BRIVIDI DA WRITER
Come quelli che si provano nel nuovo videogame di Marc Ecko. E come quelli che questo ex graffitaro, oggi creativo di successo, ha fatto venire al sindaco di New York, quando per lanciare il gioco ha dato in pasto ai grandi nomi della street art dieci finti vagoni della metropolitana
testo: Sasha Carnevali
19/12/2006

Marc Ecko è simpatico. Con candore ammette che ha smesso presto di graffitare i muri di New York perché non era abbastanza atletico per arrampicarsi, lasciare la sua tag su superfici meno probabili di quelle ad altezza- uomo e riuscire a scappare in tempo dalla polizia. Aggiunge che, comunque, non era così bravo. E poi che aveva appena conosciuto la moglie… Insomma, 13 anni fa ha appeso al chiodo la bomboletta e ha deciso di incanalare la sua energia in altre piazze della street culture. Partito dal niente, questo ex-studente di farmacia che sembra il fratello ciccio di Ben Affleck (non Casey, che esiste ed è piuttosto spigoloso: diciamo un fratello immaginario) oggi è un famoso stilista, editore, promotore, portavoce e creatore di videogiochi con ufficio stampa, assistente personale e 850 persone direttamente a libro paga. La sua ultima fatica è Marc Ecko’s Getting Up – Contents under pressure (Atari), un videogame fatto di vita di strada e di graffiti, di cui si aspetta l’uscita il 24 novembre.
Scusa ma quanti anni hai?
33.
A 33 anni hai già fatto tutto questo?
Bisogna saper delegare. Sono un creative director: nella moda difficilmente chi si definisce un designer in realtà ha a che fare con le minuzie del mestiere… più che altro è un lavoro di coordinamento di un team. Sai come si dice, che ogni sette o nove anni le cellule del corpo si rigenerano e diventi una nuova persona? (Mai sentito, ma suona promettente). Tre anni fa ho deciso di passare più tempo a fare il “direttore” e permettere così ad altri della mia azienda di disegnare. È l’unico modo per crescere: condividere la conoscenza e fare un passo indietro.
Quindi come ti definiresti?
Quello che mi definisce come persona è soprattutto il rapporto che ho con mia moglie e i miei bambini. È interessante essere “quello che mantiene la famiglia” e allo stesso tempo cercare di essere “uno che influenza la cultura pop”.
Vivi a New York?
No, ho due case nel New Jersey.
Faccio il pendolare tutti i giorni.
Sei un Jersey Boy!! Come Ol’ Blue Eyes e il Boss!
Sono un Jersey Boy!!
A proposito di New York: dovrebbe essere la città più aperta all’arte nel mondo, però Christo ci ha messo 20 anni per mettere i suoi “cancelli” di stoffa arancione a Central Park e tu hai dovuto appellarti all’emendamento sulla libertà di espressione per riunire degli artisti a graffitare delle fiancate di finti vagoni della metropolitana, quando in agosto hai organizzato il lancio di Getting up. Che succede?
Sai una cosa? Philadelphia ha una comunità artistica molto più dinamica. Me ne rendo conto viaggiando e soprattutto quando cammino a New York: qui non si organizzano mostre esterne, non vedi arte sul marciapiede. Meglio Chicago o San Francisco. Ora, quella che uno considera arte per un altro è spazzatura, quindi non mi metterò a dibattere che cosa sia l’arte: l’unica cosa che ottieni è che ti viene la pressione alta e ti metti a urlare. Quello che abbiamo qui in America è però la libertà di espressione. Non mi importa se qualcuno pensa che i graffiti non siano arte. È la loro opinione. Ma chiunque sia in contatto con la cultura giovanile vede che i grandi marchi vendono i loro prodotti usando il linguaggio dei graffiti. Invece di cercare di capire che cosa abbia dato vita a questo fenomeno, c’è gente che parla solo di come sabbiarli via dai palazzi.
Dove si fa la migliore street art adesso?
Sicuramente in Brasile, Danimarca e a Berlino.
Qui da noi il critico Francesco Bonami ha scritto dei graffitari: “La loro arte, nata per viaggiare sui treni, nel buio dei tunnel, muore, come un Dracula dell’immaginazione, sotto i riflettori di gallerie e musei”. Sei d’accordo?
No, non sono d’accordo. La street art è essenzialmente pop, si fa proprio per essere famosi! Fanno benissimo gli artisti “arrivati” a vendere nelle gallerie, a cambiare mezzo, a usare una tela, a fare i soldi. Ne hanno tutti i diritti.
Lo spirito creativo vero non muore mai, ci sarà sempre qualcuno che trarrà forza dall’opera di qualcun altro e ne farà qualcosa di nuovo. È lo spirito umano.
Parliamo di Marc Ecko’s Getting Up – Contents under pressure, a cui lavori da anni. Finalmente è arrivato il grande momento...
Il protagonista è un ragazzo, Trane, che vive con sua nonna Cecilia. Nella sequenza iniziale lei lo butta fuori di casa: “Se non la smetti con tutti questi graffiti, la vita di strada ti ucciderà come ha ucciso tuo padre!”. Lui ha un atteggiamento da “chi se ne frega”, è egoista, ambizioso, vuole graffitare solo per piazzare il suo nome in alto (to get up, n.d.r.) e diventare famoso. Cosa tipica dei toy, cioè piccoli arroganti che non hanno rispetto per l’arte e il lavoro degli altri, che non hanno ancora uno stile loro, che si fanno acchiappare, che non capiscono la filosofia della discrezione. Per vincere il gioco devi acquisire queste competenze insieme a lui sotto la guida di Decoy, un artista fittizio che è l’eroe di Trane e che gli svela lo scenario di complotti politici che hanno portato all’uccisone di suo padre e all’elezione del sindaco.
Che è il cattivo della storia…
La voce è dell’attore George Hamilton, una vera icona pop. L’unica cosa che gli interessa è prendere voti, e ripulire la città è uno dei mezzi che ha a disposizione. Gatto, nascondiglio segreto e bracci destri scemi?
No, non accarezza un gatto… non è il Dottor Male! È un mix tra il patinato Bill Clinton e il serial killer Ted Bundy (ride). La cosa interessante è che è latino, ma si comporta come un wasp. È un pupazzo nelle mani delle sfere politiche più alte. La cospirazione è molto profonda.
Getting up è stato concepito come parte di una trilogia…
Era indispensabile ed è normale nel business, per poter recuperare l’investimento. Il secondo capitolo è il migliore, secondo me. La storia diventa molto complicata ed eccitante.
Quindi hai scritto una sceneggiatura in tre atti, proprio come un film. Ci sono riferimenti cinematografici precisi?
Certo! Ho avuto due fonti di ispirazione: Clockers di Spike Lee, per come i personaggi rivivono il passato con un espediente molto ingegnoso. E City of God di Fernando Meirelles, per il modo in cui i protagonisti vengono presentati e per come si muove la macchina da presa.
Perché hai scelto il rapper Talib Kweli per dare voce a Trane?
Lo conosco da anni, sono sempre stato innamorato della sua voce, così interessante, nasale. Quando ho cominciato a lavorare al progetto del gioco, l’idea in realtà era di fare un film d’animazione sul personaggio di Trane. Gli chiesi se lo voleva doppiare e lui è sempre rimasto fedele all’impegno. Talib è la quintessenza del New York kid: impegnato politicamente, con una coscienza sociale e un punto di vista preciso sull’autorità. Non è attratto dalle cose materiali, come Trane. Che cosa ti piace di Trane?
È semplicemente reale. Non è un cliché, ha i suoi difetti. Il suo cammino non è facile. Non elimina i nemici premendo un grilletto.
Ci sono 65 tag originali nel gioco. Ce ne parli? Sono opere da collezionare nel proprio black book. Trane le raccoglie in giro per il mondo. Non è necessario farlo per completare il gioco, ma ti regalano mosse di combattimento e nuovi poteri per graffitare. Poi ci sono 1000 graffiti a disposizione di Trane nel momento in cui va a dipingere il mondo con stencil, areosol, stickers, markers… è bello vedere la tua arte che evolve e migliora, vedere come Trane diventa un artista.
Il gioco è multiplatform ed esce questo mese in tutto il mondo: un attacco distributivo comparabile a quello che si usa portare con i blockbuster. Quale rapporto c’è adesso tra film d’azione e videogame?
Oggi il rapporto non è ancora così organico; non quanto è destinato a diventarlo. Ma credo che, in termini di coinvolgimento emotivo, con l’arrivo delle prossime console la linea tra giochi e film si farà indistinta. In futuro i game saranno l’intrattenimento principale, ma se non sei un gamer può essere difficile capirlo. L’atteggiamento, l’apertura mentale sono soprattutto una questione di età.
Il solco generazionale è importante? Assolutamente. Elvis sculettava e non volevano trasmetterlo in televisione, dicevano che avrebbe rovinato la società. Quando una nuova tecnologia si fonde con l’arte e crea qualcosa di nuovo c’è sempre chi grida allo scandalo. Il fatto è che il progresso tecnologico è qui per restare. È Godzilla che bussa alla nostra porta, ha una fame fottuta e gli devi dare da mangiare.