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CON QUELLE ORECCHIE UN PO'COSÌ

Bologna, la cultura urbana, lo zoomorfismo e tutto il resto.  Parole e visioni di Karin Andersen, l’artista che sta popolando le nostre città di alieni...

testo: Floriana Cavallo
21/12/2006

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“Se non mi perdo nel parco Solari arrivo fra un’ora”.  Mentre aspettavo che da Bologna raggiungesse Milano, ho iniziato a fantasticare sull’artista che temeva (o sperava) di smarrirsi in uno dei fazzoletti di verde più ristretti della città: esile, squisitamente discreta, passaporto tedesco ma (per un impenetrabile gioco del destino) bolognese d’adozione, italiano perfetto, insomma Karin Andersen. Poi, dopo mezz’ora di chiacchierata con lei, ho capito: tra viaggi fantascientifici, creature zoomorfe e visioni urbane spiazzanti, alla nostra artista la realtà così com’è deve stare proprio stretta. E allora con una sana dose di humour e di visionarietà ha trovato un suo personalissimo sentiero. Nell’arte, come nelle lunghe - e sorprendenti! - passeggiate cittadine.

Sei in Italia da quasi 20 anni. Come sei capitata a Bologna?
Ci sono arrivata in maniera quasi casuale, direi. Dopo aver finito la scuola in Germania mi era venuta l’idea di studiare arte qui da voi, quindi ho iniziato a scrivere alle scuole d’arte italiane per chiedere informazioni.  L’Accademia di Bologna è stata fra le poche ad avermi risposto. Tutto qui. Non c’erano un fidanzato italiano o pretesti simili... Non ero mai stata a Bologna prima e non conoscevo nessuno.
Poi, evidentemente, ti sei trovata bene...
Sì, anche se i primi tempi non sono stati facilissimi..
Anche l’Accademia si è rivelata un po’ diversa da quanto immaginassi. Ma, dopo qualche mese di assestamento e grazie ai miei nuovi amici artisti italiani, ho iniziato a conoscere la vita culturale e sociale bolognese e l’ho trovata molto stimolante. Una volta finita l’Accademia abbiamo anche fondato un gruppo autogestito di artisti e mi sono trovata coinvolta in una nuova rete di relazioni personali e professionali. Una delle cose che mi piacciono di più in città è proprio il modo in cui si aggregano e si mischiano tutte le persone dell’ambiente artistico in senso lato (artisti visivi, fumettisti, videomaker, musicisti o scrittori).  E a me ha sempre affascinato questo sottobosco di iniziative culturali alternative e underground (che magari in alcuni casi, col tempo, diventano vere e proprie istituzioni).
Nel tuo lavoro hai sempre dimostrato un interesse insolito per il tema dell’ibridazione umano-animale.  Come ce lo spieghi?
In parte non lo saprei chiarire, perché fin da bambina disegnavo spontaneamente personaggi con connotati zoomorfi. Poi col tempo ho preso coscienza di questa tendenza e ho cercato di esplorarla in maniera più consapevole, di fare lavori mirati che ruotavano intorno all’animale, oltre a interessarmici da un punto di vista teorico.  Così, hai scritto anche un libro con uno studioso di zooantropologia e di scienze e filosofia del post human...
Sì, Animal appeal – Uno studio sul teriomorfismo, con Roberto Marchesini, dove siamo andati a ricostruire una panoramica di esempi di zoomorfismo nella storia dell’arte e in ambiti come il fumetto o il cinema. Quello che a noi soprattutto interessava era mettere in dubbio una serie di stereotipi legati all’animale e alla rappresentazione ibrida uomo/animale e quindi prendere un po’ le distanze dalla tesi per cui l’uomo viva la contaminazione con l’animale come l’espressione di qualcosa di ancestrale, di un passato bestiale che si porta dentro. Al contrario, dagli animali possono scaturire modelli nuovi, un qualcosa che ti proietti in avanti. In molte delle mie rappresentazioni gli uomini-animali sono fantascientifici: l’animale ibridato con l’uomo ha qualcosa a che fare con il futuro e non con un’indagine regressiva.
Insieme a questi “alieni”, molto spesso sono anche le città a entrare nelle tue opere...
La città è stata importante soprattutto per un’ultima serie di lavori con disegni digitali, che ho da poco esposto da Cannaviello a Milano. Ma già in passato mi sono interessata in particolare di due siti urbani: la Galleria Vittorio Emanuele di Milano e la stazione metropolitana Salvator Rosa di Napoli. Questi due luoghi mi hanno ispirato l’idea di un ecosistema chiuso, dove potessero evolversi creature aliene, ovviamente sempre zoomorfe, che anche dal punto di vista estetico riuscissero a interagire con l’ambiente.  Così ho creato un senso di alienazione, di spiazzamento, nei confronti di questi luoghi dove si transita e non succede mai nulla di particolare e che invece nei miei lavori si trasformano in qualcosa di assolutamente strano, quasi di fantascientifico. In un’opera, per esempio, ho rigirato la cupola della Galleria Vittorio Emanuele e ne è venuta fuori una prospettiva stranissima, un’architettura subspaziale...
Nei tuoi ultimissimi lavori invece il contesto urbano appare molto più reale.
Sì, per lo più si tratta di luoghi dove sono stata e che mi hanno ispirato uno scatto momentaneo, oltre a darmi sensazioni che ho cercato di trasmettere attraverso i disegni digitali.
Vi si intuiscono anche delle storie...
È come se fossero microstorie dove viene catturato sempre solo un frame, quasi come in un diario. I soggetti disegnati non raccontano mai quello che è realmente accaduto, piuttosto quello che ho pensato. Pure sensazioni.  Ci sono scenari a Bologna che ti hanno ispirato in questo senso?
Luoghi notturni, centri sociali, posti dove si vanno a sentire i concerti... Però, a livello puramente urbano, ancora forse la scintilla non è scoccata.
Roma...
È bellissima, ma è già così “compiuta”... cosa potrei farci?
Nell’ultimo periodo credo di preferire le città meno appariscenti.  Già la Galleria Vittorio Emanuele era un caso limite.
Pensa però ai tuoi personaggi immersi in una situazione tra il passato e il futuribile, magari tra le rovine antiche, i marmi...
In effetti potrebbe essere un’idea! Ma a proposito di marmi, ho già scattato una serie di lavori nelle cave di Carrara: anche in questo caso, sono diventate paesaggio alieno e parte di una storia surreale, virata sempre sul versante fantascientifico, con figure zoomorfe – naturalmente – che si preparavano per un viaggio spaziale, con un’estetica un po’ da fantascienza.
In pratica si parte dal reale, per finire sempre in mondi fantastici. Forse questo stimola ancor più la curiosità di chi guarda.
È importante che qualcosa di reale rimanga perché altrimenti si va a finire nell’illustrazione astratta. Non vorrei mai che le mie raffigurazioni diventassero una cosa da favola in tutto e per tutto.
Adesso si parla tanto anche di public art, di interventi “sulla” città. Tu che cosa ne pensi?
Ovviamente li approvo, per me è una modalità che andrebbe approfondita. Alcuni anni fa ho fatto una performance in Finlandia e ho scoperto che lì esistono tantissime opere destinate a riqualificare spazi pubblici cittadini, dalle decorazioni di pavimentazioni agli interventi di illuminazione.  Molte iniziative vengono affidate agli artisti, che così riescono anche a camparci. C’è una dimensione meno mitizzata rispetto a questi temi: tutto è discreto, più suggerito. Spesso gli interventi sono molto meno vistosi perché ben integrati nel paesaggio metropolitano.
E se prima o poi avessi la possibilità di interagire “dal vivo” con la città, quale segno vorresti lasciare?  Così su due piedi è un po’ difficile rispondere... mi verrebbe subito in mente un grandissimo wall painting sulla facciata di una casa. O anche qualcosa di fantascientifico piazzato in uno spazio pubblico. Pensa un po’: la commemorazione di un avvenuto sbarco alieno proprio nel centro di una delle nostre città!
 
 
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