LA RITUALITA' DI BENEDETTA
Che cosa vi passa per la mente davanti a una performance? Ma, soprattutto, che cosa passa nella mente dell’artista? A raccontarcelo, una venticinquenne che ha messo il corpo al centro del suo pensiero
testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Cesare Cicardini
22/11/2006

Benedetta Panisson è veneziana ben trapiantata a Milano, ha solo 25 anni ma una già grande forza teorica, e si esprime solidamente con le performance, quella forma di produzione teatrale o artistica basata sull’improvvisazione e sul coinvolgimento del pubblico, come recita il Devoto-Oli. La sua non è propriamente Body Art ma il suo corpo è comunque parte in causa, ed è un corpo lungo, magro ma pieno, al pari del suo naso, che sembra suggerire un’intuizione naturale e profonda.
I molti riconoscimenti e inviti a manifestazioni di rilievo sono culminati con la selezione al primo Premio Internazionale delle performance e la partecipazione al progetto di Marina Abramovic, Galleria dell’Amore. Il nome mirava ad attirare un pubblico più vasto, ma nulla a che vedere con il MI-Sex. Attualmente Benedetta sta lavorando a un progetto via internet, www.goodlikebad.com, al quale chiunque può partecipare.
Cos’è una performance, oltre la definizione di un vocabolario?
“Vidi Marina Abramovic alla Biennale di Venezia nel ‘97, quando vinse il Leone d’Oro. Era seduta sopra un isolotto di ossa di animali con residui di carne, ne aveva una in mano e la lucidava con nonchalance, come una casalinga lustra l’argenteria. Il richiamo evidente era ai massacri della guerra nei Balcani. Ricordo quel rito senza fretta, distratto e appassionato, mentre cantava un sottilissimo motivo, una specie di mantra, come il sintomo di una follia. L’odore di marcio che rimase, dopo la performance e per tutto l’arco della Biennale, era terribile, si veniva presi da conati di vomito, ma bastava per continuare a vedere. Avevo 16 anni, ed è quello che ricordo. E potrebbe combaciare con la realtà. La performance è questo. Quello che rimane nel cuore e negli occhi degli altri. È la memoria immaginata”.
Quale differenza c’è tra Body Art e performance?
Fin tanto che parli di Orlan o Yves Klein è corretto parlare di Body Art, ma io faccio performance. Il discorso per definire l’una e l’altra sarebbe noioso e lungo…”.
Soprassediamo. Orlan mi inquieta un po’. È colei che si sottopone a una serie infinita di operazioni di chirurgia estetica. Devo pensare alla quantità di tempo che passa in convalescenza post-operatoria per trovarla almeno buffa.
“Buffa magari no, ma non mi seduce, Orlan. Il corpo è già mutevole nel tempo. Solo un gesto e il corpo cambia. La chirurgia è niente. Vuole eliminare il fattore tempo. Invece l’arte vuole tempo”.
E tu ne hai? O ne vuoi?
Se ti serve lo trovi.
A me serve, ma non sempre lo trovo. Cosa ti ha spinto verso le performance?
Il gusto di fare gesti o azioni, opportuni e meglio ancora inopportuni, e condividerli con gli altri. Gran bel gioco e alla fine ci si emoziona veramente. Utilizzare il proprio corpo è un bisogno. Credo nella conoscenza del bisogno, e non nel bisogno di conoscere. E nella performance più che in altre discipline non serve conoscere. Se non il proprio corpo, appunto.
Esistono istituzioni che le insegnano?
Io non ho frequentato nulla, ma credo ci siano questi istituti, anche se non me li immagino. Sono laureata in lettere, in storia dell’arte. Libri su libri. Bello e brutto. Bellissimo quando ho iniziato a dimenticare quello che ho imparato (ho la memoria cortissima). Appena ho capito che oltre a studiare gli artisti si può anche essere artisti, ho iniziato a farlo. Sto continuando ad approfondire, all’Accademia di Brera, seguendo un corso sulle nuove tecnologie per l’arte, così mi metto in discussione un altro po’. E poi vado a conoscere il lavoro degli altri, fa parte del sostenersi a vicenda. Di artisti giovani e attivi a Milano ce n’è. Anche i giovani curatori lavorano bene. E questo stimola. O forse sono io un’entusiasta cronica”.
L’entusiasmo come patologia non è male. I soldi e le opportunità, per questi giovani artisti?
“C’è fermento, innanzitutto. I soldi non mancherebbero, ma li fanno girare male. Ci sono a Milano inaugurazioni, eventi, blabla, promozioni, progetti, eppure il 98 per cento dei giovani artisti ha un lavoro parallelo per guadagnare da vivere. Magari è giusto così. Non so. Arte e denaro stanno un po’ all’odi et amo”.
Dove vanno questi soldi?
“È che tutto sembra consumarsi nel rituale che va dalle ore 19 alle ore 20.30, durante il quale si beve un bicchiere di vino, si mangia una stronzatina, ci si saluta, c’è chi s’inchina a chi di dovere, ci si guarda e si guarda la mostra. Che invece dovrebbe venire prima. E gli stessi artisti finiscono per confondere la public relation, detta pr, di facile e centrata assonanza, con il fare arte. Le public relation non sono il mio mestiere. Milano è molto public relation. E mi diverte (non sempre) guardare come una coppia di parole così intensa, relazione pubblica, diventi invece un meccanismo frustrato. Che genera ansia”.
L’ansia perché sei chiamata dagli eventi a essere quello che non sei, o che non sai fare?
“Sì. Io mi faccio consigliare da curatori giovani che seguono il mio lavoro. Mi fido. La fiducia è importante”.
Una teoria dice: oggi l’anima è il contenitore. Nel caso, l’anima dell’arte è nella sua promozione. È così difficile distinguere la pubblicità dalle opere d’arte?
Benedetta questa volta deve pensarci un po’.
“L’immagine pubblicitaria è come se andasse a istigare e mostrare le frustrazioni, vere o presunte... Però è vero, le due cose si mescolano. A questo punto non ne so uscire. Ciò che cambia è nel modo di guardare”.
Un tizio importante del quale non ricordo il nome lamentava che le menti migliori della sua generazione facevano il copy. Potrebbe essere una risposta.
Oltre a essere un luogo da pierre, cos’altro è Milano, per te?
“I canali. Da veneziana quale sono cerco l’acqua. Nei navigli, dove abito, c’è l’acqua, non sempre ma va bene uguale. Di notte si sente il rumore sotto la mia finestra. Sono a Milano da quattro anni e ce ne ho messi due per innamorarmene. Ma gli innamoramenti lenti sono quelli più efficaci, e mi sono innamorata di tutta Milano, non ho un posto preferito. È una gran signora Milano. Di giorno funziona, di notte si fa bella”.
Come la mia donna ideale. Ho scoperto che chi non ci è nato è sempre più indulgente con Milano. Ma anche qui deve esserci l’odi et amo.
“Odio i semafori: cammina stop cammina stop vai cammina stop rosso verde rosso stop. Mi sembra di essere un soldatino. No. Prima le persone poi le macchine, sempre, anche nell’arte!”.
Cosa distingue la tua di arte?
“Una sorta di ritorno, una ritualità. La ripetizione dello stesso gesto produce energia, come una dinamo. Fa sconnettere il cervello e diventa solo corpo. Energia meccanica che diventa luminosa”.
Come freno frizione prima, al semaforo.
Mi mostra sul portatile una parte della performance con la quale ha partecipato alla Galleria dell’Amore, Rotation Black. Uno schermo dove sfila Benedetta che piange, poi che ride, poi sedie vuote e poi di nuovo la sequenza, a ripetere. Di fronte, lei seduta sopra un cubo che osserva lo schermo, vestita identica all’immagine derisoria e disperata. Un altro cubo di fianco a lei, vuoto.
Intanto, arrotola l’ennesima sigaretta di tabacco e poi si alza, vaga per la casa parlando, inseguendo le parole per esprimersi e un accendino che continua involontariamente a nascondere. Nella casa c’è un solo specchio. Ovale, cornice ornata, deve avere una veneranda età ed è quasi completamente annerito. Mi guardo. Riflesso e ombra combaciano.
Il riflesso del proprio corpo è già una performance.
“Sì, le somiglia. Il riflesso dell’acqua mostra l’immagine di noi che vedono gli altri”.
E il tuo corpo, come lo trovi?
“Mi faccio piacere, mi piace piacere”.
Il nudo?
“Pochissimo, concentra e restringe l’attenzione. Lo uso solo quando devo evidenziare la creatura”.
Dove vai?
“So sempre dove andare ma non so dove arrivare. Non ho fretta perché non ho una meta. Siamo un loop, anche tecnicamente, andiamo da dove partiamo”.
L’ironia, quanta ce n’è nel tuo lavoro?
“Tanta autoironia. Un’amica mi ha detto: ‘Mi ha fatto tanto ridere vederti piangere’. Man Ray: ‘Io non credo nel pubblico fintanto che non esplode in una fragorosa risata’. Eironeia, dal greco, significa finzione, simulazione, ed è quindi il seme di ogni rappresentazione”.
Ti chiami Benedetta. Che cosa benediresti?
“Benedirei… (ci pensa) le devianze. Usare se stessi significa dare l’idea della molteplicità dell’individuo. Parole come schizofrenia, termini medici che vogliono indicare patologie secondo me uccidono, castrano ciò che invece è una ricchezza. In fondo noi non siamo che in quell’istante”.
Quand’è che reputi un corpo bello, e quando lo desideri sessualmente?
“È bello quello che si proietta verso l’esterno. Anche un mostro può fare un gesto che ti arriva addosso. Non c’è nessun canone estetico. L’estetica è qualcosa che si manifesta e diventa esperienza altrui, che tende a farsi vivere. È il sensibile. La fisicità dell’apparire. L’abisso superficiale di cui parla Baudrillard”.
Dove, nel caso volessi approfondire l’abisso?
“In Della seduzione (1979). Adoro la seduzione e tutto quello che è. E non si parla di seduzione, si seduce e basta. Si gioca a sedurre. La perversione per me non esiste. C’è sempre un buon motivo per farsi piacere qualcosa. Alla fine un corpo è sempre bello. E alla fine un corpo è sempre sesso”.
Non fantasticate, è solo l’estetica delle parole.