OSTINATA DI TALENTO

Dai corti al primo lungo, dal video dei Marlene Kuntz al prossimo short con la Barale: Laura Chiossone, una pila di pellicole sempre più alta alle spalle e nessuna indecisione

testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Marco Pietracupa
19/12/2006

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Laura Chiossone abita in una corte. Nessuna parrucca, cerone, né inchini, ma uno di quei cortili a due passi dal Naviglio Grande, angoli di Milano racchiusi e silenziosi, restaurati a modino. Un lunghissimo balcone molto fiorito, al pianoterra appartamenti, set fotocinematografici, biciclette in varie pose e una bella vasca da bagno di metallo come vaso. Il grande Scerbanenco ci avrebbe iniziato una delle sue trame gialle e milanesi, partendo magari dal rivolo di sangue sulla guancia di una misteriosa lei sdraiata e morente nel centro del cortile. Un colore che non sia pastello, e un liquido caldo, come incipit e contrasto.
Entro nel primo stabile della corte, seguo il corsello, corridoio interno molto fighetto, con gli appartamenti seminati ai lati come botteghe e mi inoltro dove Laura mi accoglie con un cordiale sorriso azzurro. Esco all’istante dalla pagina della rivista d’arredamento imbrattata da Scerbanenco per entrare nell’orbita di una decisa temperatura fisica e intellettuale. Posso togliermi la giacca e sedermi al tavolo. Ricavo il mio angolino da curioso. “Qui abitano tutti i cosiddetti creativi, sembra una comune finto freak ma la gente si scanna peggio che nei condomini. Sono tutti carini, fanno lavori carini e parlano di lavoro anche a cena. Ma io ci sto bene...”.
Laura è regista. Ha una gavetta sostanziosa alle spalle, come autore di corti premiati nei luoghi – pochi – dove si possono vedere, ed esperienze poliedriche: videoclip, di personaggi e gruppi icona come Morgan o Marlene Kuntz e una serie di sit-com per il canale Jimmi di Sky. Si prepara finalmente a girare il suo primo lungometraggio per la Colorado.
Il film è tratto da un libro.
Sì. Un gioco da ragazze di Andrea Cotti, con il quale sto scrivendo la sceneggiatura. L’ho scelto tra quelli della Colorado noir, collana di giovani autori italiani che la Colorado stessa pubblica con l’intenzione di farne cinema. Quo vadis baby? era tra questi. Il film sarà un noir ma anche e soprattutto una storia di adolescenza deviata. Siamo al lavoro, è una grande avventura, ma nulla è certo in questo ambiente fino a quando non parte il primo ciak.
Perché pensi che abbiano puntato su di te?
Il cinema guarda più alla gavetta dei corti che ai lavori di videoclip e pubblicità. E io ne ho fatti, girando molto all’estero, dove hai veramente il polso del pubblico, perché il pubblico c’è. In Italia, in sala ci sono solo i venti registi e la gente che ci ha lavorato.
Ma qual è la tua poetica, per usare una parola pesante? Non amo le parole come poesia, o arte, per descrivere il mio lavoro... Dico che è come se cercassi gli accordi su una tastiera, per scoprire quelli che mi fanno sentire meglio, a mio agio. Questi accordi oggi li riconosco in: “acqua”, “donna”, “sotto la pelle” e “sospensione”. Sono le dinamiche di relazione, al femminile soprattutto. Detto banalmente, ma senza dubbio, è sempre una sorta di autoanalisi che poi, in metafora, butto in pasto al pubblico.
Quelli che hai evidenziato come tuoi sono anche gli elementi del film di Crialese, Respiro.
Sì. Molto bello. Anche se quello che avrei voluto girare io è Lost in translation di Sofia Coppola. Per solidarietà femminile, anche, e perché il mio ambiente è la città. Ma le mie città, quelle che cerco di creare sono immaginarie, metafisiche, svuotate delle persone e delle auto, puro contenitore... Se proprio dovessi definire il mio cinema, direi che sta due passi dopo il realismo e due prima del surrealismo.
Il cinema? Giusto quattro passi. Esiste la difficoltà di essere donna e regista?
Non c’è. Anche se è l’ultimo lavoro dittatoriale che esista. Mi riconosco la capacità di saper mixare livelli di linguaggio differenti e di saper coinvolgere e motivare chi lavora con me. Con una parolaccia direi ‘professionalizzare’. Perché poi un mondo interiore da raccontare ce l’hanno tutti...
Volere è potere, allora?
Sì.
Raccontami, in corto, il volere che ti ha portato dove sei ora.
La casualità, per prima. Ho studiato filosofia. Poi ho provato a fare l’attrice. Ho scritto testi e prodotto rumori in un gruppo pop. Con un vecchio sint analogico, storpiavo le onde per farne qualcosa che suonasse, eravamo vari gruppi, nelle salette cantina vicino Cadorna. E non sono stati i migliori a emergere ma i più ostinati.
Forse i più ostinati sono anche i migliori. L’ostinazione si rafforza se l’intenzione è quella giusta.
È un buon compromesso... Infatti, quando capitai su un set mi sentii subito a mio agio. Era un amico regista, oggi affermato, al suo primo tentativo di lungometraggio. Lo aiutai nella ricerca degli attori. C’era tutto quello che mi interessava: parola, recitazione, musica e messinscena. Cominciai portando il caffè a tutti quelli che incontravo sul set. Offrendomi gratis per qualsiasi lavoro, anche cose sciammannate... Mi sono ritrovata in poco tempo da assistente a producer di videoclip: se hai entusiasmo ed elasticità vai. Nel frattempo mi autoproducevo con gli scarti delle pellicole che recuperavo e con chi riuscivo a coinvolgere. Quando chiami dieci persone alle sette di mattina e sei senza una lira e diluvia e la scena è all’aperto devi comunque farcela, anche a rischio di cazzate, inventare un contropiede, perché poi il fallimento è pesantissimo soprattutto per chi hai coinvolto.

Laura siede a terra, sul tappeto, scalza, e programma il dvd. Visto che per adesso sono corti, ne possiamo guardare uno. Io ho le ginocchia che cigolano, mi piacciono i tavoli e le sedie, ma la seguo. Con le scarpe. Routine, il suo primo vero corto, racconta un giro in auto in una Milano livida e insieme luminosa. Lui e lei, sguardi mancati e parole già dette. Sembra quasi un addio, ma il finale spiazza, costringe a srotolare e rileggere quel vissuto sospeso e riconoscibile. Bello, sul mio personalissimo cartellino. Mi alzo e riprendo la mia sedia: ho la scusa di dover scrivere.

Come usi la macchina da presa?
Mi piace stare addosso agli attori. Con la camera, ma anche con me stessa. Essere intima, con loro. Faccio l’inquadratura con il direttore di scena, poi mi sposto e sto lì, tra la camera e l’attore. Lo influenzo. Cerco un contatto. Ci dobbiamo sentire, anche senza dire nulla.
Truman Capote diceva degli attori che sono tutti bugiardi.
Sono fragili e vanno amati. Io li rispetto, anche perché io non sono stata capace. E poi sono necessari.
Non esitare a chiamarmi, se ti servisse una statuina. Come giri un videoclip?
Cerco di catturare l’immaginario dell’autore. E l’atmosfera della musica, perché evito di ascoltare il testo. Sparo un po’ a caso, in pratica...
Difficilissimo vedere un bel videoclip italiano.
Troppe teste, tanti pregiudizi. E paura.
Di palo in frasca: ho letto del corto che hai in cantiere, con Paola Barale protagonista.
Mi ha cercata lei. Una bravissima, giuro. L’ho fatta imbruttire e impazzire, praticamente. Il corto è ambientato in un ipotetico futuro e uscirà entro l’anno. Anche se uscire dove non si sa. In televisione non passano, e tantomeno questo genere di cortometraggi.
Eppure tutto ciò che è corto sembra adatto alla televisione, che comprime tutto. E poi la Barale ha il suo pubblico.
Ma non questa Barale. Dai, guarda cosa c’è in televisione.
Ok, mi ritiro. Come sei da spettatrice?
Al cinema rido, piango, mi spavento e grido, la mia è una visione emotiva. Per questo non amo parte del cinema orientale, che ha altre corde. Non guardo il film da regista, a meno che non mi piaccia per niente e allora mi concentro sul metodo.
Un film che ti ha fatto piangere.
Troppi. Non ti muovere, La meglio gioventù, 21 grammi, non li posso ricordare...
Qualcosa che hai rifiutato di fare, come regista? Nulla.
Tu sei milanesissima. Qual è la luce che racconta Milano?
Quella che sta per piovere.
E poi, Milano?
Milano è poco riconosciuta e poco amata. Viene vista attraverso i suoi stereotipi, moda, design, mentre ha un’anima molto sottile. Penso alla sciura Maria, dove vado a mangiare, agli anziani che giocano a briscola, i cortili, i bar dello sport, il quartiere Ortica con i dancing... Certo, ho una visione romantica, forse perché ci sono nata...
Condivido. Anche la nascita. I luoghi che dici sono quelli dove ascolti ancora il dialetto milanese, che ha ritmo e ironia, spesso feroce. Come la città.
Ma Milano è anche paese, la possibilità di costruire è enorme. Il non-contatto che viene spacciato non è vero.
Questa è la mia esperienza. Qui si può inventare con altri, e sono tanti, che non hanno voglia di fare lavori normali. Nonostante la fama di città del denaro e dell’efficienza... Certo è la città del fare, ma anche del fare sogni. E spesso bisogna saper dire no, perché il troppo poi disperde. I sogni che non diventano concreti sono sempre piccole sconfitte.
Laura dice sogno e intende progetto. Manifesta quasi nostalgie, ma crede soprattutto nella volontà. Forse sta in questa doppia velocità l’efficacia della sua regia. Non si riconosce in parole come arte, poetica, talento, ma usa spesso l’espressione “a mio agio”. Quasi che l’arte sia soprattutto disinvoltura. Quella che cerco quando mi infilo di nuovo la giacca, le bacio le guance e lascio la corte.

 
 
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