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EQUAZIONE PULSATILLA

Da blogger “da diporto” a caso letterario. Per Valeria Di Napoli, alias Pulsatilla, in letteratura come in aritmetica i conti devono sempre tornare

testo: Daniela Faggion
immagini: Emanuele Mancuso
28/11/2006

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Nel 2003 apre un blog “per non implodere”. Un editore la scopre, le propone un libro e lei, a 25 anni, ne fa una ballata (delle prugne secche). Pulsatilla da Foggia prende il meglio da Valeria Di Napoli, penna brillante e senza peli sulla lingua (ops!). Dopo essere stata copywriter, blogger, scrittrice e giornalista, la prossima avventura è degna di un film: interpretare se stessa.

Che rapporto ha Valeria Di Napoli con Pulsatilla?
Un rapporto molto intimo, le due figure coincidono in più punti. Per dirla in termini matematici, l’insieme Valeria contiene l’insieme Pulsatilla, che di Valeria, appunto, raccoglie la parte migliore: l’ironia, il sarcasmo, l’acume, nonché un certo modo dissipato e scanzonato di vivere. La ballata delle prugne secche di Pulsatilla è un po’ il ‘best of’ della vita di Valeria, senza tutti gli elementi che non sono né tragici, né peculiari, ma solo squallidi e tristacchiotti.
Autocensura?
No, mi immedesimo costantemente nel lettore e cerco di mantenere una curva di interesse sempre alta. Ho lasciato perdere i languori esistenziali e patetici, dando spazio agli aspetti più gioiosi, dinamici e sbarazzini. Scrivere di sé spesso è agenda, diario, ombelico, scrittura terapeutica… L’autobiografia può diventare letteratura solo se ha un linguaggio che rompe e credo sia questo il merito principale del mio libro, perché sì, ho avuto una vita caruccia, abbastanza movimentata… però penso che sia più significativo come scrivo, il ritmo: per me la scrittura è principalmente ritmo, scansione, musica.
E come lavori su questo ritmo?
Scrivo di getto solo la bozza. Poi, con una certa maniacalità, vado a “scalpellare” la parola e la frase, a spostare millimetricamente la virgola perché la resa sia quella che ho in mente. Un pezzo di scrittura è esattamente come un’equazione, o torna o non torna: quando metti un punto – che sia alla fine di un post in rete o alla fine di un libro – la cosa che hai scritto ti deve “tornare”. E secondo me, torna quando hai recuperato tutti gli elementi che hai sparpagliato nel corso del racconto: si devono in qualche modo coagulare nel crogiuolo delle ultime tre frasi.
Quanto ha contato scrivere su Internet?
Il blog è stato una palestra del mio stile: quasi ogni post ha la sua compiutezza e la destinazione “da diporto”; visto che è un hobby, ha quella freschezza che credo di aver mantenuto anche nel libro. Poiché mi aspettavo di vendere 200 copie, non 70mila, ho parlato molto a ruota libera, senza curarmi dei contenuti: se avessi saputo che il mio libro avrebbe fatto questi numeri, magari mi sarei risparmiata il capitolo sui cazzi (“Gita al fallo”, n.d.r.).
O forse ha venduto tanto anche grazie a questo. Oltre al fatto che è molto divertente…
La capacità di cogliere il lato comico delle cose deriva dalla comprensione profonda di quello che accade, altrimenti sei vissuto dalla tua vita e dalla tua angoscia e non riesci a parlarne con distacco e leggerezza. Per quanto mi riguarda, avevo speso un macello di soldi da una psicoterapeuta per cogliere i nodi che mi avevano impigliata. Se questo non fosse accaduto, sicuramente sarebbe stato un libro molto più drammatico. In generale, riesco a essere ironica su cose che conosco molto bene, non riesco a essere artificialmente simpatica. Credo centri poi anche la padronanza della lingua: far ridere non è soltanto riuscire a cogliere una situazione, ma soprattutto riuscire a coglierla con le parole giuste. Nel mio libro, al di là di alcune situazioni comiche, ci sono soprattutto miscugli di lettere, parole e frasi che nel loro insieme fanno ridere.
Torniamo sul blog. Adesso che sai che ti conoscono 70mila persone, la senti un po’ la pressione quando scrivi?
Sì, sì, sì, sì, sì, sì. Infatti il blog è mezzo fermo, ma incide anche il fatto che ho poca pace: prima il blog era l’unico angolo in cui io potevo scrivere, adesso la mia vita mi costringe a farlo costantemente per professione, sui giornali, per il cinema, per l’editoria. Il blog ha perso un po’ la connotazione di passatempo: non ho più bisogno di scrivere per svagarmi, per svagarmi ho bisogno di fare altro. In più, credo che la gente mi attenda al varco, anche al prossimo libro. Non si aspetta altro che una persona di successo prenda uno scivolone, perché è divertente poter sparlare, poter commentare le cadute di stile.
Fra le cose in cui la tua scrittura riesce meglio c’è la battaglia contro stereotipi, frasi fatte e luoghi comuni. Come ti senti adesso che a te hanno appiccicato addosso l’etichetta un po’ vacua di “fenomeno letterario”?
Me la devo accollare, non posso farci molto. La gente ha bisogno di etichettare, quindi mi devo sciroppare anche chick lit, caso editoriale, libro generazionale… ma cosa vuol dire?! È ovvio che, essendo io nata nel 1981 e vivendo nel 2006, esprima alcuni aspetti della mia generazione, che non per questo sono vaticini sui ragazzi degli anni Ottanta. Allora qualunque libro è generazionale, essendo storicamente collocato. Spesso, poi, mi chiedono se mi senta affine a – le vogliamo elencare? – Melissa P., Bridget Jones e la poveraccia che l’ha inventata che nessuno ricorda come si chiami (Helen Fielding, n.d.r.), Sophie Kinsella ecc… ma io mi sento diversa da loro, come loro si sentiranno diverse da me, se hanno saputo della mia esistenza.
Si è parlato anche di “Pulsatilla-pensiero” o “decalogo di Pulsatilla”.
Non è colpa mia! Io odio il “messaggio” e il “pensiero”, soprattutto se proviene da una persona giovane come me: a meno che non sia un/a filosofo/a in erba non dovrebbe permettersi di esprimere pubblicamente il “Pensiero”. Una cosa che mi auguro emerga dal mio libro è proprio che non c’è una morale, non c’è un finale, la vita è un caos, è la giustapposizione di eventi, di accidenti e di incidenti, che non sono dominati da un cosmos, da un ordine. Non c’è una trama. Il mio cervello e la mia vita sono assolutamente frammentari e quanto di più lontano ci possa essere dall’organizzazione. Quando ho visto su un giornale che veniva elencato per punti numerati il mio “pensiero” sono rabbrividita. È l’appiattimento di cui parlavamo prima: c’è bisogno di fare di me e di altre quegli adesivi per tutte le occasioni.
Un blog, un libro, impegni come giornalista, anche inviata. Prossima missione?
Prossima missione attrice. Hanno comprato i diritti cinematografici per trarre un film da La ballata delle prugne secche e io sono la candidata numero uno per interpretare nientemeno che… Pulsatilla. Volevano farmi fare la regia del film, ma non saprei da che parte cominciare, l’unica cosa che saprei fare è gridare “azione!”. Poi, visto che avevano parlato di Martina Stella per il ruolo di Pulsatilla, che secondo me sono quanto di più distante si possa immaginare (con tutto il rispetto per Martina Stella), ho detto: “Mettete un regista vero a fare la regia, mettete una Pulsatilla vera a fare Pulsatilla”. La proposta è stata accettata, quindi probabilmente trascorrerò l’inverno a fare l’attrice.
E come vedi Valeria a recitare Pulsatilla?
Bene. Proprio per quella non filosofia per cui la vita è una serie di accidenti, fare l’attrice sarà l’ennesimo accidente nel quale mi butterò.
Chi sarà il regista?
Non si sa ancora. Non credo che sarà un autore con la “A”, ma sicuramente deve essere una persona molto in gamba, che conosce bene la tecnica, che si mette al servizio degli sceneggiatori – cioè sempre io! Insieme a un’altra sceneggiatrice. Adesso sto dando l’imprinting alla storia: il rischio di fare un soft porno della Ballata non è così remoto e io vorrei invece tutelare l’identità del personaggio, perché mantenga il suo tono un po’ polemico-politico-fuori dal gregge, che spero si sprigioni qua e là nel libro. Al centro ci sarà la vita del personaggio Pulsatilla e, a partire dalla sceneggiatura, ci vorrà poi un regista che metta insieme il progetto e lo diriga non dico con umiltà, ma con docilità.
Accetteresti anche un regista da film di Natale?
No, a tutto c’è un limite.
Al massimo, non oltre…
Ligabue.


 
 
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