ORTOPEDICO DA ESPORTAZIONE
Un brillante cervello partenopeo “fuggito” oltremanica racconta come sono Napoli e l’Italia viste dal Regno Unito
testo: Raffaele Panizza
immagini: Emmanuel Mathez
22/11/2006

Ci sono cervelli che a Napoli ci ritornano, come quello del genetista Andrea Ballabio, direttore dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina, che a 35 anni era già professore associato al Baylor College of Medicine di Houston, Texas. E poi ci sono cervelli che forse non lo faranno mai, e osservano da lontano una città che dal golfo intona verso di loro il suo canto di sirena. Un approdo che fa bruciare di desiderio. Ma che per un medico e studioso può anche significare pericolo, impantanamento, se non sciagura.
La vede un po’ così Nicola Maffulli da Bagnoli, “professor of Trauma and Orthopaedic Surgery” presso la Keele University School of Medicine di Stoke on Trent, Inghilterra. Uno che a 46 anni ha già lavorato e insegnato ovunque, dalla Scozia alla Svezia, da Hong Kong agli Stati Uniti. Una cima, in sostanza. Un capoccione. Basti pensare che Nike Europe, pragmatica e meritocratica, l’anno scorso ha scelto proprio lui tra migliaia di ortopedici europei per andare in giro a parlare e dare peso scientifico a una nuova scarpa da running, la Free. Il metodo? Semplice: non hanno fatto altro che andare in rete e controllare chi in Europa avesse scritto e pubblicato il numero maggiore di articoli sulla traumatologia e la salute del piede. Con un pallino particolare per il tendine, preferibilmente. Ranking su Google della voce “Maffulli”: 11.200 risultati. Poteva bastare.
Addio mia bella addio
Nicola oggi guarda all’Italia con un sentimento di fragile opposizione. La similitudine non sarà delle più originali, ma il tormento è lo stesso di un innamorato respinto a male parole: se gli chiedi per quali motivi dovrebbe allontanarsi per sempre dall’amata, ti risponde con precisione e lucidità, elencando tutti i torti e le umiliazioni subite. Se l’amata chiama, ecco che subito infila il cappotto e parte per raggiungerla, in una notte di nebbia e lupi, ovunque si trovi.
“Sai che la prima cattedra italiana di Ortopedia è stata assegnata proprio a Napoli?” racconta Nicola, tra un incontro a Milano e uno ad Atene, una telefonata nella sala imbarchi dell’aeroporto di Manchester e il corridoio di una clinica romana, poco prima di entrare in sala operatoria. “Mi piacerebbe tornare, non c’è dubbio, portare un po’ di aria fresca, un respiro europeo. Ma il mondo accademico italiano è dominato dai soliti baroni, e occorre entrare nei giri giusti per sperare che un’università chieda di farti rientrare. Non c’è meritocrazia, e il familismo amorale domina incontrastato, tanto che nei posti chiave ci sono da sempre i soliti cognomi. Io sono diventato professore in discipline cliniche a 42 anni. Da noi, questo è praticamente impensabile”.
Poi, però, si riaffacciano le ragioni del cuore, di chi ha voglia di tornare tra la propria gente per sentirsi al caldo, capito. “Il cultural misunderstanding è all’ordine del giorno nel mio ambiente. In Inghilterra il metodo sperimentale è un dogma, mentre spesso io mi abbandono a “cacciate di genio”, intuizioni un po’ folli alle quali mi dedicherei volentieri. Qui, invece, è d’obbligo dimostrare immediatamente che quanto hai pensato è corretto: non c’è spazio per le visioni out of the box, fuori dagli schemi. In Italia, per fortuna, l’immaginazione è ancora un elemento importante al servizio della scienza”.
E proprio con l’immaginazione, adesso è coinvolto in una serie di progetti che, una volta portati a termine, rischieranno di farcelo rimpiangere ancora di più. “Ho ideato e disegnato con una collega di Birmingham, una docente di Ingegneria biomedica, una serie di ferri per la chirurgia minimamente invasiva, e li sto realizzando. Poi ho ottenuto un finanziamento triennale per arrivare alla ricostruzione di un tendine in vitro. Inoltre, collaboro con l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, nell’ambito di un programma di elettrostimolazione muscolare in assenza di gravità rivolto agli astronauti”.
Lottatore e gentiluomo
Mentre parla, Nicola Maffulli bisogna immaginarselo così com’è. Piccolo di statura, con le spalle e il petto solidi e volitivi e una grande fronte che sembra non smettere di crescere, facendo manbassa dei capelli intorno. Lo sguardo acceso, i modi gentili, l’aura luminosa che sembra fatta di luce e goccioline d’acqua tipica di chi nonostante tutto si sente bello. Poi le osservazioni mai banali, di chi passa il tempo di veglia a riflettere profondamente sulle cose. Dorme poco, quattro ore a notte, “esattemene come Napoleone”, fa notare scherzando, ma forse neppure troppo.
Ama parlare di donne, tra l’altro. E ogni volta che lo incontri c’è in ballo uno strascico di storia, l’eco di una cotta, una ex girlfriend. Perché se da un punto di vista clinico Nicola Maffulli è appassionato di piedi, come uomo il suo campo d’interesse si estende alla gamba intera, lunga e affusolata, possibilmente. “Più le mie fidanzate sono alte, più mi piacciono. Il massimo l’ho raggiunto in Svezia, dove ho avuto una relazione con una donna di 1 metro e 82: quando portava i tacchi mi faceva impazzire. Del resto, non sono mai stato inibito dall’altezza, anzi”.
Però la linea, quella sì. È stata una delusione d’amore, in adolescenza, a fargli capire che era il caso di starci un po’ attento: lei era bellissima, ovviamente. Lui, palpitante per quella creatura, a un certo punto le confessa i suoi struggimenti. Lei, crudele, riduce tutto a una questione estetica: non mi piaci, gli ringhia, sei chiatto. E proprio come avrebbe fatto Napoleone, la reazione non si fa attendere. Un amico, il figlio di un operaio dell’Italsider di Bagnoli, gli consiglia di prendere insieme a lui lezioni di lotta. E sia: terzo ai campionati italiani e campione britannico nella categoria open, molti anni dopo, nel 1987. E poi atleta rappresentante l’Inghilterra ai World Trial e quarto agli europei del 1988. Per non parlare del judo e dell’atletica, prima buon mezzofondista e poi addirittura allenatore.
Ancora oggi, la prima cosa che fa quando torna a Napoli, è incontrarsi con un gruppo di amici al campo Virgiliano di Posillipo, oppure allo stadio Collana, al Vomero, dove si può sgambettare un po’ con gli occhi che abbracciano i due golfi, con uno sguardo solo.
Suor Candida
Questa è Napoli, nel presente. La famiglia da andare a trovare e la pizza Margherita “al filetto” preparata da Gennaro, a Bagnoli, coi pomodorini freschi. Per il resto, ci sono più che altro i ricordi.
“Mio padre era il medico più importante di Bagnoli. Mia madre, la discendente di una famiglia di latifondisti, i Tancredi. Avevamo una casa bellissima, molto grande, aperta ai figli dei professionisti ma anche degli operai che lavoravano all’acciaieria”.
“Le scuole materne le frequentai presso le suore del convento del Sacro Cuore, mentre le elementari dalle suore Corsaro, sempre a Bagnoli. Una scelta obbligata, considerato che quelle erano le uniche scuole a garantire il tempo pieno. Ricordo che casa mia era piena di libri, e che a quattro anni sapevo già leggere. Una volta dissi a suor Candida: tanto lo so che l’uomo è un mammifero, l’ho letto su un libro di scienze. Ne nacque una specie di anatema, tanto che i miei genitori vennero convocati con urgenza dalle suore…”.
“Anche alle elementari il clima era piuttosto rigido, e le religiose passavano gran parte del tempo a cercare di intercettare i bigliettini che giravano tra i banchi. Lì incontrai il mio primo amore, Marina Castriota Scanderberg, principessa d’Albania. Un suo avo, Giorgio Castriota Scanderberg, aveva liberato il paese dagli Ottomani. Poi le medie, finalmente in una scuola statale, la Michelangelo Buonarroti, dove nacquero un’empatia e un’amicizia fortissima con una professoressa, Clara Iazzetti, un’amicizia profonda che continua ancora oggi. E infine il liceo classico e la laurea, in Biologia molecolare. Curioso che il traguardo più importante della mia vita sia stato lo stesso che alla fine mi ha costretto ad andar via”.