aprile.
Sento la voglia diffusa di recuperare valori che sembrano ormai perduti. Il senso dell’onore della parola data. La lealtà. Il rispetto. L’eleganza della dignità. Anche quella di uscire sconfitti ma a testa alta. Valori che nobilitano e di cui si sente enormemente la mancanza, ma che non vanno interpretati né in senso mafioso né in senso giapponese.
Pugni. Dati o presi?
Soprattutto presi. Per alcuni è il solo modo di cambiare. A un certo punto ti arriva un cazzotto sui denti e la vita si incrina.
Perché hai optato per la forma del racconto?
Per l’incapacità di scrivere il romanzo che avrei voluto scrivere io. Comunque amo definire Pugni una raccolta di romanzi brevi, piuttosto che di racconti lunghi.
Che tipo di lettore sei?
Difficile. Ho iniziato a leggere tardi, dopo aver cominciato a scrivere. Sono molto distratto, faccio fatica a leggere. Riesco a farmi catturare soltanto dalle cose che sono buone per me. Amo gli autori che non si nascondono dietro le parole, capaci di raccontare. Mi piacciono soprattutto le storie.
Come, quando e quanto scrivi i tuoi libri?
Scrivo rigorosamente a mano. Solo con una Bic nera, solo con i quaderni Med da 200 fogli a righe. Gli dedico il tempo che posso ma mai più di due ore (massimo) al giorno. Inizio a scrivere senza sapere dove andrà a parare la seconda scena e vado diritto fino a che la storia non è finita. Pensando il meno possibile, mettendoci più “stomaco” che posso, sospendendo il lavoro in levare. Per me la difficoltà più grande non è mai iniziare, ma riprendere a scrivere il giorno dopo.
Dove hai scritto Pugni?
A casa di un amico a Trastevere. Tutti e tre i racconti li ho scritti lì tra il febbraio 2004 e gli inizi del 2005.
Scrivere per scrivere e scrivere per lavoro. Tu fai tutte e due le cose visto che sei anche copywriter di una ben nota agenzia pubblicitaria (Publicis). Come convivono in te l’arte e il mestiere?
Come due identità ben distinte in due ambiti assai diversi. Da una parte c’è la passione, dall’altra no. Mi sento molto temporaneo in quanto copywriter. Perché in pubblicità la parola potrebbe essere usata in maniera efficace, in maniera onesta, ma ciò che più mi frustra è che questo quasi mai accade. Non mi piace quando si appiattisce qualcosa di potenzialmente interessante. Per me diventa un atto colposo. Una bella comunicazione invece dovrebbe dirti qualcosa che non sai, o a cui non avevi mai pensato. Accedere a pezzi di mondo mai visti prima. Credo che l’unico motivo di fascino che offra sia piuttosto l’opportunità di misurarsi con le regole del marketing. Di adattarsi e piegarsi a esse.
Firenze, Roma, Milano. Hai vissuto in tutte e tre le città: in quale ti sei trovato meglio?
Premesso che sono diventato milanese da soltanto un anno, direi Milano. Quando mi sono trasferito a Roma pensando di lavorare nel cinema, sono arrivato carico di aspettative, credendo di trovare una città meravigliosa diversa da quella che poi ho incontrato, e che invece a me sembrava solo una Firenze più grande. Quando penso a queste città mi vengono in mente il muro e la pallina. Milano è un muro di cemento che ti restituisce tutte le energie che impieghi magari rimbalzandole con maggior vigore. Firenze e Roma sono muri di velluto con bellissimi bottoni, ma dove tutto ciò che lanci si perde. La pallina viene trattenuta. Non rimbalza.
 
 
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