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INAUDITA INTERVISTA

I suoi capelli cambiano a ogni nuovo copione, sta con l’uomo perfetto, tra tutte le città dove ha abitato adora Milano e quando cammina per strada è felicissima di passare inosservata... Chi è?

testo: Sasha Carnevali
immagini: Emmanuel Mathez
21/12/2006

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27 anni. Diploma al Piccolo Teatro di Milano. Parecchi spettacoli sul palco. Varie apparizioni in corti, televisione alternativa e fiction. Tre film importanti: i cittadini Dopo Mezzanotte di Ferrario (Grolla d’Oro e Premio Flaiano come migliore attrice) e L’uomo perfetto di Lucini (la prima commedia rosa all’americana italiana) e il bucolico-scientifico L’orizzonte degli eventi di Vicari (si svolge sul Gran Sasso, tra fisici e pastori albanesi), presentato a Cannes e appena uscito in sala. Sempre bella di quella bellezza rara che ti colpisce e ti resta addosso. Sempre brava, sempre intensa, sempre misurata (una commedia romantica con l’eroina che non fa le faccette e i moncherini teneri à la Meg Ryan? Sogniamo o siam desti?).
Francesca Inaudi promette tanto, ma tanto bene.

Prima di tutto spiegami i capelli. Cosa è successo a quelle favolose ciocche corvine?
I capelli corti e scuri mettono in evidenza i miei spigoli rendendomi meno banale, ma questo colore è molto più vicino al mio castano chiaro naturale! Per anni li ho portati lunghissimi, botticelliani. Un giorno li ho rasati a zero davanti allo specchio, con la macchinetta, tipo Soldato Jane. Ai provini mi sentivo dire: “Ma ‘sti capelli, peccato… falli crescere”. Al momento sono così perché Cristina Comencini mi ha chiesto di farmi bionda per il film La bestia nel cuore. E a me piace cambiare: fra un po’ metterò le extension e spero che il prossimo film lo farò con i capelli verdi!
Sei di Siena, hai studiato a Milano, ora vivi a Roma… Papà di Cuneo, mamma di Bergamo, nonna triestina… io dovevo nascere a Udine ma, un po’ anche a causa del terremoto, sono finita a Siena. Infanzia dorata, città splendida, campagna meravigliosa. A 14 anni ho cominciato a fare teatro, a 16 sapevo di dover fare l’attrice. Avevo la fissa di Strehler senza nemmeno conoscere il suo lavoro: volevo andare a Milano e basta. Ho avuto fortuna perché il bando, che esce ogni tre anni, c’era proprio l’anno in cui ho finito il liceo. Così ho fatto tre anni di scuola e tre di professione. Poi mi sono trasferita a Roma perché volevo provare a fare il cinema.
I genitori che dicono?
Contentissimi quando decisi di andare a Milano. Anzi, mi facevano il culo perché secondo loro non studiavo abbastanza per prepararmi al concorso. Per Roma erano invece più preoccupati: era una strada in salita, perché lasciavo un circuito dove lavoravo regolarmente; tanto che mi mantenevo da sola.
Ti manca mai Milano?
Tantissimo! Ci ho messo un po’ a innamorami della città perché i primi tempi facevo casa-scuola-teatro, quindi non la conoscevo. Ma poi è stato un idillio. Anche perché è lì che mi sono innamorata del mio compagno.
Quello che un mese fa hai definito “l’uomo perfetto” a TRL quando presentavi il film? Gli hai fatto una dichiarazione fantastica: “L’uomo perfetto è il mio! Amore, ti amooo!”.
Almeno quello sono riuscita a farlo, visto che praticamente ero lì come valletta di Riccardo Scamarcio! (ride) In effetti l’orda barbarica di ragazzine strillanti sembrava un pochino più interessata al moro con gli occhi verdi che alla protagonista femminile… Comunque, come si dice, “mamma mia che impressione”!
Davvero, e come svenivano! Io sono timida e pur vivendo la cosa in modo indiretto mi faceva molto effetto, mi sentivo a disagio. Anche se quello dei fan che assediano non è un fenomeno che generalmente riguarda le attrici e quindi non corro grossi rischi, sono felicissima che nessuno mi riconosca per strada: la mia faccia cambia molto dalle foto al video alla vita reale.
Cosa hai pensato delle critiche (immeritate, secondo noi) che Maurizio Porro vi ha mosso sul Corriere?  “Milano da bere… Inaudi sotto la sufficienza… Scamarcio un gigolo per signore...”.
Io e Riccardo ci siamo rimasti male, anche perché la critica dovrebbe essere costruttiva, farti crescere, spiegare le sue ragioni. Non capisco proprio perché L’uomo perfetto sia stato giudicato un film pretenzioso. A Luca Lucini, il regista, hanno chiesto in continuazione: “Cosa volevi dire?” e lui: “Niente! Ho solo fatto una commedia!”.
Una commedia romantica ha delle regole logistiche molto precise: location metropolitana, ambiente sociale altoborghese, ambiente di lavoro creativo, cene e feste come luogo d’incontro per i personaggi…
Esatto. Lucini ha addirittura rinunciato a una settimana di riprese per avere il set a Milano e non a Roma, perché altrimenti non avrebbe avuto senso: l’intreccio nasce dal fatto che io faccio la pubblicitaria e la pubblicità non sta a Roma, sta a Milano! E Milano è sì quella dei centri sociali e della periferia, ma anche quella degli happy hour e dell’Hollywood.

E a Roma come ti trovi? Immagino bene, vista la tua cadenza.
Ho la cadenza romana?!? Noooo! Davvero? Oddio!  Ho fatto notare la stessa cosa a Scamarcio, che nasce pugliese, e ha reagito nella stessa maniera. Stop al panico ragazzi, non c’è mica niente di male!  Ma io ci tengo al mio italiano pulito! Non ho nemmeno dovuto fare dizione, essendo cresciuta in Toscana con genitori del nord… Roma è centripeta e centrifuga: ti tira dentro e quando te ne vai resti sempre un po’ romano. Politici, burocrati, giornalisti e attori hanno tutti la cadenza capitolina.
È vero, il romano ti si attacca e non ti accorgi quando l’hai preso: se è un po’ che sto a Roma mi sorprendo a dire “te” invece di “ti”. D’altra parte dopo due giorni a Siena con le mie amiche riparlo toscano schietto.  Insisto. Dove ti trovi meglio, Roma o Milano?  Milano. È più europea. Roma è schiacciata dallo Stato e dalla Chiesa; è provinciale, nel senso che spesso i romani non sentono nemmeno il bisogno di uscire dalla loro città. Sono tanto aperti verso tutti, ma è un’apertura indiscriminata e quindi ipocrita. Il milanese invece è chiuso, ma quando si apre lo fa davvero. E poi a Milano sei libero di essere solo senza sentirti solo. A Roma se non sei in compagnia sei visto come un povero scemo.
Cosa mancava nel teatro tanto da farti trasferire e cambiare mezzo d’espressione?
Niente. Fondamentalmente un attore è un attore, la distinzione sta solo nella qualità delle cose che uno fa. Infatti la televisione ora non mi interessa. Volevo provare, per vedere se il cinema mi apparteneva. Certo, del teatro mi manca il confronto con il pubblico diverso ogni sera – ti fa crescere più in fretta. Nel cinema invece ci si confronta con se stessi: è un’emozione molto forte, ma privata. Il rapporto ce l’hai essenzialmente con la macchina da presa.
Eppure deve essere più difficile recitare in maniera così franta: i tempi del cinema, con le sue attese infinite, non sono uno svantaggio?
Ma anche in teatro si aspetta tanto. E comunque i tempi del cinema italiano sono un problema in un altro senso: gli americani hanno sei mesi per prepararsi su una sceneggiatura; noi solo un mese, due al massimo. Quando non riesci a scoprire le sfaccettature di un personaggio rischi la banalità.
Hai un sito carino (www.francescainaudi.it) che gestisci da sola, ma non hai né il telefono né internet in casa. Sei una ragazza con la valigia?
Magari, vorrei spostarmi di più. Viaggerei tantissimo, ma le condizioni economiche non lo me lo consentono. E per il telefono, questione di pigrizia: tanto ho un internet point sotto casa…
 
 
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