SEI CORDE CINQUE DITA
Stefano Brandoni, session man, ci parla di una vita da chitarrista, del suo inconfondibile dirty pop e di quella volta che a Londra, in Denmark street...
testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Paolo Catufi
02/02/2007

Stefano Brandoni è un turnista, o session man, uno di quelli che tutti chiamano a suonare e nessuno a raccontarsi. Si alza tutte le mattine, prende lo strumento e va, soprattutto in trasferta. Lo cercano gli artisti da copertina perché ‘sporca’ il loro pop, aggiunge un colore, un’identità. Quella che non appare. È il Suono, suo come un odore o un profilo, che lo ha portato a essere una delle più quotate sei corde italiane. Ma non ha quella tecnica che lo rende buono per tutte le stagioni. Ha dalla sua una strada urbana e periferica, fatta di poca accademia e tante cantine. Una carriera inseguita con costanza, che lui preferisce definire incoscienza. “Prima ti convinci di essere un musicista, poi lo diventi” dice, per spiegare la sua scelta di uomo con la custodia in mano.
Professione: musicista free-lance.
Sì. Senza cover band e senza insegnare, nobilissimi entrambi, sia chiaro. E senza essere un figlio di papà. Che aiuta, almeno agli inizi.
Gli inizi, appunto.
A dieci anni sono stato costretto da mia madre ad andare a studiare chitarra classica. Avevo l’insegnante che a Cormano avevano tutti. Una stanza, dietro un negozio di dischi. Un tipo visionario e tosto. Ricordo che al primo saggio eravamo in dieci. Dovevamo suonare un minuetto di Mozart, mi sembra. Quando sono partite insieme tutte le chitarre ho provato un’emozione tale che sono scoppiato a ridere. Perché ridi? Mi ha detto serissimo lui. Per la felicità, gli ho detto. Mi ha buttato fuori.
Fine degli studi classici.
Sì, poi ho avuto la distrazione adolescenziale. Il solito binomio figa e pallone, pur essendo uno scarpone. Poi c’è stato il punk, e non ho più smesso di guardare e toccare una chitarra.
Guardare?
Sono anche un po’ feticista, adoro l’oggetto. C’è una via di Londra, Denmark street, dove quando capito mi faccio lasciare all’imbocco e dico al gruppo di tornare a prendermi quando li chiamo io. Entro in un sogno: c’è il vintage più spettacolare che si possa incontrare. Pezzi originali, chitarre della storia… E ovviamente, oltre a guardare, acquisto. L’ultimo è stato uno dei pedali amati da Jimi Hendrix, Big Muff, una delle prime distorsioni Fuzz.
Perdona l’ignoranza, ma Muff e Fuzz per me sono giusto due imprecazioni…
Il Fuzz è un disturbo, che distrugge il suono. Lo frantuma. Potrei stare in casa con un pedale Fuzz per delle ore a sentire cosa tira fuori.
Una deflagrazione non lascia mai una forma immaginabile. La pulizia del suono è invece intuibile, limpida, programmabile.
È così, anche se la ricerca di una limpidezza è sempre una ricerca, appunto. Ma nel distruggere il suono c’è una parte della mia esplorazione, c’è il ‘mio’ suono. Il mio ‘rumore’. Ed è importantissimo scegliere gli strumenti. La chitarra più invecchia meglio suona. Come il vino, il legno è vivo.
E da noi, che cosa si trova?
Sono nato e cresciuto a Cormano e il mio pusher è vicino, a Cinisello Balsamo, sempre periferia. Faccio un inciso: se mi sono salvato è perché portavo sempre le cuffiette e la periferia l’ho vista filtrata dal potere della musica, che trasforma tutto. Ma dicevo del negozio, dove ho un conto aperto… Il gestore mi telefona per annunciarmi un arrivo d’epoca e io vado. Ho appena comprato un basso violino Hofner: se apri qualsiasi cd dei Beatles, lo trovi in braccio a Paul McCartney.
Quando è scattata la tua professione?
L’incontro con Grignani è stato decisivo. È stato il primo a scegliermi, perché voleva un live energico per l’album La fabbrica di plastica. E da quel momento ho intuito quale potesse essere il mio valore aggiunto, quella componente ruvida, più graffiante da inserire anche in contesti più commerciali, pop. Da noi in Italia è un business che viaggia da poco, ma arricchire il sound con la componente rock più ruspante è ormai la prassi delle produzioni.
Cosa significa cambiare sempre compagni di viaggio?
Suonare è come andare in analisi. Il tuo suono ti rappresenta. Ti espone. È una riesumazione, come la voce. Quando suoni in tournée, in queste convivenze forzate, dove scopri amicizie fantastiche e odi stupidissimi, ti accorgi che ognuno suona come è, come lo ritrovi poi nel backstage, ovunque, anche senza una chitarra in mano. Se sei un esploratore stecchi. Anche Jimi Hendrix: devi volergli bene, per ascoltare i suoi live. Aspetta, mi spiego, prima che mi lancino anatemi… Intendo dire che osa, al di là della tecnica, non si nasconde mai. La corda è come una pelle, è sempre diversa la reazione a un tocco, e per una chitarra elettrica ci sono infiniti rumori.
Hai parlato di Hendrix e penso ai denti o ad altri arnesi, quasi artigianali. Un suono che ricordi al volo?
Quello di Edge degli U2 nel brano With or without you, dove le corde vibrano grazie a una E-bow, una calamita poggiata sul pickup. Un sibilo, il tocco più leggero possibile, come fosse del vento. Gli U2 mi accompagnano da sempre: ancora oggi nel disco Achtung Baby cerco e trovo i suggerimenti per le cose che faccio. È stato un disco svolta, lì si sono reinventati, come fanno solo gli eterni. Era un disco pop eppure complesso. One la canta anche mia mamma.
Stefano si accarezza la testa rasata. Toglie il cappello solo a letto e a tavola. Anche per mestiere. Molti artisti, racconta, per le foto lo costringono a indossarlo, perché il Brando Brandoni sia riconoscibile.
Cappello forever?
Sì. E a me va già bene. Pensa a John Five, chitarrista e coproduttore di Marilyn Manson, con il quale ho collaborato a Los Angeles: un tizio simpatico – che poi suonava volentieri l’acustica ed era bravissimo – un ragazzo con la faccia acqua e sapone, tutto tatuato, che per contratto doveva apparire truccato in modo pesante, con il rossetto nero e tutto lo stile Manson...
I contratti. Sui tuoi che cosa si scrive? E come sono i tuoi ‘colloqui di lavoro’?
Non esistono colloqui di lavoro. Né vere audizioni. Chi ti sceglie ti ha sentito suonare. O qualcuno gli ha detto. Ed è matematico che sei tu e che vai bene. Poi c’è il contrattare, che per me è una fatica. A un certo punto ho anche preso un manager, come si fa negli Stati Uniti. Ma in Italia se ricevi una richiesta da qualche artista e rispondi che lo farai parlare con il tuo manager si crea già una contrazione. Un inciampo. Da noi va così. È che io vorrei concentrarmi sul lato artistico e avere un manager significa evitare commercialisti, recuperi crediti. Chiedere soldi è terribile.
Ma obbligatorio.
Faccio anche tante cose senza denaro, produzioni indipendenti, come Simona Salis, in dialetto sardo. E per il non saper dire di no alle belle persone. Per entusiasmo, per libidine anche. Un’altra libidine, pagata però, sono questi rave dal vivo in Giappone, dove improvviso su basi dance. È nato tutto con gli amici produttori della A-Beat C. È il quarto anno che andiamo alla Fiera dell’auto truccata di Osaka. Tutto molto nippo, ma c’è un’invasione di gente mai vista. In Giappone, la dance italiana vola.
Non ti fai mancare proprio niente…
Ma non mi dispiacerebbe rallentare, girare meno. Anche se poi è la tournée quella che mi procura le entrate sostanziose.
Parliamone.
Sono appena stato in Germania con Dolcenera, una scoperta. Grande voce e grande musicista. Music Farm non ha reso merito al suo peso artistico. La prossima sarà con il progetto Rezophonic, 60 tra i più importanti artisti italiani che si incrociano sul palco. Una cosa nobile e in crescita, che è partita il 2 dicembre dal palco del Rolling Stone di Milano. E poi, spero di essere del prossimo di Renga. (E si tocca i santissimi).
Con Renga belle soddisfazioni?
Sì. Ho cominciato con lui. Quando lasciò i Timoria e ripartì da zero. Giravamo con un furgone. E poi mi sono ritrovato sul palco con Francesco quando ha vinto Sanremo.
Una rivincita. Le storie di abbandono e riscatto fanno sempre presa.
In questo mestiere sai che non ti è dovuto nulla. Oggi vai bene. Domani non ti vuole più nessuno. L’amicizia può anche restare, ma le strade professionali sono spietate.
Differenze dell’uso della tua chitarra, con i vari artisti.
Con alcuni esistono degli arrangiamenti precisi, da non discostare, quindi mi si chiede solo il mio suono. Con Dolcenera mi viene richiesta più creatività, anche nell’idea del pezzo.
Più divertente, immagino?
Sono divertenti entrambi. L’ho capito più avanti, prima abbaiavo “Io qui io là…”. Imparare a misurarsi con la capacità esecutiva ha il suo fascino e la sua importanza.
Come si sente immerso in un’orchestra uno cresciuto col rock?
A Sanremo ero già stato, nel ’94 con i Deco, ma fu un’esperienza poco esaltante, per usare un eufemismo. Con Renga, invece, ero lì, immerso nell’orchestra, e sono partiti i 40 violini. Senti soprattutto il crine, lo sfregare. E poi armonie, tante, una cosa che ti ubriaca.
Alziamo sempre di più la voce. Brandoni commenta l’acustica del locale dove siamo, ampio e pieno di gente. Dice che le voci rimbalzano, e si moltiplicano. La sua esperienza dello spazio passa, prima di tutto, dalle orecchie.
Due strumenti inseparabili.
L’amplificatore Vox AC30, usato dai mostri sacri d’ogni epoca. E una Gibson 335, in braccio a Chuck Berry per Johnny B Goode e a John Lennon fino a quando è vissuto.
Momenti straordinari?
Uno sicuramente. Da ragazzo ascoltavo La sedia di Lillà di Alberto Fortis, seduto davanti alla radio, con il muso quasi incollato. Poi è successo che il giorno del mio compleanno fossi sul palco con lui, e la mia chitarra la stava suonando. Era diventata mia.