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TUTTO D'UN FIATO

Dopo le foto segnaletiche di rito è iniziato l’interrogatorio. E Fabrizio Bosso ha confessato tutto. Delle sue tournée con Cammariere e Biondi, ma anche di quando a tre anni le trombe si divertiva a distruggerle

testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Cesare Cicardini
27/04/2007

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Per intervistare dal vivo il torinese Fabrizio Bosso, professione trombettista, devi appostarti come un cacciatore e aspettarne il passaggio breve. Suona “l’inanimato tubo di ottone” da quando aveva cinque anni e oggi, a soli 34, è già considerato tra i più grandi del panorama europeo. La sua tecnica enorme e invisibile passa dalle estremità dell’hard bop alla suadenza di una bossa, fino alla cantabilità di una canzone d’autore. A farlo salire e scendere dalla penisola, più ancora delle tournée di Sergio Cammariere e di Mario Biondi ai quali presta il suono della sua tromba, sono le presentazioni del suo freschissimo lavoro, You’ve changed, per la Emi/Blue Note. “Un disco italiano del quale andare fieri, come una raccolta di versi”, ha scritto un guru della tromba nostrana come Paolo Fresu.

Definizione lusinghiera. Spiegacela.
È un disco più incentrato sulla melodia, c’è più forma che canzone: ci sono standard jazz, ma anche alcuni brani italiani come Estate di Bruno Martino, cantata da Cammariere. Nell’hard bop (forma jazzistica che sposta ancora oltre i confini delle improvvisazioni e delle armonie del be bop, quando cominciano a sentirsi gli effetti degli studi classici eseguiti anche da musicisti neri, n.d.r.) il tema è un pretesto per improvvisare, qui invece è proprio il tema la parte principale. Suoniamo con un’orchestra d’archi, che ti porta a suonare meno e più intenso. C’è molta emozione…
Un disco più ruffiano, o meglio, più commestibile?
Rispetto ai dischi jazz, dove entri in studio, il giorno dopo remixi e via, questo con l’etichetta Blue Note era più ambizioso, aveva un budget più alto e ci ha fatto pensare a un lavoro che dovesse anche vendere.
Non fa una piega.
Ma non c’è nessuna marchetta, è un disco totalmente mio. Io ho sempre ascoltato di tutto. A 9 anni, per alternare la classica, sulla quale studiavo, ho iniziato a improvvisare sui dischi della Vanoni e di Paoli, oltre a divorare Armstrong o Clifford Brown (uno dei capiscuola dell’hard bop, morto a 26 anni in un incidente stradale, n.d.r.). Mio padre mi registrava di nascosto…
È colpa sua se convivi con una tromba?
Lui suonava, per passione. A tre anni avevo quelle di plastica e finivo per distruggerle, ovviamente. Quando però lui ha capito che avevo raggiunto un’attrazione diversa da quella del distruggere me ne ha regalata una vera. E l’ho presa sul serio, da subito. Ricordo come momento definitivo, a 7 anni, quando sono arrivato all’iscrizione al Conservatorio: mi hanno guardato dritti e seri e mi hanno detto: “Lo vuoi fare veramente?”
Un bambino e una tromba. Qual è la forza che li attrae?
I bambini sono attratti dalla tromba, come dalla batteria, perché sono strumenti viscerali. Strumenti che emozionano prima il corpo. Ma poi, vogliono tanto e si concedono poco.
La tromba non regala niente?
Sì, ti dà soddisfazioni solo a patto di grandi sacrifici. Non ti puoi permettere di stare 5 o 6 giorni senza suonare. Il suono poi non esce più. Comunque, io stesso non riesco a stare più di due o tre giorni senza. Mi manca il contatto fisico.
Come un figlio?
Sì.
La bocca e la tromba. Come si devono incontrare?
Il primo suono esce, dalla bocca. (Fabrizio stende le labbra e sibila una breve melodia. Amplificata sarebbe già tromba). Il bocchino si comporta solo da amplificatore. Le labbra hanno un po’ la funzione dell’ancia, il beccuccio del saxofono.
Non è proprio un bacio.
Un bacio violento, per un suono squillante, e un bacio delicato per un suono più dolce e oscuro. In realtà le labbra più che baciare si devono distendere in orizzontale, come se avessero dei tiranti, come una corda di violino, e più riesci a tirarle e stringerle e più il suono esce forte e acuto.
Ma non c’è nessuno che te le tira, le labbra…
È un duro training muscolare. Ci vuole una vita.
E ci vogliono polmoni. Un neofita, dopo 5 minuti che suona si avvicina allo svenimento. È uno strumento da atleti?
Se stai bene fisicamente suoni sicuramente meglio. Alcool e fumo non aiutano. Ma è soggettivo, e gli esempi non mancano. È il diaframma più dei polmoni: noi siamo abituati a respirare alto, gli allievi devono invece dimenticarsi la parte toracica, perché è aria che non usi. Immagina invece di avere un salvagente, da gonfiare in modo da sfruttare la spinta dal basso, la fascia renale.
Come per il canto, il corpo è lo strumento?
Sì. La tromba è lo strumento più vicino alla voce. E può permettersi un sacco di effetti. Pensa a Miles Davis, con la sordina, quella specie di tazza metallica, l’Harmon mute, che lui ha reso famosa...
Louis Armstrong e Chet Baker, per dire i più conosciuti, erano veri cantanti. È normale per un trombettista cantare? E tu, come ti difendi?
Sì, un trombettista sa cantare. E anch’io. Ma non lo farò mai. La vergogna è troppa.
Poi ci sono i tre tasti. Come si fanno 36 note con tre tasti?
Pistoni. Non sono tasti. Ma è un errore comune chiamarli tasti, consolati. Se non ci fossero i pistoni l’aria girerebbe e uscirebbe senza trovare ostacoli. Farebbe suono, grazie anche alla vibrazione delle labbra, come ti ho fatto vedere, ma con poche varianti. Schiacciando alternativamente i pistoni, che sono forati, come quelli delle auto, la quantità d’aria invece devia e produce una grande varietà di armonici. Anche più di 36 note.
Con tre dita. Indice anulare e medio. Che cosa te ne fai delle altre sette?
L’altra mano impugna la tromba. Ti dà sicurezza. C’è una grossa pressione e ti aiuta molto. Ma non devi esagerare, altrimenti ti affatichi e non arrivi alla fine. Il mignolo aggancia l’anello della tromba. L’unico dito libero è il pollice, che si appoggia.
Il fatto che tu ci butti una quasi pernacchia e ne esca un suono, anche sublime, la dice lunga sullo strumento. Dissacra e nobilita. Può essere definita una protesi.
No… È talmente fisico che si deve raggiungere una simbiosi, questo sì. Respiro e soffio devono essere in ciclo, senza intermittenze, mentre respiri sai già la nota che andrai a suonare, è già nella tua testa.
Quanti anni occorrono per potersi autoproclamare trombettista?
Dipende dal soggetto. Certi dopo cinque anni sono in grado di fare qualcosa di professionale. Altri anche dopo 15 non ne vengono fuori. Diciamo che in media stai 6 o 7 anni sullo strumento prima di soffiare sapendo cosa stai facendo.
Qual è il confine tra strumentista e artista?
Quando raggiungi la tecnica e la dimentichi. Quando arriva il godimento del suonare, oltre la fatica.
Pensare a un trombettista, in Italia, porta facilmente alle bande del paese, più che ai locali fumosi e neri dove si sono costruiti miti e meraviglie.
La tradizione bandistica esiste, è come il liscio. Io ho suonato di tutto e tutto serve, non c’è nessuna esperienza musicale che risulti negativa. La banda ti aiuta a sviluppare un suono più grande, perché suoni sempre all’aperto. Chi però arriva dalle bande al jazz ha cento difetti da togliere, nel fraseggio, l’incapacità di improvvisare…
La tromba è anche l’unica che può permettersi di suonare il Silenzio.
Quanti ne ho fatti… Negli Alpini, ad Aosta, servizio trombettisti. Una volta sono rimasto due ore e mezza sotto il diluvio, impavido con la tromba e gagliardetto appeso, ad aspettare il Generale da annunciare…
Un trombettista che reputi un tuo superiore.
Flavio Boltro, più che un mio superiore un punto di riferimento. Avevo 8/9 anni e mio padre aveva iniziato a prendere lezioni da lui. Sempre per passione e per migliorarsi. Ho sentito Flavio a un saggio e ho pensato: “Voglio suonare così”. Poi sono diventato il suo pupillo.
La crescita sembra sempre immobile: un consiglio a chi si trova negli inevitabili momenti di crisi, nello studio dello strumento.
Professionalità, per chi sa e vuole farne un mestiere. Per chi è agli inizi, direi che ci vogliono le palle.
Le due tournée nelle quali sei impegnato, Sergio Cammeriere e Mario Biondi. Il diverso ruolo della tua tromba.
Con Sergio mi diverto perché posso essere me stesso. Ho il mio spazio. Non è pesante fare tanti concerti di fila. A parte il fatto che ha un talento musicale enorme, lui è umorale, cambia scaletta, cambiano i pezzi… Funziona. Mario Biondi ha grande voce e grande dizione, è stato un progetto discografico riuscitissimo, al quale abbiamo partecipato con il quintetto High five. Quelli della Schema Records speravano di vendere almeno 10mila copie e invece sta vendendo oltre ogni previsione.
Il jazz in Italia. Riconosci un nuovo entusiasmo in chi lo fa e in chi lo ascolta?
Sì, assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo un grande livello medio di musicisti. Siamo il paese con più talenti, e intendo tecnica e musicalità. Abbiamo il giusto mix.
La nota sporca e fragile: è lei, l’ambita?
È una delle... A differenza della musica classica, dove le note devono essere pulite. C’è poi la nota fantasma. Nota che devi pensare tra parentesi. Sfuggente. Solo annunciata. Se non c’è quella non c’è swing.
Chiudiamo come abbiamo iniziato: l’emozione del suonare.
Una, su tutte, da cagarmi sotto: con Charlie Haden a Belgrado. Noi abbiamo un’idea di orchestra con 25 elementi, suono potente, urlato… Invece con loro suonavamo anche molto piano, per 3mila persone, che alla fine esplodevano entusiaste. E lì mi sono reso conto come si possa stupire, arrivare al cuore della gente senza cliché, maestosità, arroganza. E mi è venuta voglia di fare un disco con più dolcezza e melodia, più intimo. Maturando, impari a usare una forza più silenziosa.
E allora, silenzio
 
 
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