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NO PIZZI NO PARTY

Quando a Roma il potere celebra se stesso, lui c’è. Ma una volta tanto Umberto Pizzi non si limita a scattare: racconta

testo: Paolo Madeddu
immagini: Umberto Pizzi
20/12/2006

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Cene con banchieri, segretari di partito, attricette e giornalisti ossequiosi. Clic. Feste di nobili grigi e vanitosi. Clic. Party pieno di travestiti in mezzo ai quali fa capolino il monsignore. Clic. Il deputato moralizzatore che per tirarsi su il morale va contro la morale. Clic. Agnelli che, beccato con l’attrice Rossana Podestà, si invola contromano sul Lungotevere. Clic. Silvio Berlusconi che si gratta i gioielli più cari a una parata militare. Clic. E tanta gente “in vista” che magna, magna... Clic, clic, clic. Umberto Pizzi, paparazzo-artista, con la rubrica Cafonal è l’occhio del sito Dagospia. Ha iniziato fotografando la povertà, come inviato della FAO nei paesi in via di sviluppo. Tornato in Italia, si è messo invece a fotografare il potere, ovvero vip e pezzi grossi che se lo godono. E ritraendo il potere ritrae Roma, la città su questo pianeta che con il potere ha il rapporto più antico.

La domanda più ovvia: perché Roma è “godona”? Intanto, lo è la città, più che la gente. A Milano c’è tanto potere, ma la gente si meraviglia che ci si interessi di loro. Milano è più tranquilla. Roma è primaverile, si fanno molte cose, si vive con un senso di libertà, non c’è verso di sentirsi inquadrati. La cosa vale per chi ci vive. E anche per chi viene da fuori.
La calata dei milanesi – Berlusconi, la Lega – non ha cambiato nulla?
Anzi. Dopo Mani Pulite sono arrivati personaggi che sono stati storditi da Roma. Ricordo la festa di una ragazza e di un deputato leghista al Gilda. Dopo la torta, la ragazza sale sul tavolo e le versano lo champagne in bocca. Io finisco il rullino e dico: “Fermi, che cambio la pellicola”. E questi si sono davvero fermati ad aspettarmi, poi hanno ricominciato. Lì ho capito quanto erano intontiti da questo modo di vivere e che erano pronti a comportarsi pure peggio. Il famoso deputato della Lega che in Parlamento mostrò il cappio come simbolo della moralizzazione dura e pura (Luca Leoni Orsenigo, n.d.r.) la sera stessa lo vidi al Gilda, sbracato sul divano, abbracciato a quattro-cinque ragazze. Come vedi, non è la popolazione a fare una città. È la città che fa una popolazione.
Ma sono cambiate le cose dai tuoi inizi?
Ho iniziato negli anni ‘60. Tutti cercavano di far soldi e migliorare la loro posizione: il “miracolo italiano”. Poi c’è stato il periodo dei forti contrasti sociali, movimenti studenteschi, lotte tra sindacati e potere padronale. Per cui tutti stavano un po’ attenti a non esagerare. Ma lì arrivarono i socialisti. Tanto per dire, sono stati i primi con la scorta. Oggi ce l’ha qualunque sgallettata, per fare scena. Prima tutti giravano da soli. Anche Agnelli, che era Agnelli, girava al massimo con l’autista. Che poi non faceva guidare, al volante si metteva lui. Il craxismo è stata la prima botta.
I socialisti in vista erano quasi tutti del nord...
Con loro la tangente è diventata un fatto normale, credo che i democristiani per esempio si sentissero in colpa: pur nel loro malgoverno avevano un certo pudore. Un episodio che mi viene in mente è legato all’ex presidente del Consiglio (Emilio Colombo, n.d.r.) coinvolto nella storia della “polvere” a Roma, quello che ha detto: “La prendo per uso terapeutico”.
Ricordo di averlo fotografato negli anni ‘60 con un bicchiere di vino in mano – ed era successo un casino, si erano mossi ai più alti livelli per bloccare la foto, non si doveva vedere un ministro che folleggiava. Oggi ci tengono a farsi vedere mentre gozzovigliano. E mentre fanno beneficenza tutti ingioiellati, ostentando ricchezza.
I tuoi scatti evidenziano la volgarità dei notabili, la loro voracità scomposta. Che tu sappia, nessuno rivedendosi ha avuto una piccola crisi? O quanto meno si è lamentato per come è stato immortalato?
Non gliene frega niente. Bisogna avere dell’intelligenza per cogliere la volgarità, soprattutto la propria. Questi non ne hanno. Ieri sera la moglie di un sottosegretario mi diceva: “Voi avete il potere di far diventare importante la gente” e si metteva in posa con delle scarpine e una borsetta ridicola. La loro bramosia è tale che non gliene frega niente di un dettaglio come la volgarità.
Ma perché oggi la cafonaggine è così elevata?
In parte perché ce la si può permettere. Non è che negli anni ’70 non ci fosse. Ricordo un armatore che spese 200 milioni di allora solo per una festa: champagne a fiumi, aragoste, un’esagerazione voluta come schiaffo alla gente normale. O l’attorucolo Helmut Berger che fa una festa per il suo compleanno, tutti vestiti in stile Lili Marlene, e a un certo punto decidono di fare entrare dei cavalli nel night.
All’epoca si guardava a queste cose con indignazione?
Secondo me no. Certo oggi la gente vive in un limbo, sono storditi dalla televisione, da trasmissioni come Buona Domenica o quell’altra della Venier dove la gente urla, tutti sembrano galline sguaiate e ostentano se stessi. Tutti questi “morti di fama” che ammazzerebbero per andare in tv o apparire sul giornale. Ma spariranno tra un istante, manco ci perdo tempo.
C’è qualcuno che non si mostra?
Forse il potere che si mostra meno è quello economico. Fazio, credo che la gente non lo avesse mai visto in faccia. Cuccia era la stessa cosa.
E qualcuno che riesce a frequentare questi ambienti conservando un minimo di decoro?
Mah, per quanto male si dica degli intellettuali, qualcuno di loro riesce a vivere la mondanità senza sbracare.
Beh, e l’aristocrazia? A proposito, che fa l’aristocrazia di giorno?
Ah, ah, non lo so... La nobiltà romana tenta di rimanere a galla, di sopravvivere perché c’è molta muffa, stanno invecchiando. Un esempio emblematico è la morte di Dado Ruspoli, l’inventore della dolce vita, il principe che girava col pappagallo sulle spalle. Il giorno della sua morte hanno fatto il suo funerale presso Palazzo Ruspoli. La sera della sua morte hanno fatto una festa per il morto, dicendo “Ha vissuto bene, è morto bene”, tutti compiaciuti.
Ecco, parliamo di luoghi. I famosi palazzi romani... Sicuramente Palazzo Ruspoli è l’emblema della mondanità romana. Ora è di un signore che si è comprato tutto e ha realizzato un museo, più uno spazio per feste private “per la mejo gente”. E poi le case private, ville, salotti, terrazzi “esclusivi” sono dappertutto: Roma si è allargata, è festaiola un po’ ovunque.
Allora un’altra differenza con Milano è nei posti. Milano ha i locali, Roma le case. Da una parte i privé, dall’altra i privati.
Indubbiamente. C’è stato un crollo dei locali. Anni fa lavoravo soprattutto attorno a locali come Number One, Ippopotamus, Jackie O’. Nei ristoranti del centro, o fuori dagli alberghi tipo l’Excelsior, il Plaza. Oggi Roma come locali non compete con Milano. Pochi resistono e sono tutti riservati a macellai e cravattari: la gente “bene” non ci si fa vedere. Vanno forte i catering, che ti portano in casa il ristorante. Feste, cocktail, eventi vengono tolti dai luoghi pubblici, anche perché così puoi esercitare il potere di non far entrare. Negli ultimi locali celebrati tipo il Bolognese ci vanno amici e coppiette. Molto più mondana la terrazza del Campidoglio.
Un luogo molto pubblico c’è sempre: lo stadio.
Sì, però ora è in calo, perché le squadre romane non vanno bene come qualche anno fa. La tribuna d’onore è ancora un interessante punto di osservazione del potere politico, economico e bancario: si incontrano, tramano, si fanno vedere. Ma più negli anni scorsi: soprattutto con la Lazio sapevi che potevi trovare situazioni interessanti. Ricordo una scena che pareva presa da una commedia all’italiana, un deputato e noto avvocato che si siede al posto – libero – di Mastella, ma la moglie si indigna e chiama un addetto che arriva e con la mano gli fa un gesto proprio prosaico, molto romano: “Te ne devi annà”. E nelle foto che ho scattato, guardando i volti dei due si percepisce il “Lei non sa chi sono io” che si scontra contro un muro altrettanto gretto...

 
 
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