PERÒ CHIAMATEMI SUSO

Gavetta canora poliedrica, “medaglia d’oro” ad Arezzo Wave nel ‘99 e al Mantova Musica Festival del 2004. Ma il credo di Susanna Colorni è: anche gli stonati possono imparare a cantare

testo: Christian Carosi
immagini: Martina Della Valle
19/12/2006

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Trovarsi in quella fascia d’età indefinita che si aggira intorno ai trent’anni, quando si fanno i primi bilanci, il futuro incombe incerto, si è dibattuti tra entusiasmo e delusioni, può rendere arduo il proprio percorso e reprimere le inclinazioni personali a favore di scelte più convenzionali e rassicuranti.
Per questo l’incontro con Susanna Colorni, in arte Suso, è una piacevole eccezione che “conferma” che i luoghi comuni fin qui espressi debbano essere considerati come tali. Tra consapevolezza e dubbi, ricordi e progetti, critiche e voglia di fare, la Suso, come si dice qui a Milano, una cosa chiara in testa ce l’ha da parecchi anni: la bella voce di cui dispone ha il diritto di farsi sentire. Ci troviamo al Matatu, un circolo Arci in zona Isola dove lavora come organizzatrice di serate musicali.

Scusa Suso, ma sembri un po’ troppo solare e ottimista. Sarai mica un personaggio costruito? Sì, però solo dalle esperienze che ho fatto. Il mio attuale produttore, Carmelo la Bionda dell’etichetta Akwaba, conosciuto mentre facevo gingle musicali, ha provato a creare un’immagine spendibile per commercializzarmi meglio, ma si è un po’ scontrato con il mio passato, fatto dai diversi gruppi con i quali ho iniziato a cantare in pubblico: gli Outland con cui facevamo musica originale, la Sciallo Orchestra, 14 elementi con tanto di sezione fiati che suonava il soul, I Supermacanudo che mi hanno insegnato a fare musica elettronica e insieme ai quali nel 1999 ho vinto Arezzo Wave. Con Carmelo è iniziata la mia carriera da solista, la pubblicazione del primo disco (Suso per l’appunto) e nel 2004 ho vinto il Festival di Mantova come miglior interprete. Questo riconoscimento mi ha portato molta fortuna, ma le emozioni più forti mi sono arrivate dalla collaborazione al disco Danni collaterali uscito nel 2003 con il Manifesto, contro la guerra del Golfo, e al quale ha fatto seguito una tournée con i vari interpreti, da Gino Paoli a Lella Costa, Ricky Gianco, gli Skiantos ecc.
Insomma hai cantato con i grandi, hai fatto un disco, sei distribuita dalla Sony: raccontata così sembra tutto facile, come se bastasse voler cantare per diventare una cantante.
Forse è perché sto vivendo anni splendidi, quella fase in cui inizi a capire delle cose, raggiungi un po’ d’indipendenza economica, ma allo stesso tempo hai ancora voglia di fare la cazzona, anni bellissimi, sprecati nel mio caso. No scherzo! Comunque non è che le cose succedono solo per fortuna: adesso la gente crede che basti passare in televisione per diventare famosi sulla scia del noto programma della De Filippi. Sono andata a un concorso per voci a San Marino, dove vedevi queste ragazzine in minigonna, accompagnate dalla mamma che non avevano assolutamente idea di cosa fosse interpretare la musica, metterci dentro sé stessi, raccontare una storia. Sono 12 anni che prendo lezioni di canto e ho fatto otto anni di pianoforte prima, ascolto ogni genere di musica dal punk allo ska alla musica leggera, sono cose che servono tantissimo, c’è tutto un lavoro sotto, anche di ricerca. Per esempio, cantare musica popolare tramandata oralmente di generazione in generazione mi dà una forza e un’energia che altrove non trovo. Ma lo sapevi che la canzone originale dei partigiani non è O bella ciao, ma Fischia il vento?
I partigiani, il disco contro la guerra, il Festival di Mantova, fai per caso politica con la musica?
La politica non la metto nei miei pezzi, perché credo sia un talento molto particolare, come quello di Daniele Silvestri, creare testi di valore in questo campo. Però si può fare politica anche cantando canzoni per raccogliere fondi a favore di Emergency, mettendo il proprio disco gratis su internet, facendo un concerto in un luogo piuttosto che in un altro. Hai in mano uno strumento forte ed è giusto usarlo. Anche decidere di fare musica a Milano in fondo è politica. Qui la situazione è disastrosa, dopo gli anni Novanta, quando c’erano gli Afterhours e la Cruz, stiamo vivendo un periodo di totale recessione creativa. Un sacco di posti tipo il Tunnel sono morti, suonare in giro è difficile, mancano le persone che ti aiutano; a Torino, per esempio, da anni si aprono locali di piccole dimensioni dove sono ospitati concerti, la gente si è abituata a uscire per andare a sentire musica dal vivo, mentre qui che cosa fai? Il jazz non esiste più, l’unico è il Blue Note dove però paghi un casino per entrare, per la musica elettronica ci sono solo i Magazzini Generali, mancano posti intermedi, diversi dal Rolling Stone o dal PalaMazda, qualcosa che si avvicini più all’idea del club. È come un gatto che si morde la coda, i milanesi hanno perso il gusto di andare a sentirsi un concerto e i gestori non pagano i musicisti perché tanto la gente non viene, mancano gli investimenti statali, che magari permettono di organizzare un festival: tu ci vai, la gente ti vede, magari trovi quello che ti dice “vieni a suonare nel mio locale” e il meccanismo torna a girare. Sai quanti colleghi conosco che sono andati all’estero a tentar la fortuna e magari ce l’hanno anche fatta, un po’ come la “fuga dei cervelli” dalle università. Per ora la mia politica è restare qua!
Allora ti senti una specie di avanguardia del movimento musicale a Milano?
Ma zero! Io sono un’operaia della musica, sempre indietro rispetto alle mode, per essere all’avanguardia bisogna essere un po’ geniali, come lo sono stati negli anni ‘70 Luigi Nono, Berio, Stockhausen. Io faccio – spero bene – il mio mestiere, quello dell’interprete e ora cerco di trovare suoni nuovi per virare ancora di più sull’elettronica, mantenendo la vibrazione di uno o due strumenti dal vivo.
E che futuro vorresti per la tua città?
Tanta musica in più. In fondo tutti possono cantare, non esistono gli stonati, si tratta solo di una questione fonetica e dopo un anno di esercizi per imparare ad ascoltarsi e a usare la propria voce chiunque può mettersi a cantare con soddisfazione. Pensa che bello se a Milano si sentisse più gente che canta!

 
 
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