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UN TAGLIO COL PASSATO

Capelli corti e cd nuovo. Elisa ci racconta i suoi luoghi preferiti, da Trieste a San Francisco. E si sente quasi pronta per un disco tutto in italiano


testo: Daniela Faggion
13/12/2006

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Un taglio netto ai capelli per “alleggerire”. Lei che, prima del provino fatale con Caterina Caselli, lavorava nel salone acconciature di famiglia. Cullata lontano dalla sua stessa voce, Elisa festeggia ora dieci anni di carriera in musica, con un album che si intitola Soundtrack 96-06. Per questa “colonna sonora” si è messo a scrivere anche Ligabue, e lei giura che presto supererà la sottile linea rossa che separa l’inglese dall’italiano.

Sei uscita con 17 canzoni di venerdì 17… non sembri essere superstiziosa.
In effetti non lo sono molto, ma questa è stata davvero una coincidenza. Fino all’ultimo momento le canzoni scelte erano 16, poi è arrivato Paolo Buonvino, che mi ha detto: “Ho scritto il tema di Manuale d’amore, Capitoli Successivi (il nuovo film di Giovanni Veronesi, n.d.r.), vuoi cantarla?”… e opplà, un’altra avventura! Abbiamo girato sette studi in cinque giorni, dormendo zero e lavorando come matti, perché la produzione del disco era già chiusa. Però la melodia mi era piaciuta tanto, ho scritto il testo pensando a sensazioni mie, non al film, ed è nata Eppure, sentire che sarà il secondo singolo.

La tua musica è stata scelta da diversi registi: D’Alatri, Gilbert, Muccino, ora Veronesi… Il titolo della tua raccolta, Soundtrack, significa proprio “colonna sonora”. A quale cineasta affideresti il film sulla tua vita?
Io farei due film: uno con la storia vera, regia… David Lynch o Terrence Malick, quello de La sottile linea rossa, che fa un film ogni cento anni però è incredibile; l’altro con la parodia, da affidare a Woody Allen o a Steve Martin, perché bisogna sempre buttarla sul ridere!

Ligabue, che fa anche il regista, ha pensato a te per la canzone Gli ostacoli del cuore e nel disco c’è anche un terzo inedito in italiano. Riavvicinamento alla lingua madre?
Diciamo che “ci sto provando” di più e cerco di essere più aperta. Forse ho anche voglia di confrontarmi: prima o poi, vorrei fare un disco intero in italiano, ma principalmente per me, per misurarmi e capire se riesco a tirare fuori le emozioni anche così. Molti pensano che io canti in inglese per ragioni commerciali: forse poteva essere vero all’inizio, ma se in dieci anni il disco in italiano non è ancora arrivato è perché non ero pronta. Però è un istinto viscerale, è la mia lingua… è come entrare in un negozio di strumenti e suonarli tutti tranne uno: fino a quando non lo suoni, ti resta sempre un tarlo. In italiano sono i tuoi pensieri nel booklet dell’album. Ricorrente è quello di tornare a casa. Senti così tanto la nostalgia?

Sì, ma penso che tutti, quando finiscono di lavorare, vogliano tornare a casa indipendentemente da dove sia. Anche se fosse solo dietro l’angolo.

Alla tua terra, Monfalcone e dintorni, sei molto legata, le hai dedicato anche la canzone con cui hai vinto a Sanremo, Luce. Che cosa ti piace del posto in cui ami così tanto tornare?

Le distanze, per esempio, e il fatto che da un posto all’altro, magari in soli 10 minuti di macchina, l’orizzonte cambi e ci siano colori contrastanti: da un paesaggio industriale alla natura, dai cantieri del porto al Carso. Nel porto stesso c’è una parte più dura, “metallica”, e una parte di natura: l’isola dei Gabbiani, Grado e tutta la parte della Laguna, poi Pirano e il faro subito dopo Trieste.

Trieste non è molto lontana, quindi. La frequenti? Non tantissimo ma solo per mancanza di tempo: quando sono a casa preferisco stare con la mia famiglia e gli amici che ho là mi vengono a trovare, quindi alla fine sono stata a Trieste più per suonare che per altro. Però mi piace un sacco e vorrei andarci più spesso. L’ultima volta è stata per il concerto di Luciano (Ligabue ovviamente, n.d.r.), il 4 novembre; poco tempo prima eravamo stati per la Barcolana e abbiamo suonato in Piazza Unità, la più grande in Europa ad affacciarsi sul mare: c’erano 25mila persone, incredibile… la Barcolana è una festa grossa!

La tua regione è anche una zona di confine, in cui la storia e i conflitti recenti sono stati molto visibili. Per quanto riguarda il conflitto balcanico, i segni erano evidenti: di notte si sentivano passare sopra la nostra zona gli aerei che andavano a bombardare la Bosnia e sullo stradone per andare a Trieste c’erano i carri armati in fila. Poi, tanta gente scappava: molti profughi tentavano di entrare in Italia, dal confine di Casarossa ma anche attraverso tutte le radure del Carso. È stato un problema abbastanza sentito.

Per lavoro, però, sei anche tanto all’estero. Dove ti senti a casa fuori dall’Italia?

Un posto tanto lontano, ma che sento altrettanto vicino, è la California: San Francisco e Berkeley, in particolare, sono come una seconda casa, forse perché sono andata lì così piccola (a 18 anni, n.d.r.) e ho passato i primi tre mesi fuori casa della mia vita. Ci sono stati momenti in cui mi mancavano la famiglia e gli amici e ho avuto paura, ma Berkeley è stata accogliente e calda e ho stretto amicizie importantissime. Figurati che quando ci sono andata la prima volta non ero mai stata nemmeno a Roma.

Adesso invece Roma la conosci bene.
Roma è la città più bella che abbiamo in Italia, da ogni punto di vista: dall’aria che si respira al clima meteorologico, dalle cose che si possono fare all’attitudine delle persone. A me piace molto: l’Italia in generale, comunque, è un Paese straordinario. Molto piccolo, ma ci facciamo sempre notare, siamo sempre “in mezzo”… Poi, un paese che ha la forma di uno stivale non ti sembrerà mica serio?!

A proposito di stivali, scarpe e soprattutto vestiti, ricordo male o te li disegnavi da sola?
È capitato nel periodo di Luce, avevo disegnato dei costumi per il video insieme alla stilista con cui collaboravo, ma è stato un puro divertimento. Avevo anche pensato a fare una linea di vestiti ma non ho proprio tempo: disegno ancora qualcosa ma non l’ho mai realizzato. Personalmente, non sento di aver ancora trovato il mio stile: di certo non sono una femme fatale e sono abbastanza semplice, ma a volte ho delle uscite bizzarre e credo di essere stata “sorprendente”. Una volta Vogue mi aveva più o meno definito “goffa, con un taglio di capelli imbarazzante e dalle forme generose”… contando che ho appena una seconda...

Piaccia o non piaccia, ora hai dato un taglio netto ai capelli.
Sì, e con felicità. Ho avuto i capelli lunghi per anni, con o senza frangia, e a un certo punto mi vedevo sempre uguale… così ho detto basta! Poi figurati: io ho fatto anche la parrucchiera, come mia mamma, mia sorella e mia zia, e so che c’è una precisa dinamica psicologica dietro a tutto questo: la definirei “bisogno di alleggerire”. Sì, e di solito c’entra con un uomo.
Diciamo solo che è “colpa” del mio ragazzo. Festeggi 10 anni di carriera, ma sembra che tu abbia appena cominciato a parlare, come se di te finora avessi appena mostrato la punta di un iceberg… Assolutamente sì. Non so però se questo iceberg si scioglierà mai del tutto.

Però ha cominciato… Credo sia stato il tempo, la maturazione naturale delle cose. A un certo punto sei più pronto per certi cambiamenti e lo scopri a mano a mano che succedono. Non è facile, però so di aver avuto anche una grande fortuna perché faccio quello che mi piace e ho la possibilità, anzi, il dovere di dire quello che penso. Non sempre ne esci senza ferite o senza cicatrici, però è un prezzo che ora pago tranquillamente.

Hai scritto che ci sono canzoni con qualcosa di magico e indistruttibile. Tu hai capito che cosa sia? È un po’ un passaporto per viaggiare e sopravvivere nel tempo. E questa è la mia verità, anche se non fosse vero.
 
 
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