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DEBORA CONTRO PATTI

Debora Villa, in arte Patti, la “bruttina stagionata” di Camera Café, ha qualche ragione per nutrire un sano odio-amore verso il personaggio che le ha portato fortuna

testo: Paolo Madeddu
immagini: Alberto Bernasconi
28/11/2006

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È una Debora senza acca, e sono particolari decisivi. Spesso in carriera, sia a teatro che in tv, ha interpretato la bruttina senza speranza, dai primi riscontri televisivi col Duo di Picche fino alla Patti di Camera Café. Tanto che sorge un dubbio: non è che in tv, se non sei bellissima, per farti notare ti tocca essere bruttissima? Vedendo Debora Villa da Pioltello (Milano) finalmente libera da questi schemi a Glob, su RaiTre, le chiediamo se una donna possa “arrivare” senza puntare sul fisico. E un po’ di altre cose.
La macchina di Camera Café si è fermata, almeno per un po’. Eri stanca?
Stanca ma felice, e felice ma… stanca. Una pausa ci sta bene, dopo tre anni intensi, tutti i giorni. Una produzione di questo tipo impone di vivere assieme come in una famiglia. E in una famiglia ogni tanto si sclera, anche se alla fine ci si vuol bene. Però ora possiamo tutti respirare e fare qualcos’altro.
Eri stanca del tuo personaggio?
Le voglio molto bene perché è una parte di me, però è vero che in certi momenti l’ho odiata.
Perché per strada tutti ti gridano “Patti” ?
Non è una cosa facile da gestire, perché se un giorno non ti riesce di essere simpatica e disponibile, e non hai voglia di essere Patti perché hai problemi a essere Debora, immediatamente diventi “Quella stronza che chissà chi si crede di essere”. Non pensano che sei un essere umano dietro l’icona buffa.
Situazioni tipiche?
Quello che ti rincorre per strada e ti dice: “Salutami Paolo!” e io “Sì, va bene”. Forse pensa che abiti sopra Paolo Kessisoglu e gli dica: “Sai, c’è un tizio visto per strada che ti saluta”. Oppure quello che viene lì, tocca, spintona. Una volta stavo uscendo, mi ero messa elegante e carina, truccata e pettinata e mi sentivo donna in fiore, e uno mi grida dalla macchina: “Uè, ma di persona sei proprio uguale, eh?”.
Visto come Patti sia abbrutita dal trucco, non un grande complimento…
Infatti, sta di fatto che mi sono depressa e sono tornata a casa… Poi c’è quello che ti ferma al bar e dice “Senti, ti faccio una battuta che puoi usare per il tuo spettacolo” e ti racconta la barzelletta che non ti faceva ridere neanche alle medie… Mi viene in mente una cosa successa a Massimo Boldi: un papà, per far ridere il suo bambino, gli ha tirato un pugno in faccia, poi si è girato verso il bambino e gli ha detto: “Guarda, adesso dirà ‘Bestia, che male!’”.
È il prezzo della fama, dicono.
Sì, ma la gente dovrebbe ridimensionare il ruolo di chi sta in tv. Anche i tuoi colleghi. Un giorno un tipo ha scritto che i comici di Glob dovrebbero andare in cella con Saddam. Ma cos’è, una critica? Questo è fascismo, è fare un pastrocchio di tutto. Che senso ha scrivere che dei tizi che fanno un programma comico una volta alla settimana e a mezzanotte sono sullo stesso piano di un dittatore? C’è gente che metterebbe al muro chiunque non gli garba. Mi turba il fatto che il direttore del giornale abbia approvato il pezzo, magari dicendo “Mi piaci perché sei cattivo, sei acido”. Invece di dirgli “Anche se quelli ti stanno antipatici e ti sembrano scarsi, questo non ha senso”. Sai, lui scrive questo, poi un ministro sbraita contro negri e musulmani, e la gente dice “Oh, finalmente uno senza peli sulla lingua”. Invece è violenza linguistica, e precede di poco quella vera.
Parliamo un po’ anche delle soddisfazioni.
Be’, ne ho avute parecchie. Pensa che a Pioltello mi hanno fatto cittadina benemerita. Il che la dice lunga su Pioltello, ah ah! Però ora sta migliorando, hanno fatto una piscina, c’è un cinema. Ma per anni non c’è mai stato niente. Ci mandavano i mafiosi al confino per punirli, non so se mi spiego.
Adesso dove abiti?
A Gorgonzola con mio marito, che lavora a Segrate.
Sei una bandiera per l’hinterland.
In quei posti, o ti droghi, o ti lasci morire di noia, oppure reagisci. Io fin da piccola organizzavo le scenette nel cortile di mia nonna. È così che ho iniziato: non ho realmente studiato teatro, anche perché costava troppo, però ho sempre costeggiato questo mestiere: ho fatto l’animatrice, le feste di compleanno, un corso per educatore di strada…
Sarebbe?
Uno che va a prendere i ragazzi in strada e li invita a non drogarsi e non lasciarsi morire di noia.
Chi ti faceva ridere?
Mi piacevano da matti Boldi e Teocoli quando su Antenna 3, la tv di Busto Arsizio, facevano i loro sketch. Era la nostra versione di Saturday Night Live, un evento con un pubblico vero, con la gente che faceva a botte per essere dentro.
Il primo provino?
Per Paolo Rossi. Non sapevo cosa portare, e in un giorno ho scritto un monologo con l’elenco dei miei difetti fisici, e lui ha riso. Me lo ricorderò per sempre, quando ho finito ero a un metro da terra.
Ascolta, ma non è un cliché quello di giocare sul fisico? Specie per la comicità femminile?
Sì, ma ha un senso. Siamo nella società dell’immagine, e ogni bambina sogna di diventare velina. Nella misura in cui una donna ha persino il sogno preconfezionato, bisogna destrutturarlo. Sei una donna e tutti si aspettano che tu sia bella, porca e disponibile, e a 12 anni ti rifaccia le tette. E io vado a colpire lì. Cioè, non sono bella, non me ne frega niente e te ne canto anche quattro!
È per questo che la comicità femminile gioca così tanto sull’antitesi bellezza-bruttezza?
Per decenni lo ha fatto anche quella maschile, eh… Pensa come erano brutti, quasi deformi i comici maschi di tanti anni fa. Ma ci sono anche la Cortellesi e la Massironi che sono belle ragazze. Poi se vuoi è anche una cosa personale, di me e altre che non essendo strafighe, ne abbiamo sofferto e abbiamo imparato a combatterla. Io poi avevo una madre bellissima e questa cosa di dover essere bella ti rimane un po’ dentro. Però con ironia e autoironia superi tutto: non devi prenderti sul serio neanche nella tua frustrazione. Forse mi sfotto per defrustrarmi… Comunque con gli uomini ho sempre avuto successo. Vado da un uomo e gli dico “Ehi, lo sai che mi piaci?”. L’ultimo me lo sono sposato.
Non hai sposato un collega.
Guarda, i comici non sono facili da sopportare. Specie gli uomini. Fanno sempre battute, specie quando si incontrano: “Io sono più spassoso di te!”. Cercano di superarsi l’un l’altro come tra galletti nel pollaio.
Forse perché nella comicità c’è una certa aggressività.
Certo. La prima aggressione la fai a te stesso, ti misuri con l’autoironia. Ma tra comici si tende a strafare, ci si mette a fare gli spiritosoni anche in modo esagerato, senza motivo. Non è che quando due chirurghi si incontrano, uno dei due comincia a tagliare l’altro.
Della comicità italiana ora come ora, cosa pensi?
Così così. Va forte il cabaret televisivo, ma è un discorso a parte. Comicità in tv, per esempio nelle sit-com, non ce n’è molta. In Italia si fa fatica a proporla. Quella americana è inarrivabile.
Strano, la vediamo da anni, com’è che non riusciamo a imitarla?
Prova a fare in Italia cose tipo Scrubs o Friends, non si riesce. Noi abbiamo altre caratteristiche, a partire dal senso della battuta.
Camera Café ha funzionato perché non ci sono battute?
Esatto, a essere divertenti sono le situazioni. Qualche battuta c’è, ma solo se rispecchia ciò che il personaggio avrebbe detto in ufficio. Noi in generale siamo portati per la sceneggiatura forte, che rispecchi la vita quotidiana. Come nel cinema di Totò e De Sica, che facevano commedie straordinarie e amare. È quello a cui dovremmo mirare, ma da tempo non si fa più, forse dai film di Troisi. Aspetta, stavo dimenticando Verdone… Benigni no, di commedie non ne fa più, l’ultima è stata Johnny Stecchino, mi pare.
Un altro filone d’oro della comicità italiana sono le imitazioni. Tu hai fatto quella di Patti Pravo.
Per ora ho fatto solo quella perché non mi sono mai considerata un’imitatrice. Forse è stato per fare un’altra Patti… Ma di imitazioni ce ne sono troppe, e a me viene da fare tutt’altro. Non per presunzione, giusto per dare al pubblico qualcos’altro.
A Glob non hai fatto una macchietta, hai fatto te stessa.
Sì, la tipa sopra le righe… È quello che sono: una che si agita un po’ più della media.
È vero che è così difficile lavorare in Rai? Tu hai dovuto concederti a qualche onorevole?
Non la do a nessuno – ma nessuno me l’ha mai chiesta, ah ah! A parte questo, trovo che questa idea sia stata portata all’eccesso. Una volta un aspirante attore mi ha ringhiato: “Certo, certo, siete tutti raccomandati”. Pronto? Dici a me? Che vengo da Pioltello e ho mangiato pane e cipolla fino a ieri? Ma il dramma è che la sua indignazione si basava sul fatto che “lui” avrebbe voluto essere raccomandato, e non ci riusciva.

 
 
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