SALMAN SETTE VITE
Mitico, perché minacciato. Seduttore e pensatore incomparabile, Salman Rushdie ha conosciuto diverse vite e scritto altrettanti capolavori. Come assaggio del suo nuovo romanzo, ci racconta il suo essere indiano a Bombay, londinese a Londra, ma, soprattutto, newyorchese a New York
testo: Claro (traduzione: Matilde Quaglia)
immagini: Denis Dailleux
20/12/2006

Il 14 febbraio 1989, giorno di San Valentino per alcuni, una fatwa venuta dall’Iran arrivò a ricordarci, se ce ne fosse stato bisogno, che la letteratura è anche una questione di vita o di morte. Quel giorno la vita dello scrittore Salman Rushdie – nato a Bombay nel 1947 in una famiglia di intellettuali musulmani, ma non praticanti – venne ribaltata, imponendogli una reputazione pericolosa e ingombrante, obbligandolo a divenire un rifugiato politico e mettendo alla prova l’amore per la libertà della nostra cara comunità internazionale. Ci si ricorda della poca sollecitudine che usò il Quai d’Orsay nell’accordare un visto a Rushdie all’epoca dell’apparizione dei Versetti satanici (e non ci siamo dimenticati il tentato omicidio contro il suo editore norvegese e l’assassinio del suo traduttore giapponese, giudicati “complici” dal regime di Khomeyni).
In seguito Rushdie si è trasferito negli Stati Uniti, più precisamente a New York, città che aveva avuto occasione di visitare negli anni ’70, mentre erano in costruzione le Twin Towers. “Si aveva l’impressione”, dice, “che quelle torri dovessero rimanere lì fino alla fine dei tempi”. Oggi presiede l’eminente Pen Club, ha sposato l’attrice e modella Padma Lakshmi e non cessa di reinventarsi come romanziere. Dopo Furia, eccolo che ritorna sulla scena letteraria con un romanzo ambizioso, Shalimar the Clown, che esce in settembre in edizione inglese. Difficile sapere se, da qualche parte nel mondo, la folla brucerà questo libro dove l’integrità e l’integralismo si scontrano in una rude battaglia, ma quello che è sicuro è che l’autore de I figli della mezzanotte non abbasserà mai la guardia: “Ho due vite: una devastata dall’odio e intrappolata in una storia sinistra che, ahimè!, non è ancora finita, e l’altra in cui amo e sono amato. La vita di un uomo libero che assolve liberamente il proprio compito. Due vite, ma nessuna che mi possa permettere di perdere, perché l’una sparirebbe insieme all’altra”. Abbiamo quindi voluto parlare con Rushdie della sua vita da uomo libero, sapere quello che, nel 2005, lo appassiona, lo diverte, lo occupa.
Cominciamo parlando di New York, la città dove vive attualmente. Ha la sensazione che esista una comunità di scrittori a New York? È stato facile trovarvi un proprio posto?
Ho buoni amici tra gli scrittori che vivono a New York, come Don DeLillo, Paul Auster, Peter Carey o Patrick McGrath. Ma quello che mi piace di più qui è che è molto facile superare le “frontiere” tra le discipline artistiche. Quindi ho amici sia nell’ambiente del cinema, sia nel mondo dell’arte ecc.
A chi si sente più vicino in questa comunità di artisti e scrittori? E quali sono i vantaggi di vivere in questo ambiente creativo privo di barriere?
Ho una relazione stretta con Francesco Clemente, con Kara Walzer, Lou Reed e la sua compagna, Laurie Anderson e anche con Steve Martin. Del resto, non sono certo che si possa veramente parlare di una comunità che riunisca tutti questi personaggi. È come per tutto il resto: tra la gente che si incontra, alcuni diventano tuoi amici, altri no. Mi piace molto l’idea che si possano agevolmente far cadere delle barriere tra gli universi artistici.
Ha la sensazione che qualcosa sia cambiato in questa comunità dopo gli attentati dell’11 settembre? Con il 9/11 è tutta la città che si è trovata scossa… E con la città anche gli artisti. Ma l’atmosfera sembra essere tornata a una relativa normalità oggi, se si eccettua una vaga depressione post-elezioni.
Quali sono le sue ultime scoperte nell’arte, nel cinema e nella musica?
Nel campo dell’arte ho recentemente avuto l’occasione di apprezzare la mostra di ritratti religiosi di Rembrandt a Washington. Nel campo del cinema c’è un documentario che mi ha molto colpito recentemente, Favela Rising di Jeff Zimbalist, che ho scoperto in occasione di una proiezione all’ultimo Tribeca Film Festival (dal 19 aprile al 1° maggio scorso, n.d.r.). Quanto al mio più recente colpo di fulmine musicale, si tratta di mia nipote, Mishka Momen, una brillante pianista di 13 anni, che suona il terzo Concerto per piano di Beethoven a meraviglia e ha appena vinto un concorso internazionale per giovani pianisti a New York.
Lei è particolarmente coinvolto con l’American Pen Club. In che cosa consistono le sue attività in seno a questa associazione? Assiste o partecipa spesso a letture?
Non sono molto assiduo alle letture, anche se il Pen Club americano, di cui sono presidente, ha messo in piedi un importante festival letterario, il World Voices. La prima edizione si è tenuta a New York dal 16 al 22 aprile scorso e ha ottenuto un enorme successo, con mia grande soddisfazione.
Parlando della diffusione della letteratura contemporanea internazionale negli Stati Uniti, le opere tradotte, secondo lei, hanno una buona accoglienza e incontrano un successo scontato presso il pubblico? Verosimilmente no. La percentuale di libri tradotti negli Stati Uniti è scandalosamente bassa… Le traduzioni rappresentano meno del 3% della produzione annuale delle edizioni americane. Ciò fa parte dei problemi su cui vorremmo attirare l’attenzione con l’American Pen Club, organizzando il World Voices. Detto questo, numerosi scrittori leggono molto e si nutrono della letteratura degli altri paesi. Paul Auster, per esempio, è chiaramente influenzato dalla letteratura francese e, per quanto riguarda altri autori, dal boom dei latino-americani.
I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Quali sono i rapporti che intrattiene con i suoi traduttori? Che livello di controllo ha sul loro lavoro?
Le mie relazioni variano. Alcuni traduttori mi contattano regolarmente, altri molto meno. Mi rendo conto che quando un traduttore mi segue da lungo tempo ha sempre meno cose da chiedermi. Infine, suppongo che finiscano per conoscere la mia opera meglio di me!
A parte New York, in quale città si sente particolarmente a suo agio?
Ho conservato un appartamento a Londra e quando vi faccio ritorno mi trovo sempre bene, felice.
Oggi si considera un newyorchese d’adozione o, più semplicemente, un cittadino del mondo che abita la più cosmopolita delle città degli Stati Uniti?
È ancora più semplice. Io sono newyorchese a New York, londinese a Londra e quando mi trovo in India sono sempre un ragazzo di Bombay.
Gli scrittori indiani hanno ormai un grande pubblico negli Stati Uniti. Li frequenta?
Conosco un po’ Vikram Chandra e apprezzo molto la sua opera. Sono ugualmente molto vicino ad Anita e Kiran Desai. Ho fatto la conoscenza della scrittrice pakistana Kamila Shamsie e dello scrittore indiano Amitav Gosh, di cui apprezzo molto i testi.
Il suo precedente romanzo, Furia, dà l’impressione che l’abbia scritto in americano, piuttosto che in inglese. Il fatto di vivere a New York ha cambiato il suo modo di usare la lingua inglese?
Furia è un romanzo tipicamente newyorchese e richiedeva naturalmente l’utilizzo del linguaggio newyorchese. Il mio rapporto con l’inglese è sempre stato molto fluido. E in generale la lingua che utilizzo viene da sola, che sia l’inglese indiano, l’inglese britannico, l’inglese americano. Ma resta, spero, la “mia” lingua personale di scrittore. La stampa inglese ha annunciato, all’inizio del 2004, che per la prima volta uno dei suoi racconti, Il nido dell’uccello di fuoco, dovrebbe essere oggetto di un adattamento cinematografico: lo conferma? Qual è il suo rapporto con il mondo del cinema?
Il progetto di questo film è effettivamente in corso e mia moglie, l’attrice indiana Padma Lakshmi, dovrebbe parteciparvi. Non ho ancora cominciato a scrivere la sceneggiatura, perché ero troppo assorbito da altre attività, ma il progetto è in progress e conto di dedicarmici presto. Come si sa, il cinema mi interessa molto e spero un giorno di realizzare altre collaborazioni inedite e fruttuose.
Come presidente dell’American Pen Club ha preso posizione, a fianco di Michael Moore, in favore di una revisione del Patriot Act istituito dopo l’11 settembre (la sezione 215 del Patriot Act autorizza il governo americano a esigere la lista completa del fondo opere delle biblioteche e delle librerie, n.d.r.). In Francia, interviene ogni mese su Libération per esprimere la sua opinione su avvenimenti che agitano il mondo… Qual è, secondo lei, il ruolo che dovrebbe avere uno scrittore nella nostra società?
Alcuni scrittori si immischiano nella politica, altri no, ed entrambe queste posizioni sono rispettabili. Per quanto mi riguarda, quando lascerò il mio posto di presidente del Pen Club, penso che avrò sicuramente voglia di prendere le distanze e mi accontenterò di scrivere.