PIU' DA RETROVIE CHE D'ASSALTO

Un disco, il festival di Sanremo, i concerti, le luci della ribalta... Un privilegio? Macché! A 22 anni L’Aura cerca ancora di capire se la musica è il suo destino

testo: Vita Magnani
22/11/2006

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Classe ’84, bresciana, suona il pianoforte sin da bambina. Poi il liceo artistico, due anni a San Francisco per studiare composizione, il ritorno in Italia e il primo disco, Okumuki, che lo scorso anno le è valso il Premio “Rivelazione dell’Anno” al Meeting delle Etichette Indipendenti. Lanciato dal singolo Radio Star, l’album è uscito adesso in una nuova edizione, con una cover di Life on Mars di David Bowie e con Irraggiungibile, che L’Aura ha portato a Sanremo. Dopo un tour nei teatri, l’abbiamo intervistata per capire quanto ne sappia di musica. E ce le ha suonate così.

Come mai un tour teatrale?
“Quando i concerti sono in teatro, per il solo fatto che sono in teatro, sono disposta a dare dieci volte di più di quando suono, per esempio, in una discoteca: a parte che le discoteche mi fanno schifo, detesto suonare in posti in cui l’acustica non sia buona. A me piace sentire bene e mi piace che gli altri sentano bene”.
Come distingui un’acustica buona da una cattiva, al di là dei check sonori elettronici?
“Dipende dal fatto che io senta la mia voce o meno. La voce è strumento acustico a tutti gli effetti, è lo strumento più naturale ed è quello con potenzialità di volume minori rispetto agli altri: quando, nonostante la batteria, riesco ad ascoltarmi e quando, in cuffia o senza cuffia, percepisco tutti gli strumenti chiari, definiti, ognuno con la sua frequenza, vuol dire che l’ambiente è buono. Se invece non riesco a distinguerli e c’è un grosso ‘pastone’, generalmente o è all’aperto o è un localaccio”.
Ma non è meglio suonare all’aperto?
“No, io detesto suonare all’aperto, come detesto suonare nei club dove la gente beve! È una questione di ‘attenzione’, non sono la cantautrice da periferia, da ubriacone... La mia non è musica rock: ha molti chiaroscuri, molti luce/ombra, se non c’è silenzio non si percepiscono le differenze. Inoltre, le canzoni sono molto difficili vocalmente, quindi gestire anche tutto ‘l’ambaradan’ dei miei volumi è più complicato se c’è casino”.
Visto che componi musiche e testi, scrivi pensando anche alle potenzialità della tua voce oppure non ci mediti e sperimenti?
“Purtroppo non tengo mai in considerazione le mie capacità vocali: i pezzi non vanno mai oltre quello che so fare ma a volte li porto un po’ al limite. Magari non mi rendo conto che sto cantando una cosa difficile se è una canzone sola, ma poi me ne accorgo eccome alla fine di un concerto di 17 pezzi difficili. Forse dovrò cambiare modo di scrivere, non posso continuamente comporre cose stressanti per le corde vocali, anche perché col tempo diventano più deboli, più soggette ai cambiamenti climatici, umorali… Io già non fumo ed è una gran cosa”.
Parliamo invece di tempo musicale. Ce n’è uno con il quale ti capita di comporre più spesso?
“Generalmente sono tempi dispari − 5/8, 7/8 per esempio. Sono canzoni che tendenzialmente non vedono mai la luce o che non sono state pubblicate, però sono la maggior parte dei miei pezzi”.
Qual è la particolarità di questi tempi?
“Probabilmente sono tempi di gente un po’ squilibrata! Sono tempi innaturali, mentali, una questione di ‘conto interno’ direi, mentre il 4/4 – il più utilizzato – è il tempo del battito cardiaco, il tempo base”.
E nel tuo caso, sono un tratto distintivo o lo specchio di un animo “dispari”?
“Senza dubbio la seconda ipotesi”.
Rispetto agli accordi invece, hai una sonorità che ti rassicura?
“L’accordo flamenco direi, che si costruisce sulla scala frigia… sì, il modo frigio mi frega sempre! È molto ricco, non è il tipico 1-3-5 ma è un accordo farcito”.
Sulla musica sai il fatto tuo. Le discussioni musicali che non ti stancano mai?
“Sicuramente mi piace parlare di armonia con chi ne sa: io non ne so molto, quindi mi interesso, chiedo, mi informo… Poi, non mi stancherei mai di parlare di gruppi e di dischi, che sono l’argomento base coi miei amici, anche perché ascolto davvero tanta tanta musica e mi piace chiedere consigli ad altri che ne ascoltano”.
La domanda è d’obbligo: che cosa ascolti?
“Adesso molta musica etnica, soprattutto musica dei Bàlcani (lei lo pronuncia così, n.d.r.). Mi piace molto una cantante egiziana che si chiama Umkultum, Romica Puceanu, che è rumena, e un’altra Sina Bin (?!), iraniana. Poi il metal, dagli Slayer ai Death, dagli Opeth che fanno progressive ai King Crimson, uno dei miei gruppi preferiti. Loro tra l’altro hanno fatto qualsiasi genere di musica. Li ho anche visti live qualche tempo fa: sono in tre ma sembrano un gruppo metal per i loro rumori assordanti. Mi piacciono però anche gruppi minori come Gentle Giant, Camel, Can… cose vecchie comunque, in generale”.
Però la tua musica è completamente diversa da quella di questi autori: ne ricavi spunti tuoi?
“Se ci sono, sono sempre molto incoscienti e spontanei. Finché non provi a suonare un certo tipo di musica non puoi credere di esserne influenzato. Cioè, comunque lo sei ma devi provare a fare quel tipo di musica per capirla davvero, per inglobarla e utilizzarla come linguaggio artistico. Devo anche dire che i pezzi contenuti in Okumuki sono il 5% di quello che faccio solitamente: sono i brani più commerciali, più orecchiabili, e forse le influenze non si vedranno mai o si vedranno solo fra vent’anni quando riuscirò a fare i dischi che voglio fare io. Prevedo molto di più un futuro alla Robert Fripp (fondatore dei King Crimson, n.d.r.) che alla Mariah Carey.
Più da retrovie che da assalto.
“Assolutamente. Odio essere al centro dell’attenzione, mi dà fastidio, mi mette in soggezione. Soprattutto, trovo che il mondo della musica non faccia niente per arginare l’ego delle persone, mentre essere malati d’ego fa essere un po’ dissociati e ti fa perdere il contatto con le cose reali”.
Però hai accettato questa sfida: hai fatto un disco, fai concerti…
“Sì, ma non le vivo mai come cose positive, le vivo sempre in maniera molto stressata, perciò voglio darmi un po’ di tempo per vedere se mi ci trovo bene, perché per adesso non è così”.
Ma allora come sei arrivata a scegliere questo mestiere?
“Mah… credo di non averlo ancora scelto in realtà, non ho ancora capito chi ha architettato tutto questo… scherzo, ma in effetti è successo senza un mio volere, è successo un po’ tutto per caso. Oddio, alla fine niente accade veramente per caso lo so, però diciamo che la vita, il destino, il fato (chiamalo come vuoi!) ha voluto che succedessero una serie di cose, ma io avrei voluto fare tutt’altro.”
Tipo?
“Ho fatto il liceo artistico quindi pensavo che avrei fatto la designer: design industriale o abiti”.
Liceo artistico dicevi. Quale pittore ti piacerebbe sintetizzare in musica?
“Ce ne sono tanti, però per molti anni il mio idolo è stato Dalì. Un altro è Giger, un po’ ‘satanico’, tra l’altro ha fatto anche gli schizzi per Alien. Anche io dipingo e i quadri che faccio rappresentano forse l’aspetto più buio della mia persona: mentre con la musica magari mi faccio lo scrupolo di chi mi ascolterà, con i quadri me ne frego e faccio solo cose che piacciono a me, do sfogo al lato cupo, ‘darkettone’…
All’inizio della tua carriera è stato usato spesso il paragone con Elisa per descrivere la tua esperienza di italiana che canta in inglese…
“Forse perché siamo le uniche”.
Lapidaria. E per te che cosa cambia nell’uso dell’inglese o dell’italiano? Visto che non sei bilingue, e immagino ci sia una scelta precisa fra l’una o l’altra lingua…
“È completamente casuale, non saprei che dirti. Non c’è una cosa che scelgo di dire in italiano e una che dico in inglese”.
Mi sembra che con l’italiano giochi più con le parole, mentre in inglese tendi a essere più discorsiva…
“Beh, non conosco l’inglese così bene da permettermi di giocarci; inoltre gli americani non si allargano molto con la loro lingua, specialmente nell’ambito della musica pop: in inglese è molto facile essere fraintesi o scrivere qualcosa che non si capisce se non parli di qualcosa di concreto. Ho seguito anche corsi di scrittura creativa quando ero in America, ma mi si contestava di essere troppo surreale”.
Sarà colpa di Dalì. Okumuki però è una parola giapponese. Che cosa cosa vuol dire?
“Significa ‘parte più interna della casa’. È un termine che ho trovato casualmente su internet. Cercavo qualcosa che avesse a che fare con la casa ma volevo non fosse né in italiano né in inglese. Un po’ per caso è arrivata questa parola che aveva un bel suono e mi sembrava esprimere diverse cose del mio modo di rapportarmi con la musica”.
Parliamo invece di collaborazioni: nel tuo curriculum ci sono già Renato Zero, Claudio Baglioni, Morgan e Lenny Kravitz. Qual è il partner musicale dei tuoi sogni?
“Beh, il nome è sempre lo stesso ed è Pete Steele dei Type O Negative. Un giorno credo che lo chiamerò per dirgli che sono innamorata di lui e che voglio fare un duetto”.
Beh, l’esperienza non ti manca.
“Dubito però che possa interessargli la musica che faccio io. Comunque era più una battuta. Non ho particolari idoli e neanche se incontrassi Robert Fripp in persona mi prostrerei. Ognuno fa il suo”.
Un atteggiamento determinato.
“O arrogante”.
Ti senti così?
“Su certe cose sì. Trovo stupido chi idolatra cose o persone, perché penso che siamo tutti uguali, chi più intelligente e chi meno, e che sia un caso che le nostre anime si siano incarnate in determinati corpi. Quanto meno, non credo ci siano esseri umani da venerare più o meno di altri”.
 
 
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