IL BRASILE NELL`ANIMA
Una voce che teme la perfezione, un nuovo disco per mettersi alla prova. Patrizia Laquidara.
Urban l’ha incontrata per capire come fa una che è nata a Catania e vive a Vicenza ad avere la bossa dentro
testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Alberto Bernasconi
01/06/2007

“Cerco una voce tenuta sul filo, ma mai tirata. Aperta, che rimanda a spazi più grandi”. La voce è quella di Patrizia Laquidara, 33 anni, nata a Catania, di casa a Vicenza, la musica brasiliana nel sangue e un nuovissimo disco registrato a New York: Funambola. Una voce che ne ricorda molte, da ogni latitudine: sembra di sentire la Vanoni, e un attimo dopo Joan Baez, ma le riesumazioni sono diverse. La incontriamo in uno di quegli angoli che Milano nasconde ai passanti, in un cortile di fronte a Santa Maria delle Grazie, dove la Ponderosa Music&Art, protetta da un discreto silenzio e da tendoni d’edera, può permettersi di pensare e pubblicare dischi come questo, oltre le mode e incollati al gusto. Il disco di Patrizia è stato prodotto dall’artista newyorchese di origini brasiliane Arto Lindsay, contaminatore di generi, guru della sperimentazione e fonte di ispirazione per molti artisti, e registrato dal vivo in tre giorni da musicisti della Grande Mela che bazzicano i palchi di gente come Tom Waits, David Byrne o Beck.
Come hai convinto, o si è convinto, Arto Lindsay?
Io e Titti Santini (ideatore e guida indiscussa di Ponderosa Music&Art, n.d.r.) volevamo un produttore che conoscesse la musica brasiliana, ma così bene da non fare musica brasiliana. Ero in vacanza a Rio de Janeiro e Arto Lindsay si è reso disponibile ad ascoltarmi. Ci siamo incontrati in un centro commerciale, in mezzo al casino gli ho passato le cuffiette con dentro alcune delle mie cose. È bastato. Poi lui ha proposto di registrare a New York, al fianco di musicisti brasiliani e newyorchesi. Grandi lavoratori, gente che si fa un mazzo così, che non se la tira. Dà e riceve.
La Grande Mela vista da Vicenza?
Mi sono subito sentita a mio agio, mai straniera. In certi casi è più simile alla provincia che a una città come Milano. La provincia che mi piace, quella non ancora influenzata dalle mode. Anche se adesso arrivano anche là… Ma è solo una mia veloce inquadratura…
Un’altra veloce inquadratura: come ti definiresti?
La domanda più difficile che potevi farmi… Sono interessante.
Al bando la falsa modestia…
Quando canto dico già tanto di me. Ancora più che con i testi, con il suono. Credo nell’arte di far passare il messaggio non in modo palese: mi piacciono le cose dette, ma non spiaccicate. Faccio musica da sempre. Ho fatto anche l’artista di strada, da giovanissima.
Una strada che è passata anche da Sanremo, nel 2003, con il brano Lividi e fiori, titolo che suona come la didascalia del festival…
Ma nessun livido, e parecchi fiori. Se c’era un premio al quale potevo puntare era quello della critica, e l’ho ricevuto, oltre a quello dedicato ad Alex Baroni, per la miglior interpretazione.
Torniamo alle prime strade e alle prime interpretazioni…
Ricordo Cordoba, Siviglia, sempre scalza, una cosa che sognavo da bambina e che ho potuto fare con questo gruppo di musicisti itineranti. Non usavo il microfono e quindi ho imparato a tirar fuori la voce, anche con sonorità estremamente popolari. Una zingara mi fece una volta dei complimenti commossi per una canzone del suo popolo, Ederlezy (ripresa anche da Kusturica, n.d.r.). Fu una soddisfazione enorme…
Cosa ti gratifica?
Fare tanti concerti e stare con i musicisti. Trovare sempre modi diversi per portare una canzone al pubblico. Piccoli o grandi palchi per me cambia poco.
Non avete investito, con la Ponderosa, anche per cercare un certo successo?
Titti ha pensato a un obiettivo a lungo raggio. Un lavoro che rimanesse. Io non mi preoccupo di questo. Non sarei pronta a grandi compromessi. Desidero, certo, arrivare al grande pubblico, ma intera, come sono…
Sei una funambola?
Il mio è un funambolismo inteso come precarietà, arte del passaggio. Cerco sempre situazioni che mi mettano alla prova... Ma il titolo, Funambola è arrivato a disco finito: si è manifestato. I testi erano colmi di cielo, equilibrio, leggerezza e poi stavo leggendo in quel momento il trattato di funambolismo di Petit Philippe, colui che all’altezza di 412 metri ha attraversato lo spazio tra le Torri Gemelle camminando su un filo. Più che un’impresa funambolica, lui l’ha definita un atto poetico…
Qualcuno ti ha definita “poetessa d’estrazione maudit”…
L’arte che apprezzo di più è la poesia, ma a definirmi poetessa non ci sto, anche se maudit, forse, maledetta, non so…
I testi sono quasi tutti tuoi, a parte qualche brano, e non danno l’impressione di essere riempitivi, subordinati alla melodia. Testo e musica, l’eterno dilemma. Parlacene.
Ho sempre avuto bisogno di qualcuno che suonasse. Invento la melodia, la suggerisco, e loro mettono le musiche. Ora sto finalmente imparando a suonare la chitarra. Molto spesso scrivo in movimento e più che cercare subito un verso, butto un pensiero. Mischio quello che sento dentro con quello che vedo fuori, un moto interiore che si specchi con l’esterno. A volte scrivo di getto, a volte ci vogliono mesi per una frase. Il verso lo ricavo alla fine, poi, per forza…
Le parole devono suonare?
Nel primo disco, Indirizzo portoghese, mi sono trovata spesso a usare parole dure, non musicali, come ‘deragliamenti’, o ‘incrostazioni’. In questo disco meno, anche se credo che si possano cantare tutte, le parole, spostando gli accenti, allargando la vocale, ammorbidendo le consonanti… Spesso sento di avere in mano la canzone quando ripeto una frase per giorni, la canto facendo i lavori più disparati. Ed è lei che mi arriva, si presenta, e sento il bisogno di cantarla, come un mantra. Trovo il senso e l’emozione, e da quello il resto della canzone si rivela.
In questo disco ci sono canzoni scritte da altri autori. Come ti trovi con brani già confezionati?
Dico una banalità se dico che chi li scrive te li scrive addosso e tu non ti adatti ma bensì scopri un’altra parte di te? Chiaro e gelido mattino di Pacifico è una canzone che mi trasmette un’intensa pacatezza e così l’ho interpretata, Senza pelle di Tarantino e Casale è completamente mia… il ritrovarsi nuda senza vergogna, orgogliosa e forte della propria ‘nudità’…
A questo si ispira la copertina, immagino. Pensavate che aiutasse a vendere un’immagine come questa, sensuale e pudica allo stesso tempo?
La casa discografica avrà considerato anche questo, non voglio fare l’ingenua. Ma io l’ho voluta e imposta cercando il senso della canzone. C’è un’idea, non è furba. Avrebbe funzionato di più la mia faccia truccata da superfiga. Questa è una nudità fragile, e nella sua fragilità tanto forte. Anche il talento, quello che dà la direzione alla vita, è la tua forza, ma anche la cosa più vulnerabile.
Io sentivo in te la nuova Vanoni, spudoratamente. E lo reputo un grande complimento. Cosa ti ha influenzato di più?
Io non l’ho ascoltata molto la Vanoni, a parte il disco che lei fece con Toquinho e Vinicius De Moraes (La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria, n.d.r.). Amiamo entrambe la musica brasiliana e ne siamo influenzate. Questo forse… Partendo da quando ero ragazzina, ricordo d’aver ascoltato tanto Come te non c’è nessuno di Rita Pavone, ma anche Gabriella Ferri, o Aria e Albergo a ore di Marcella Bella, quest’ultima, canzone simbolo di Edith Piaf. Possiamo chiamarli i classici della mia infanzia… Poi ho passato molto tempo in Brasile, la bossanova mi ha stregata, e il portoghese è diventata la mia seconda lingua.
Ho letto di una tua venerazione per Caetano Veloso.
La sua voce ha sempre avuto per me un potere consolatorio. E quando l’ho conosciuto non mi ha deluso.
La delusione è la tua prima aspettativa?
In questo caso la temevo tanto, al punto che non lo volevo neanche incontrare, e mantenerlo a livello di sogno…
Che cos’hai nel tuo lettore mp3 in questo momento?
Patrizia prende dalla borsa l’oggetto e sposta il ciuffo che le nasconde la metà di uno sguardo fiero e sfuggente, gesto che ha ripetuto per tutta l’intervista.
Morricone… Beth Gibbons, Carmen Consoli, Tom Waits, David Sylvian, Bruno Lauzi, Cesaria Evora…
Bruno Lauzi merita tutta la nobilissima compagnia. Che incrocia voci di varia pasta. La tua, come la prepari?
Scaldo la voce con vari esercizi, tra cui per esempio il distendermi sopra una palla di plastica molto grande e con la schiena rilassata far uscire la voce come se colasse dalla testa. Poi c’è la corsa, per allenare la respirazione.
Quali sono le tonalità che ami di più o che ti vengono più naturali?
Il la e il la bemolle, ma anche quelle che mi portano al falsetto che utilizzo spesso durante le mie esibizioni dal vivo.
Dal vivo?
Sto cercando sempre meno la perfezione. Ho ancora paura di sbagliare, e allora mi ripeto sempre, prima di salire sul palco: “Patrizia, sei libera di sbagliare!”. Cerco solo il momento in cui il canto non parte da me ma mi attraversa, come se io fossi solo un tramite. La mia voce sa molto più di quello che io credo di sapere.