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TRA IL PRIMO E IL SECONDO

Due libri: uno nove anni fa e uno il prossimo settembre. Due luoghi: una valle in Svizzera e Milano. La quotidianità di confine di Chiara Zocchi

testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Alberto Bernasconi
21/12/2006

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Ha scritto la prima pagina del libro che l’ha trasformata in una rivelazione a soli 18 anni, seduta al suo banco di una quarta superiore. Un breve pensiero, una di quelle cose che scrivono i ragazzi con il corpo in classe e la testa oltre la finestra. Ma oltre la “sua” finestra viveva l’intelligenza feroce e ingenua di Olga, la realtà amplificata e chirurgica di una ragazzina che non ha età e che la Garzanti, complice un professore baciato dall’istinto e dalle giuste amicizie, ha pubblicato con un successo che ancora non si spegne. Il primo libro di Chiara Zocchi è stato tradotto in tutte le lingue e solo adesso, dopo nove anni, uscirà, sempre per Garzanti, il suo secondo, ancora senza titolo. Nove anni di fermate brusche e ripartenze, di nuovi progetti e di immobili ripensamenti. Chiara oggi ha 28 anni e la sua Olga è cresciuta con lei. Un’apparente timidezza le maschera una convinzione robusta.
Ci incontriamo in Piazza Duomo, dove arriva con un ritardo accettabile, per una che abita in Svizzera. È una pendolare di lusso, si divide tra la casa nella valle che fa tanto Heidi e Milano, dove segue un dottorato in narratologia, termine ostile per indicare l’arte del racconto, e dove incontra i musicisti con i quali sta concludendo un lavoro parallelo al nuovo libro che si tradurrà in un cd di canzoni. Ma anche e soprattutto sbarca a Milano “per immergersi nella città degli incontri e degli intrecci”.  Ha i capelli cortissimi e lo sguardo di chi sta cercando, senz’ansia.
La storia del professore che intuisce il best seller da una pagina è curiosa...
Premetto che io pensavo e speravo di diventare una cantante, non certo una scrittrice... Scrissi altre 14 pagine di questa specie di diario, incoraggiata dal mio professore, e mi chiamarono alla Garzanti. Per loro era già un libro. Firmai un contratto al buio. Nel senso che mi davano il tempo necessario a finirlo, e l’avrebbero pubblicato. Per un anno e mezzo scrissi un pezzettino, ogni sera. I pensierini di Olga.
Sembra facile.
È stato facile... Ero incosciente e mi chiedevano solo di raccontare il mondo visto da Olga e inventato da me...  La realtà, la famiglia di Olga, sono estreme, lontane dalle mie: vive e vede situazioni che conoscevo, o che immaginavo, e in Olga le due cose si fondono.
Poi: nove anni, un’eternità...
Io devo stare ferma per stare serena, se esco, faccio un viaggio, quando torno ho bisogno di tempo. Dopo quello sballottamento, quell’invasione del mondo, che mi ha portato lontana da quello che ero, ho attraversato momenti di vera depressione. Ogni tentativo di scrivere, per il nuovo libro, rispettando il contratto, mi apparivano deboli, finti, non mi convincevano e non potevano certo convincere la Garzanti. Ho interrotto tre libri in questi anni. E stavo male.
Ora stai bene, si vede e si sente. Come sei arrivata al quarto e riuscito tentativo?
Un’illuminazione, mi viene da dire, perché ero nella casa dei miei a Cannes, e guardavo fuori dalla finestra...  Sempre una finestra. Un’inquadratura fissa, aperta sul mondo...
Sì, la finestra..
Chiara si ferma e ci pensa, guardando fuori da un’ipotetica finestra. Sedute al tavolino all’aperto, di fianco, due tizie con la stessa pettinatura biondo platino fumano una sigaretta via l’altra, alternando giusto qualche monosillabo alla boccata. Chiara mi chiede di cambiare posto. Dice che odia il fumo, l’idea di inserire nel proprio corpo una cosa inutile e dannosa. E quello passivo ancora di più, perché esce da un altro corpo ed è anche già usato. Il filo di fumo sembra però inseguirla per dispetto, non cede, e nemmeno lei, così cambiamo nuovamente. Le due sempre incuranti, io spettatore divertito.
Poi ci alziamo. Ha una piccola commissione da fare e mi chiede di accompagnarla. Ha il suo nuovo e quasi pronto cd e deve consegnarlo a Caterina Caselli, alla Sugar, in Galleria del Corso.
Secondo piano. Chiara si butta verso le scale, ma non si passa: stanno scendendo due che trasportano lentamente un grosso distributore automatico di bibite.
È preoccupata e non capisco. Chiamo l’ascensore, lei si avvicina, temporeggia, poi entra e si appoggia con le spalle all’angolo. Ha paura.
Ti salverò io: ho visto due volte Bruce Willis nella Trappola di cristallo e so come fare.
Dovrò avere qualche problemino, no? E si concentrano tutti nella parte del collo, nel respiro. Aria. Per questo abito in una valle.

Si aprono le porte, si getta fuori dall’ascensore, entra alla Sugar e consegna il prodotto nella mani della segretaria personale della Caterina dei Cento giorni in pochi secondi.
Scendiamo saltellanti le scale.

Le piccole fobie fanno grandi gli scrittori... Ma torniamo all’illuminazione. Che cosa è successo oltre quella finestra di Cannes, città che ben si presta alle visioni...  Non è stata una visione ma una frase, “la luce entra e mi tocca”, ho pensato. Ed è la prima frase del libro.  Dovevo essere sincera e togliermi dalla testa che ero una scrittrice. Il libro non è stato pensato, ma scritto quasi in diretta, modificato su quello che mi accadeva.  La vita, gli scossoni, il malessere e poi la malinconia e l’ironia maturate...
Due ingredienti fondamentali per uno scrittore: la malinconia, dissacrata dall’ironia, l’ironia, addolcita da una leggera malinconia.
Ci sono entrambi. E parlerà d’amore, di visioni dell’amore, ma di più non ha senso dire.
Non è molto...
L’amore reale. L’amore ideale. E quello vero, che è solo accennato...
A buon intenditor poche parole. Solo accennato, quello vero...
Non ha ancora titolo, e ne ha molti, per adesso. E non sarà solo un libro. Ho girato l’Europa per presentare Olga – dove tra l’altro era recepito come libro per ragazzi e non per adulti, al contrario che in Italia – e oggi non sopporto le presentazioni: tolgono, al posto di dare.  Dopo aver visto un monologo di Guia Zapponi tratto da Olga ho deciso che non avrei più fatto presentazioni classiche. E da questo rifiuto è nato il nuovo progetto.  Uno spettacolo, del quale il nuovo libro è solo il centro.  Guia leggerà alcuni brani, io canterò le canzoni nate mentre scrivevo il libro, legate alla sua stessa storia, e verranno proiettati dei video come scenografia.
Ora i due luoghi, opposti, che vivi: la casa svizzera immersa nel verde e una città come Milano.
Sono nata a Lavena Ponte Tresa, dove mio padre ha una farmacia, una città divisa in due da un ponte, che fa anche da confine, e sono cresciuta con la doppia identità.  La prima elementare l’ho fatta in Italia, la laurea l’ho presa a Lugano e ricordo che da bambina passavamo il confine normalmente, come un gioco, per i dieci minuti in Svizzera. Al ripetuto “Dichiara?” mi divertivo a rispondere “Chiara”. Ora vivo in un paesino vicinissimo al confine. Mi può attraversare la strada un cerbiatto, dalla finestra il tempo sembra immobile, ci sono l’aria e il silenzio... Ma a me piace stare in casa anche a Milano, perché dalla finestra arriva una luce diversa, anche quando è solo cielo. Vado spesso in via Petrella, una casa con cortile, dove vive la violinista Giuliana, un’amica con la quale prepariamo i brani che abbiamo appena consegnato, e da quella stanza sento le voci, gli umori e gli odori, come quello di un ristorante indiano. E per me Milano è anche l’India. Milano è il mondo, casa mia è il silenzio. A casa mia inspiro. A Milano espiro. Non potrei rinunciare a nessuna delle due.
Altri luoghi della “tua” Milano?
La stazione Centrale e Cadorna, ovviamente, per una pendolare, anche se di lusso. E la metropolitana, dove mi perdo nel campionario di facce e posture. Dove incontro la follia, che è letteraria, familiare, di personaggi che finalmente vedo fuori dai libri. Poi c’è il luogo dove mi rintano, dove non cerco finestre, ed è la biblioteca della Cattolica. Pareti di libri antichi, dove andare indietro nel tempo, tra i vocaboli di tutte le lingue, e lì Olga fatica a frenare la sua immaginazione... A Milano la biblioteca è uno splendido rifugio, ma se fosse nella valle dove abito sarebbe più simile a una prigione.  Il confine è un’altra cosa che ti appartiene. In fondo anche la finestra è un confine.
Anche la mia stessa voce è al confine: tutti la scambiano per quella di una bambina, soprattutto nel canto.  Olga è un confine: quello tra la letteratura per infanzia e quella per adulti, differenza che secondo me non c’è.  Quando il sindaco di Ponte Tresa, parte svizzera, cara amica e donna entusiasta, mi ha chiesto di creare un premio letterario e di scegliere se per bambini o per adulti ho risposto: per fanciullini, una categoria che non esiste, o meglio, esiste in ognuno di noi, ma va cercata... Il concorso si chiama Pontemagico ed è alla terza edizione. Cresce bene, lo chiamerei ambizioso, grazie anche agli sponsor e agli amici che si è fatto.  Uno su tutti Antonio Rezza, il fanciullino per eccellenza, e sicuramente anche i Fichi d’India, che il 25 giugno, a Ponte Tresa, leggeranno i racconti vincitori.  Quest’anno il titolo era semplicemente “io”, scritto minuscolo.
Senza troppo ego...
Esatto.
 
 
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