LA REGIA DI UN ATTIMO
Da regista, come da musicista, cerca di rompere le barriere tra i generi e contaminare.
Al suo primo “lungo” Federico Zampaglione si presenta con una commedia noir. Attrice protagonista? La sua compagna, Claudia Gerini
testo: Lorenzo Tiezzi
02/03/2007

Vai a trovare Federico Zampaglione in uno studio sulla Nomentana, bussi, entri e lui non ti sente neanche. È immerso in un mare di chitarre distorte, piccolo piccolo davanti a un mixer enorme. Dopo i buoni risultati di vendita del suo best of, prima di un tour che lo porterà in giro per l’Italia per tutta l’estate, sta dando gli ultimi ritocchi al montaggio e alle musiche del suo primo film da regista. Mentre parla scrive, anzi scarabocchia, con un pennarello indelebile. Non è scortese, tutt’altro, ma è chiaro che il 16 marzo, data d’uscita del film nelle sale, sarà una liberazione.
Come musicista ti conosciamo. Hai già capito che tipo di regista sei?
Ho diretto d’istinto. Il filone forse è quello della commedia spagnola che mi è familiare, quella di Alex de La Iglesia o di Almodóvar. Ma dentro c’è un po’ di tutto. Nel film è finita tutta la mia esperienza visiva, compresi ovviamente i videoclip. Il metodo è stato lo stesso di quando faccio musica. Non mi sono preoccupato troppo dei generi, ma di far interagire tra loro cose apparentemente diverse in un unico flusso di comunicazione.
È vero, la tua musica vive di contrasti. Sembra naif, ma forse dietro a suoni e parole c’è tanta ricerca.
C’è il piacere di non sedersi su cose troppo sentite. Ho sempre avuto in testa questo obiettivo: arrivare al pubblico con delle canzoni che si possano cantare ma che abbiano contemporaneamente un suono originale. Credo sia importante avere un proprio stile, essere riconoscibili.
Nero bifamiliare, invece, che film è?
È una commedia noir. Si può sorridere, ma sullo sfondo si dipana una vicenda che sfocia nel nero. Tutto ruota intorno a una villetta di un comprensorio in cui ogni cosa sembra perfetta. L’edificio è diviso da due vicini che non si sopportano tra loro, e gli screzi non si contano. È un po’ la metafora della nostra società, neppure troppo vaga visto che il cattivo vicinato oggi sfocia in tragedie che tutti conosciamo. Ci si trova contrapposti a persone con cui non si riesce a comunicare, c’è sempre una struttura che ti giudica. Ma c’è anche un gioco di specchi, e capita di trovare qualcosa di te in chi credevi diverso.
Che tipo di film ti piace vedere?
Ieri che era domenica ho visto: Walk the line, il film su Johnny Cash con Reese Witherspoon e Joaquin Phoenix. Poi su Sky ho rivisto Il Gladiatore, mentre nel pomeriggio c’era il vecchio horror di Pupi Avati, La casa delle finestre che ridono. E non basta, la sera mi sono guardato I soliti sospetti, dall’inizio alla fine e un pezzo de I complessi, quel capolavoro in cui Sordi ha dei dentoni enormi ma alla fine riesce a fare il lettore del telegiornale perché è geniale (un film a episodi del 1965, diretto tra gli altri da Dino Risi, n.d.r.)… Sono un grande consumatore di cinema da sempre, non solo da quando sono diventato regista.
Anche il suono dei Tiromancino negli anni è cambiato molto. Se non sbaglio nei primissimi ’90 facevate da supporter a Luca Carboni…
Il piacere di ricercare e sperimentare l’abbiamo sempre avuto. Forse è per questo che per emergere ci abbiamo messo tanto tempo. Le nostre canzoni erano troppo alternative per chi ascoltava pop e troppo cantabili per chi ascoltava musica più underground. Il tempo mi ha dato ragione, ma visto che secondo me per un artista la cosa più importante è non sedersi, ho deciso di fare un film.
Un passo naturale, visto che hai diretto il video di Un tempo piccolo e collaborato ai clip d’animazione realizzati per Imparare dal vento e Per me è importante.
È stato un salto nel vuoto che sentivo di dover fare. Anche se tutto stava andando bene, dovevo trovare altra benzina per continuare a fare l’artista.
Com’è fare il regista?
Non mi aspettavo un lavoro di questa portata, sia pratico che mentale. Da una tua decisione sbagliata può inanellarsi una serie infinita di eventi negativi. Quando faccio un disco ho i miei musicisti, un collaboratore per gli arrangiamenti, al massimo cinque o sei persone. Sul set invece ci sono almeno 50 persone, e ogni giorno devi interagire con loro in modo costruttivo. È una specie di famiglione allargato da indirizzare verso un unico obiettivo. Devi avere una risposta pronta per tutti, devi essere psicologo, infondere sicurezza e tranquillità. Anche a chi è in un momento personale negativo… E ogni 5 minuti che vanno persi, arriva qualcuno con un taccuino, che ti minaccia. L’onda, lo spirito guida che devi creare sono gli stessi, ma fare un film è molto più faticoso. Prima la mia mattina iniziava alle 11 e mezza, oggi alle 10 e mezza di sera spesso mi addormento.
È stato difficile finanziare il film?
No, non ho fatto la classica trafila. Parlai del mio progetto a un amico, Rudolph Gentile, non sapendo che nel frattempo aveva fondato una distribuzione cinematografica (Moviemax, n.d.r.). È finita che abbiamo addirittura scritto la sceneggiatura insieme.
Da te non ci si aspetta un campione del box office, ma neppure un film d’autore noioso…
Se è così, mi fa piacere. Nero bifamiliare non è una commedia per farsi quattro risate, né un pippone intellettuale che gira su se stesso. Si vede che sono fatto così, anche nella musica non mi basterebbe impacchettare una cosa da canticchiare, non mi divertirei. Quando ero agli inizi c’era una specie di muro tra artisti che mai e poi mai avrebbero messo nelle loro canzoni dei ritornelli cantabili e chi mai e poi mai avrebbe inserito in un brano una chitarra elettrica distorta. Non riuscivo ad accettare queste divisioni, perché è ovvio che è la musica a essere assoluta, una canzone come La stagione dell’amore di Battiato da qualunque lato la guardi è un capolavoro.
C’è qualcosa di Roma, nel film?
La città dalla quale vieni ti entra dentro. Trasformi quello che vivi, le strade che cammini, in un suono, ma per il film abbiamo cercato di creare un non luogo, un posto che fosse possibile dappertutto, per dare un senso importante a quello che accade e non a dove accade. Roma comunque c’è, soprattutto in certi personaggi.
Com’è stato dirigere la tua donna, Claudia Gerini?
Eravamo molto spaventati da questa specie di convivenza forzata 24 ore al giorno in un contesto delicato… Ma l’armonia è stata perfetta. Ognuno aveva a cuore il suo risultato: lei doveva raccontare il suo personaggio, io collocarlo nella storia. Il rapporto personale è rimasto fuori dal set, spontaneamente.
Non è che facciate la fortuna dei giornali scandalistici, voi due…
Diciamo che non incentriamo la nostra vita sull’auto-esposizione, ma se c’è la prima di un bel film, ci andiamo volentieri. Il fatto è che in certe situazioni gossippare e mondane non ci si diverte perché ci si sente troppo osservati.
Il tuo nuovo cd contiene otto canzoni inedite ma anche le musiche del film. Un’altra scelta strana.
Non è solo il disco della colonna sonora, ma un album a sé. Per questo ha anche un titolo diverso. Si chiama L’alba di domani ed è anche un augurio che faccio a tutte le cose nuove che stanno succedendo nella mia vita. Si sono aperti orizzonti inediti, il mio sguardo è andato al di là di quello che ero abituato a vedermi davanti. Come un aprirsi verso tutto, ciò che vivi ogni giorno, ciò che è davvero importante.