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LA STRADA DA UNA Y10

Per venire a scrivere a Milano ha lasciato la sua rassicurante routine di Pola. Casa sua? Una Y10 piena zeppa di libri parcheggiata a Brera. E a chi gli chiede che cosa faccia di bello qui da noi Maksim Cristan risponde “lo scrittore di strada”

testo: Amelia Gonzalez
immagini: Cesare Cicardini
09/07/2007

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Con la Feltrinelli è andata così: siccome a Milano quell’inverno faceva un freddo cane – e se dormi per strada non c’è niente di peggio del freddo cane – Maksim Cristan era ospite nella Y10 di un amico. Una Y10 verde, parcheggiata in via Mercato in forma definitiva quanto può esserlo una statua, ma soprattutto piena di libri. Talmente piena che restava posto per un solo passeggero che però non poteva abbassare i sedili, “così dormivo seduto in 26 modi brevettati da me. Cominciai subito a leggere e ad apprezzare le diverse edizioni per i diversi scopi. L’intera collana dei filosofi contemporanei era perfetta sotto i piedi e Il maestro e Margherita di Bulgakov, che aveva una copertina particolarmente morbida, andava bene sotto la testa, per non appoggiarla direttamente sul vetro gelido”.
Maksim, di Pola, Istria, nato per sbaglio a Vienna con il nome di Vlad nel 1966, ha quindi avuto una formazione letteraria ineccepibilmente classica. Forse qua e là lacunosa, ma che si può pretendere da un’utilitaria? Dostoevskij, Schopenhauer, Gibran… Più qualche divagazione sui contemporanei e Stefano Benni in particolare, edito da Feltrinelli come la maggior parte dei titoli, fra quelli in dotazione della Y10, che Maksim ha amato di più. Perciò, ecco com’è andata: Maksim ha aggiunto al desiderio “Uno” di pubblicare un libro il desiderio “Due” di pubblicarlo con “quella” casa editrice. E ora va detto, anche se suonerà un po’ pomposo, che li ha esauditi entrambi con (fanculopensiero) − Serie bianca, pp. 272, euro 13 − lui in copertina e ogni cosa al suo posto.
Ma si sa che questa condizione delle cose “tutte al loro posto” è spesso apparente. Per esempio, Maksim: a 35 anni aveva l’esclusiva per il commercio dell’intero mercato di mobili per la ex Jugoslavia. Era negoziante in proprio e rappresentante di un’azienda italiana, il che gli rendeva un sacco di soldi. Nel maggio del 2001, a Zagabria, stava andando a un appuntamento di lavoro a bordo di una Beretta Chevrolet e a un semaforo, quand’è scattato il verde, non è più ripartito, è rimasto dentro l’auto fermo immobile per un bel po’ beccandosi più di un “muoviti, coglione!”, poi è uscito senza spegnere il motore e se n’è andato prima in un hotel, poi in stazione, infine a Milano, con i vestiti che aveva addosso, senza salutare nessuno e senza passare dalla banca. Detto in modo elegante: la sua vita non gli corrispondeva più. Detto in parole povere: è andato fuori di testa. Probabilmente, entrambe le cose.
Milano – Maksim lo sapeva – non è il classico posto che si sceglie per non lavorare. Quindi, che cosa ci fosse venuto a fare era un mistero anche per lui. Per la precisione, il suo cervello procedeva chiedendosi: cos’è che in questo momento vorrei? Qual è esattamente il mio desiderio? Non ci arriva subito, ma ci arriva presto. Vuole scrivere. Esattamente, questo soltanto. “In Croazia il poeta che c’è in me se n’era rimasto molto ben zitto. Non mi ero neanche accorto ci fosse. Ho composto canzoni per mio cugino, che lì è un po’ il Vasco Rossi della situazione, e mi bastava come contributo all’arte. Mio padre era un importante dirigente di partito, prima della guerra, e per me, come per tutti, non esisteva che il komunismo. Tutto komunismo, solo komunismo. Per rendere l’idea: avevo studiato filosofia, ma quando sono arrivato in Italia ho scoperto con vero stupore che nella storia è esistito più di un uomo degno di essere studiato. A me avevano raccontato soltanto di uno che, certo, era un pezzo da 90. Marx, rendo l’idea? Però non trovavo molto stimolante stare ad ascoltare sempre ed esclusivamente lui”.
Comunque non è per vie speculative che Maksim scopre di voler solo e soltanto scrivere. Succede un giorno, verso sera, quando si siede ai piedi del monumento in piazza Costantino e gli si avvicina un tizio “pssss… erba?... hashish?... coca?...” Hummm… Bella scelta, fammi pensare. Che cosa voglio veramente? Carta. Carta e penna. Già da sé è una compulsione più simpatica della media. E se non hai soldi diventa addirittura l’ideale. “Cominciai a scrivere di tutto, qualsiasi cosa mi venisse in mente. Ero lento, e mi godevo questa impressione d’avere tempo. Tutto il tempo”. C’è anche un risvolto pratico, nella nuova attività: la questione “… e che fai di bello, a Milano?” viene brillantemente risolta. Fa lo scrittore di strada. Altre domande?

Oltre a essere una risposta efficace, è davvero romantica. Chi non ha pensato, almeno una volta nella vita, di fare lo scrittore di strada? Nessuno sano di mente. Scrivere appoggiandosi a qualche centimetro di marmo ai piedi di una statua, con il braccio storto e il corpo in posizioni poco plastiche, è scomodo. Ma questo non fa di Maksim un matto. In realtà, non aveva altro modo. A nessuno sfugge che fare lo scrittore di strada comporta vivere in strada. Lui racconta che “procurarsi da mangiare non è la cosa più difficile. Ai barboni, per esempio, spesso ci pensano gli spazzini. Funziona così: i camerieri che chiudono i bar mettono da parte gli avanzi e li danno agli spazzini che passano di notte un po’ perché buttare via la roba è stupido, e un po’ perché sperano che gli spazzini puliscano meglio davanti al bar risparmiando loro un po’ di lavoro. Però i bar sono tanti, e dopo un po’ gli spazzini hanno i panini fuori dagli occhi. Allora, se uno di loro è gentile, passa il pacchetto ai barboni, ai quali nessun cameriere darebbe mai da mangiare senza uno spazzino come mediatore. Per questo i barboni buttano la roba davanti ai bar. Perché odiano i camerieri”. Non fa una piega. Anche i conducenti d’autobus, che in (fanculopensiero) sembrano quasi proteggere il suo sonno lasciandolo in pace fino al capolinea, in realtà “semplicemente non mi vedevano. In caso contrario: via, andare per favore, scendere. Quindi la strategia consisteva nell’alternare le linee di autobus e tram per non incontrare lo stesso conducente due volte di seguito”.
Fin qui siamo nel sopportabile. Di insopportabile, e su questo converranno anche le tribù amazzoniche, c’è il mal di denti. E c’è il tempo – ore, giorni, settimane – che si passa (soffrendo come si soffre per il mal di denti) aspettando che passi. Senza poter fare niente. Infatti, i volontari ci sono, “c’è anche un’autoambulanza in postazione fissa per casi di questo genere, ma ci vanno veramente in pochi. È un po’ lo stesso discorso dei ricoveri. Chi non sa dove dormire preferisce dormire in strada perché neanche chi dorme in strada da 40 anni si sente un barbone. Tutti pensano: la mia situazione è temporanea, io non sono come quello là. E ritrovarsi in un posto pieno di quelli là è dura. Vedi tanti te stesso nella versione più ripugnante. La verità è che tutti i barboni aspettano il miracolo”.
In (fanculopensiero) Maksim racconta tutto questo: come mangia, dove dorme, chi conosce, e di quando manda affanculo la famiglia che, dopo essere rimasta un mese senza sue notizie, l’ha recuperato per vie ospedaliere (sì, insomma, il solito tran tran: stai male, ti ricoverano, gli infermieri ti guardano i documenti e chiamano casa…), riportato in Croazia e lì scannerizzato dalla testa ai piedi alla ricerca di un buco che arrecasse (eh sì, spiace dirlo) un po’ di sollievo, nella sua drammaticità. Perché non poteva che essere droga. Per forza. Che altro?
Però non era droga. Perciò Maksim torna a Milano con ispirata cocciutaggine e perfeziona il lavoro di scrittore di strada grazie all’amico della Y10, Icaro Ravasi, che in Brera è tutt’altro che uno sconosciuto. Icaro gli mostra come si fanno le copertine, come si rilega e gli fa largo sul banchetto del mercatino. Di suo, Maksim aggiunge giornate nella biblioteca del Parco Sempione a leggere, studiare l’italiano e insegnare gli scacchi al direttore, cosa che gli consente di allargarsi un po’ – un po’ tanto o tantissimo, a seconda del volume degli affari – con le fotocopie.
A questo punto è chiaro che (fanculopensiero) non è un’opera prima. Né originale, perché l’aveva già pubblicata una casa editrice salentina alla quale Maksim col cavolo che ne ha venduto i diritti. Mai vendere i diritti a qualcuno che non sia l’oggetto della tua ossessione letteraria. Si può obiettare che essere pubblicato da una grande casa editrice comporta diventare autore di una grande casa editrice. Bello, bello, ma c’è un però. Anzi, due. E se il libro va bene? E se il libro va male? Maksim fa presente che, rispetto alla maggior parte della gente – scrittori compresi – è fortunato. Ha ben due scelte. Può fare lo scrittore. Oppure può fare lo scrittore di strada. Non gli sembra poco.
 
 
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