NUDA PETRA
Insieme a Ferruccio Spinetti ha fatto una scommessa: spogliare la musica altrui del superfluo e ridurla ai soli contrabbasso e voce. La sua. Che sul palco non tradisce
testo: Vita Magnani
immagini: Cesare Cicardini
28/11/2006

Un giorno, per caso, Petra Magoni duetta con Ferruccio Spinetti degli Avion Travel. Suonano insieme – voce lei, contrabbasso lui – e in un pomeriggio consolidano l’asse toscano (lei vive a Pisa, lui a Siena) registrando Musica Nuda, cd di cover che spaziano da Roxanne a Guarda che luna. È il 2004: vendono 10mila copie in Italia e 15mila all’estero, arrivano terzi al Premio Tenco e ottengono riconoscimenti in Francia, fino al premio Progetto Speciale al MEI 2005. Quest’anno replicano con Musica Nuda 2. Petra, intanto, ha fatto un duetto anche di... figli.
Musica Nuda 1 e 2… quali abiti avete tolto alla musica?
Le abbiamo tolto un po’ di tutto perché il progetto è nato così: prendiamo canzoni molto conosciute e le spogliamo di tutti gli strumenti, lasciando solo contrabbasso e voce. Il resto chi ascolta se lo può comunque immaginare: può pensare al fill di batteria o al riff di chitarra che noi non suoniamo ma che tutti sappiamo esserci nella versione originale di quella canzone. Lasciamo molto spazio all’ascoltatore. Poi nel corso degli anni, dopo più di 100 concerti, ci è venuto anche spontaneo scrivere qualche canzone, ma non è un nostro obiettivo: c’è tanta bella musica in giro che aspetta solo di essere suonata.
L’aggettivo “nuda” mi fa venire in mente anche “cruda”...
Mmmh, a questo non avevo mai pensato. Però è vero che abbiamo trovato molte estensioni al concetto di “nudo”. Per esempio, è un progetto che è nato dal basso: chiamavamo noi i primi locali in cui suonare, abbiamo trovato noi l’etichetta con cui pubblicare il lavoro. Un gradino dopo l’altro siamo arrivati a qualcosa che, pur rimanendo in un ambito per così dire “di nicchia”, ci sta dando molte soddisfazioni in Italia e soprattutto all’estero.
Giocherei ancora un po’ con le associazioni mentali. Sempre “nuda” mi fa pensare a un corpo, mentre la musica, in quanto immateriale, è più spesso associata all’anima. Come la vedi tu?
La vedo viva, e quando si è vivi si è sia corpo che anima. Per me cantare – come suonare, per qualsiasi musicista – non è un lavoro, è quasi un bisogno. Se io non canto, dopo qualche giorno sto male, mi manca qualcosa e per questo la vedo come un fatto fisico. E per il tipo di strumento che suono, l’elemento fisico c’entra davvero perché la voce ce la portiamo sempre appresso, anche se non ci pensiamo, e risente di tutto, dei nostri stati d’animo ma anche della nostra salute. Non puoi chiuderla in una custodia e lasciarla lì: se la sera prendi freddo, la voce ne risente.
L’aspetto più legato all’anima e alla sfera delle emozioni si esprime invece nelle canzoni che scegliamo, che per noi hanno sempre un significato legato a un sentimento, positivo o negativo. Quando canto determinate canzoni, per esempio, succede una specie di “esorcismo”…
?!?!
… semplicemente ogni volta rivivo una determinata situazione e la circoscrivo al momento in cui canto la canzone, perché cerco di dare molto significato al testo che sto cantando.
Non mi sembra una cosa che succeda spesso, nemmeno a chi canta le sue canzoni…
Qui è un po’ la differenza. In realtà c’è tanta gente che canta bene in giro, siamo pieni di belle voci, però non trovo quasi mai qualcuno che sappia quello che sta dicendo. L’uso che cerco di fare io dello “strumento voce” è questo: usarla anche male tecnicamente, ma sottolineare quello che sta dicendo il testo. Per esempio, Guarda che luna siamo abituati a sentirla canticchiare come una canzoncina da spiaggia: in realtà, dice “Vorrei morire perché tu non ci sei”… mica poco! Le parole che usa sono quelle, è scritto, e io le interpreto in questa direzione. Questa è un’impostazione che mi deriva dagli studi che ho fatto, dal canto gregoriano per la precisione, dove la musica era al servizio della parola. Addirittura, la musica in quel periodo non aveva “tempo” prestabilito, seguiva invece il ritmo della parola e del discorso. Impercettibilmente, alla lontana, cerco di rifarmi proprio a questo principio, soprattutto con certe canzoni italiane di cui non siamo abituati ad ascoltare il significato.
Altri esempi?
Mamma mia dammi cento lire è senza dubbio un’altra canzone disperata, che può essere vista in due modi: il primo è la storia del bastimento che affonda, tema attualissimo in tempo di migranti che tutti i giorni tentano di arrivare qui ma non ce la fanno e affondano, annegano nel mare (peraltro “affogare” dà questa sensazione di gola chiusa e bloccata, da usare proprio così per interpretare la canzone); l’altro aspetto è una visione della depressione, un affondare che sempre più persone provano quotidianamente. Mamma mia dammi cento lire è anche questa sensazione di non respirare più, di affogare.
Torniamo al canto gregoriano: fra i vari studi, so che hai frequentato il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Milano, che dal nome dà l’idea di qualcosa quantomeno fuori dal tempo… e invece?
E invece è proprio così! Non era esattamente per me in tutto e per tutto, però ho imparato delle cose che non avrei trovato fuori da lì. Anche in conservatorio, per esempio, il canto gregoriano non viene proprio considerato e invece è la base di tutto, a partire dal suo essere diverso da tutto il resto della musica rispetto al tempo: il tempo era dato dalla parola.
Il contrario di quello che viviamo oggi.
Sì, esattamente il contrario, anche se poi tutto deriva da lì.
Misteri della Fede. Se invece dovessi scegliere un tempo musicale, qual è quello che meglio si adatta alle tue corde (vocali anche)?
Ehhh, il tre. Il tre è bello… il tre quarti. Non è che lo vorrei cantare tutti i giorni, ma è vero che i pezzi in tre sono quelli che istintivamente arrivano prima.
Significati esoterici legati al numero 3?
No.
Avete affrontato e state affrontando un lungo tour, sia in Italia sia all’estero. La luce cambia da città a città. E la musica?
No, la nostra musica non cambia nelle diverse città. Una cosa che mi ha stupito, per esempio, è stato vedere la reazione del pubblico italiano e la reazione del pubblico francese – di fronte allo stesso repertorio – e trovarla assolutamente identica.
Ti capita mai di fermarti ad ascoltare il suono delle città in cui ti trovi?
Mi piace andare in giro quando sono in una città che non è la mia e cercare di vedere il posto. Mi piace quando suoniamo in occasioni in cui magari non siamo soli e posso ascoltare anche altri gruppi. Oppure a Parigi, che è la città in cui ci troviamo più spesso in tournée – almeno una volta al mese ci capita di stare là – è stato bello per me entrare in contatto con la musica francese e con il mondo sonoro di una lingua nuova e non solo cantata. Mi piacciono anche le diverse sonorità dei dialetti italiani ma, con noi, le persone parlano poi in italiano, ovvio; in Francia, invece, c’è stato l’impatto con questa dimensione totalmente sconosciuta e che adesso sto imparando a conoscere: sono molto orgogliosa perché il francese non lo avevo mai studiato e adesso sempre più spesso lo canto.
Peraltro, voci femminili di tutto rispetto in Francia.
Sì, ma devo dire che sto ascoltando più i cantautori. Nougaro mi piace tantissimo e infatti abbiamo fatto un suo pezzo (La vie en noir, n.d.r.) e un pezzo di Gainsbourg (Couleur café, n.d.r.). È venuto naturale, proprio perché siamo entrati in contatto con il loro mondo.
Ho letto, fra le recensioni che parlano di te, un appellativo che richiede un certo impegno: The Voice, come Sinatra… come si fa a non montarsi la testa con un paragone del genere?!
Mah, forse solo per il colore degli occhi… A parte gli scherzi, non mi monto la testa semplicemente perché ho la mia trentina d’anni abbondante, ho avuto già le mie esperienze in passato – momenti belli e momenti brutti intendo – quindi mi rendo conto che questo mestiere è fatto di lavoro. Anche di fortuna, certo: per me la fortuna è stata incontrare Ferruccio. Però, la testa te la puoi montare quando hai le folle osannanti e questo a noi non capita. Anzi, la cosa che io amo è che, anche se andiamo in giro, non c’è la gente che ci ferma (che deve essere anche una bella scocciatura!) però poi suoniamo e il pubblico non manca mai. È bello non avere quel tipo di popolarità che può diventare fastidioso, ma avere l’attenzione di chi viene ai concerti, che sono poi quelli che comprano i dischi: questo è l’ideale.
Abbiamo parlato di canto finora… spieghi a una profana che cosa si prova quando si canta?
Non hai mai cantato?
Con parsimonia.
Nemmeno sotto la doccia?!
Non lo definirei cantare…
Che cosa si prova… Beh, a parte sentire la voce che esce, percepisci tutta un’emozione e poi, soprattutto, senti di riempire lo spazio.
E “dentro”?
Dipende da quello che canto e dallo stato d’animo. Prima ti dicevo che quando canto certe canzoni, rivivo determinate situazioni e le esorcizzo. Poi dipende, se hai mal di gola, se hai molti concerti come la mia voce in questo periodo… Però sta bene: la faccio vedere ogni anno dal foniatra.
Che cosa fa il foniatra?
Ti guarda. Con una telecamerina ti fa vedere in televisione le corde vocali. Quante sono le corde vocali???
(Domanda trabocchetto, è il titolo di una canzone dell’album) Due. Quella con Ferruccio è una delle più proficue, ma non è certo l’unica delle tue collaborazioni…
È una cosa che mi piace. Da tutti, non solo dagli artisti, c’è sempre qualcosa da imparare. Il fatto di collaborare con altri, nello specifico, porta anche a non stancarsi di quello che si fa: se cantassi tutte le sere le stesse dieci canzoni mi verrebbe un po’ a noia tutto.
Il sogno nel cassetto?
Il massimo, per me che canto accompagnata dal contrabbasso, sarebbe Sting. In quanto bassista e cantante.