COLPO BASSO
Saturnino, in arte Saturnino. Da quando, a 14 anni, ha lasciato il violino per il basso, il suo mondo gira attorno a quattro corde. Vive a Milano, dove una volta incontrò l’uomo che cercava un bassista...
testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Cesare Cicardini
30/03/2007

“Con le frequenze basse puoi fare crollare un palazzo. Se ti metti a due passi da una cassa, le alte ti danneggiano, le basse ti fanno vibrare”. Saturnino è il suo nome di battesimo. Braccio armato di Jovanotti, è uno dei migliori bassisti in circolazione. Nato 37 anni fa ad Ascoli Piceno, vive nel cuore verde di Milano, città che ha amato da subito, nella sua casa a due passi dall’Arco della Pace. Musicista eclettico, le sue influenze sono ovunque e contagiose, figlie dell’ascoltatore onnivoro e insaziabile quale si definisce. Ma quello che distingue Saturnino è la leggerezza: le indiscutibili capacità tecniche e compositive non riescono a nascondere il divertimento del suonare.
Quanti bassi compri?
Uno all’anno, come tributo allo strumento.
Quello che stai usando di più?
Un Noah. Lo fanno un ingegnere aeronautico, un architetto e un insegnante. Precision bass con cassa vuota in alluminio grezzo. Il manico, invece, è fatto a Milano, da Jacaranda. Ha suono solido e liquido allo stesso tempo. Un metallo che cola. Ed è bellissimo da vedere.
Saturnino tira a sé il portatile e apre la pagina con la foto del Noah imbracciato come un mitra. Me l’avvicina. Gli luccicano gli occhi e gli occhiali, e capisco che posso solo dargli ragione. Anche se vedo solo un bel basso lucido e inciso. E non una Venere lasciva, come sembra stia vedendo lui.
A cinque anni cominci con il violino. Lo “strumento triste”, lo chiama mia figlia.
È vero, è anche triste, quando è solo, infatti nelle orchestre ci sono quattro contrabbassi e 30 violini. Ma se ascolti Itzhak Perlman, violino solista e interprete della colonna sonora di Schindler’s List, senti invece come un rogo, mescolare dolore e piacere. Il violino l’ho suonato fino a 14 anni, quando capitai alle prove di un gruppo che faceva cover dei Van Halen. Preparavano dieci pezzi per la festa degli studenti. Il bassista era partito per il militare e il suo strumento era lì. Appena l’ho preso in mano mi ha subito affascinato. È simile al violino, ha intervalli di quarta al contrario, mi la re sol. L’ho sentito familiare. E potevo imbracciarlo, aveva una dinamica diversa…
È stato amore a prima vista.
Sì. Mio padre non sapeva nemmeno cosa fosse. “Sto suonando il basso!” gli dicevo. E lui: “E che è?”. Passavo le ore a fargli vedere i gruppi alla tele: “Quello è il bassista!”. Lo strumento elettrico è giovane, il precision bass definitivo ha 50 anni, l’età della musica contemporanea. Musica che vive nel volume, perché se stacchi la spina degli ampli senti solo uno sciame di zanzare. E andrebbe studiata, partendo da Leo Fender, è lui lo spartiacque.
C’è il prima e il dopo Fender. Il profeta del pick up. Quanto conta suonare dal vivo?
È nel live che ho codificato il mio profilo di bassista. Un non musicista si accorge della forza del basso quando viene a vedere uno show. Resiste sempre il vecchio luogo comune del chitarrista mancato. In realtà sono due mondi diversi. In un videogioco divertentissimo, l’unico che riesce a traviarmi, dal nome inequivocabile di Guitar Hero, c’è una delle didascalie che recita: “Un frigo pieno in sala prove è molto più utile di un bassista”.
Un altro luogo comune è che una canzone stia in piedi voce e chitarra. Ma il basso può vantarsi d’essere sia melodico che percussivo.
Lo slap (tecnica bassistica che consiste nel colpire con il pollice della mano destra le corde, attraverso un movimento rotatorio del polso, n.d.r.), infatti, è come una batteria. Mark King, dei Level 42, che lo ha esaltato, diceva di usare il pollice come cassa e le dita come rullante.
È già una piccola drum’n’bass. Quella che invece picchia in ora tarda la trovi nevrotica o rilassante?
Questo tatuaggio (indica il bicipite, n.d.r.) me l’ha fatto un tipo a New York, studente delle Belle Arti. Mentre incideva teneva grosse cuffie da deejay con della drum’n’bass a palla. Finito il lavoro le ha tolte. Lo aiutava a concentrarsi. È una funky drummer al doppio del tempo. La velocità massima che diventa rilassante.
Il tuo nome, già nome d’arte. Quasi un destino.
Era il nome di mio zio, morto troppo giovane. All’inizio non mi piaceva, poi mi ha portato fortuna. Quel diminutivo lo rende amichevole. Molti mi chiamano Saturno, ma è troppo severo.
Saturno, a dispetto del nome severo, ha densità media inferiore a quella dell’acqua. Se posato sopra un immenso oceano, galleggerebbe.
Non lo sapevo. Mi piace. C’è sostanza ma non ti schiaccia.
Ripartiamo dal Saturnino di Ascoli Piceno.
Sì, quasi la provincia della provincia. E lì succede poco, devi usare dei filtri: ognuno ti consiglia qualcosa da ascoltare e tu accumuli informazioni e suggestioni. Ho iniziato che suonavo in quattro gruppi contemporaneamente. Uno in stile Level 42, uno punk, uno hard rock e uno new wave. Mi cambiavo anche d’abbigliamento. Per questo ho poi fatto un disco chiamandolo Zelig. La provincia è come Sparta, ti devi adeguare e allora ti accetta e ti protegge. Sei visto subito come strano se non rispetti i canoni. Per passare poi da pulcino a gallo devi scegliere la città. La città è il luogo dove tutti vengono a farsi perdonare. Per essere quello che si è.
E qui incontri l’uomo che cercava un bassista.
La mia fortuna è stata incontrare Lorenzo nel momento giusto, perché lui basava tutto sulla ritmica. L’unico del momento. I vari Battisti, anche Alan Sorrenti, per fare clamore chiamavano artisti stranieri. Anche Rispetto, di Zucchero, aveva uno come Randy Jackson al basso. Invece Lorenzo voleva creare una tribù che balla. E che suona.
Lorenzo: qual è la sua forza?
Lorenzo è la concretizzazione dell’idea. Lorenzo è lo chef. L’alchimista, meglio ancora. Dà un input, poi chiede un’intenzione, per esempio una cosa in stile Clash, o Chic, e qui conta il fatto di ascoltare tanto, di tutto: noi ci passiamo una marea di dischi. Io poi cerco di tradurre la sua intenzione, sempre con una cosa mia, mai una citazione, ma l’atmosfera che lui vuole resta. Spesso riesco anche ad anticiparlo.
Siete in simbiosi...
Siamo sullo stesso groove, che significa solco. Molte linee di basso che hanno dato anche la chiave melodica al brano rendendomi coautore di hit come L’ombelico del mondo o Penso positivo sono nate durante una riesumazione: il groove gira, da solo, per dieci, venti minuti, tutti i musicisti ci suonano sopra, cercando, ma soprattutto giocando. Poi Lorenzo, che riesce ad avere attenzione per ogni singolo strumento, ti ferma e dice: “Quello che stavi facendo adesso”. Un adesso che è già passato e che magari non ricordi nemmeno. Lui estrapola, coglie. E il resto arriva subito, come fosse vomitato. Il nostro è uno sfruttamento reciproco.
Altri artisti con cui hai collaborato?
Per il mio disco Zelig avevo chiesto di cantare un brano ad Antonella Ruggiero, tornata dall’India e al suo rientro sulle scene. Io l’adoravo. La sua voce è uno strumento inarrivabile. E lei è arrivata, timidissima. Super professionale. Ha eseguito la melodia che le avevo suggerito. Senza metterci alcun cambiamento. Un’artista della sua levatura, si è messa a disposizione, senza capricci o presunzione. Un altro è stato Battiato, che una sua presunzione invece ce l’ha, ma è quella di chi sa esattamente quel che vuole. Lui va a mille, per la sua strada, in fondo non gli frega di nulla ma gli interessa il parere di tutti. Da lui ho imparato che non devi mai farti un’idea prima. Niente è come te lo aspetti.
Da Battiato, nient’altro?
Mentre registravo continuava a farmi togliere note da una linea di basso. Io gli chiesi: “Ma non è troppo semplice così?”. In studio c’era Manlio Sgalambro, che mi impalò bonariamente: “Saturnino, la semplicità è vicina al divino!”
Chi altro ti ha insegnato? E tu, insegni?
Ho avuto un solo insegnante, Gianfranco Gullotto. Io ho iniziato da poco a dare lezioni individuali e faccio una trasmissione dal titolo Rock TV School. Ma con le lezioni individuali imparo anch’io. Un mio allievo mi ha fatto un brano che non conoscevo. Con una forza incredibile. Ma non sapeva codificarlo. Ed è quello da fare: insegnargli il percorso che ha portato questo pezzo a essere suonato così.
Codificare è una parola che tu usi spesso.
Ti dirò di più: raggruppare gli elementi in modo sistematico. È fondamentale.
Un ricordo dal palco.
Quando si è sfondato a Treviso. Le travi non avevano retto il peso di un pianoforte a coda e sono andato sotto.
Dallo studio di registrazione.
Quando sentii Bella, di Lorenzo. Ho detto: “Questa è un botto”. Era già pronta, e io ci suonai sopra un mandolino.
La tua esperienza in America. Differenze con l’Italia?
C’è una differenza di livello, ma a un certo livello non c’è differenza.
Un bassista che reputi inarrivabile?
Tutti hanno delle pecche, ma Sting è un modello. Anche per quelli che dicono che non lo è. Riesce a entrarti in circolo. Fanno scuola il suo modo, il suono, le linee.
E una performance indimenticabile?
Al matrimonio di mia sorella. In chiesa, io al basso elettrico, Giovanni Allevi al pianoforte. L’Ave Maria di Schubert. Da brivido.