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CUORE - AMORE? ORA BASTA PER CARITA'

È vero, non è il primo a sostenerlo. Ma se mai ce ne fosse bisogno, Niccolò Fabi regala ottime ragioni per disfarsi di questa rima più che logora

testo: Paolo Madeddu
immagini: Shirin Amini
22/11/2006

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Niccolò Fabi ha l’aria rilassata e, anche a 37 anni, la faccia da “giovane cantautore belloccio” che ogni tanto gli ha fatto temere di non essere preso sul serio. Perché la vita di un cantautore non è la passeggiata di salute che sembra. Ogni tanto, con una canzone, ci litiga per mesi. Perché le parole hanno un potere...

Prima di tutto: come mai questa infatuazione per la Slovenia?
Ho inciso il disco a Novo Mesto, e l’aria di lì mi ha mosso delle cose importanti. Intanto, perché è un posto di cui non sappiamo nulla, eppure è qui. Pare un viaggio da niente, invece se superi quella semplice linea di confine entri in un mondo in cui non sai mai bene cosa aspettarti.
Beh, è un posto strano.
Più che strano, estraniante. Mi fa impazzire il fatto che là respirino la nostra stessa aria, ma ci siano comunque estranei, mentre conosciamo tutto di altri popoli e paesi con i quali però non confiniamo. Passare quella frontiera è utile anche per capire certe cose su come viviamo noi oggi. Così ho intitolato il disco Novo Mesto, come quando cominci una lettera scrivendo la città e la data. Avevo già fatto una cosa simile per Lasciarsi un giorno a Roma: della città non si parlava, ma mi piaceva l’idea di citarla tipo didascalia.
Visto che hai accennato a Roma... tu fai parte di una tipologia di cantautore romano che si rifà più a De Gregori che a Venditti: molto intimisti e poco estroversi.
Sì, è una specie di club di riflessivi di cui bene o male facciamo parte io, Gazzè, Zampaglione dei Tiromancino e, in minore misura, Daniele Silvestri. È interessante che una generazione di cantautori romani abbia queste caratteristiche. Però non direi che sono poco estroverso: sono casomai poco caciarone. Non sono il tipo che a tavola con gli amici monopolizza la scena: sono quello che sta in fondo e parla con i vicini. Però parlare parlo parecchio, eh...
A scrivere invece sembri avaro: molte delle tue nuove canzoni hanno testi brevi, quasi rarefatti. E sei molto tirchio in materia di rime: strano, per uno cresciuto a Dante e Cavalcanti.
Si può essere musicali anche senza rime. Pensa che sono stato settimane a pensare se dovevo concludere Costruire con la rima “cadrà la neve/a breve”. Poteva essere pericoloso.
Addirittura?
Sì, perché il problema è che in certi casi la rima banalizza, perché ce la aspettiamo. Diventa una sorta di tic sonoro automatico e, invece di aggiungere, toglie alla bellezza di un testo.
Tipo la nota rima cuore-amore.
Secondo me, una rima funziona soprattutto se non è quella che ti aspettavi. A me piace l’idea di aver fatto rimare “bene” con “catene”, perché non è ovvia.
Ma aver studiato letteratura medievale dà un vantaggio nel comporre canzoni?
Mi aiuta nel senso buono. È chiaro che sento certe forme metriche come naturali. Studiando ho appreso una serie di nozioni, di trucchi del mestiere cui però non penso consapevolmente scrivendo canzoni. Perché rovinerei tutto. Un detto in uso tra artisti è: “Impara la tecnica, poi dimenticala”. Perché nel momento in cui la vuoi usare, si vede e rovina tutto. Non ho mai cercato di fare come, poniamo, Branduardi. Non mi sono mai detto: ora lavoro per ottonari, poi passo agli endecasillabi come i provenzali.
Ma che cosa ti fa decidere di usare le rime?
Se dici tante parole la rima aiuta. Nei testi più immaginifici, evocativi, bastano poche pennellate in campo aperto. Invece, i testi intellettuali e concettuosi hanno bisogno di atterrare su un tappeto morbido.
Quanto ti ci vuole per scegliere le parole delle canzoni?
A volte parecchio. Il mio lavoro consiste nell’unire tre elementi: melodia, parola e voce. Per quest’ultima devo tenere conto di un fatto: la mia voce rende più credibili certe parole e meno credibili altre.
In che senso?
Ho una voce delicata, che mi permette di dire parole altisonanti smussandole, senza sembrare grandioso come chi ha il vocione importante o un timbro più secco. Pensa per esempio a Ivano Fossati, che anche quando dice “Ti in-vi-to a ce-na” lo dice con un tono di chi sta dicendo qualcosa di cruciale.
Mentre invece una voce più rilassata...
...come per esempio quella di Battiato, che è esile, quasi soave, gli permette di cantare di ballerine turcomanne o di cavigliere senza che alla gente si accapponi la pelle. Qualche tempo fa ho scritto un pezzo per Nicky Nicolai. Ci ho messo sei mesi. Avevo una melodia che mi consentiva poche sillabe. E dovevo tener conto della sua voce, molto ricca ed espressiva. Non puoi darle parole lunghe.
Perché?
Se lo fai, non le dai tempo di aprirsi. Le voci liriche, pensa a Pavarotti, si aprono sulle parole che puoi allungare come “Vincerooo”, non su quelle che devi stringere come “Evidentemente”. Così gli devi dare molte vocali e poche consonanti.
Mentre per la tua voce è il contrario.
Io ho bisogno di tante sillabe. E adoro gli avverbi, mi ci appoggio. A una come Nicky viene bene “mare”; a me viene benissimo “ostinatamente”.
Comunque, una cosa che si nota nei tuoi testi è che ti piace la ripetizione.
È vero, mi piace l’anafora. È quella che usa Dante quando dice: “Per me si va nella città dolente / Per me si va nell’eterno dolore / Per me si va tra la perduta gente”. Cerco di metterla in tutti i dischi, mi è utile perché non amo i ritornelli.
Come, utile?
Allora, diciamo che hai davanti il testo di una canzone. Quanto ci metti a leggerlo? Diciamo 30 secondi, forse 45. Ma una canzone dura almeno tre minuti. Se leggi il testo, la distanza tra ciò che apprendi nella prima riga e nell’ultima è di pochi secondi. In una canzone può essere molto più lungo. E magari in quei minuti tu ti sei distratto. Quindi io ti vengo a riprendere per mano e ti riporto nel discorso. Posso farlo con un ritornello o in altri modi.
Ah, a questo serve il ritornello?
È ciò che ti aiuta a inquadrare la canzone, è un suo riassuntino. È una cosa che un ascoltatore chiede inconsciamente, per seguire meglio il senso del discorso, tipo quando in Chiesa si ripete: “Ascoltaci o Signore”.
Comunque, non amando rime e ritornelli, sei nell’epoca sbagliata. Il rap ha fatto fuori la melodia a favore delle rime.
Però quella del rap all’inizio era una sfida importante: buttare a mare la melodia, rifiutando le sue delizie. Dava il potere alla parola, come diceva Frankie Hi-Nrg. Era una rivoluzione ipotizzare che la parola potesse comunicare più emozioni della melodia. Ma nel rap lo slancio dei primi tempi si è ormai perso. Troppi rapper più che comunicare fanno sfoggio di slang e stilemi fini a se stessi. Se non altro oggi vedo meno gente che parla agitando le mani, che è diventata una pantomima patetica.
Non fare il medievale: ci sarà pure un rapper che ti piace.
Il migliore sulla piazza resta Frankie Hi-Nrg.
Lo dici perché è tuo amico.
Lo dico perché tecnicamente se li mette in tasca tutti: ha una padronanza assoluta del linguaggio e della metrica, è un giocoliere impareggiabile. Ma proprio perché è mio amico, spesso gli ho fatto presente che il rischio è che il tutto diventi un gioco, un esercizio di stile. Rischia di risultare cerebrale e poco emotivo. Il problema del rap è che somiglia agli slogan, che non mi piacciono.
Oggi la comunicazione è molto sloganistica, a qualsiasi livello.
E questo è un problema. Tormentoni, formule vuote anche in politica... “Meno tasse per tutti”. Non mi piace l’attitudine a condensare un discorso in poche parole: non sempre è utile, più spesso è dannoso.
Ma uno slogan del quale sei stato invidioso?
Ah, io ho sempre ammirato “Se c’è la goccia, è Gim”. Non potevi non rimanere agganciato. Il bello è che nessuno capiva bene quale senso avesse, ma tutti lo ripetevano. Comunque direi che “Ollellé, ollallà, faccela vedé, faccela toccà” finisce sempre per vincere...
Esprime un desiderio atavico...
E alla fine mette d’accordo tutti, ahah!
 
 
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