NAPOLI PRIDE
Un figlio, tanti consensi nel mondo letterario, un libro fresco di stampa e un romanzo già pronto in uscita a febbraio. Valeria Parrella è una donna serena. Ma non chiedetele se vive bene nella sua città
testo: Ciro Cacciola
immagini: Cesare Cicardini
05/10/2007

A Napoli per una ragazza così abbiamo una chiara definizione: “tosta”. Nel caso di Valeria Parrella, scrittrice, madre, moglie, magra e bicipitosa, trenta e qualcosa e, soprattutto, del Capricorno, potremmo concludere: “bella tosta”. A parlare bene di lei, del suo modo di essere e di sentire, di interpretare la realtà (leggi: la complessa realtà metropolitana di Napoli), di raccogliere la verità e di trasformarla in fiction, ci sono già due libri di successo, di grande e meritato successo. Il primo, Mosca più balena, ha conosciuto svariate edizioni, vinto il Premio Campiello Opera Prima, ma soprattutto ha distratto la critica nazionale dal torpore di certa letteratura italiana. Il secondo, Per grazia ricevuta, è entrato nella cinquina finale dello Strega. E ha fatto di Valeria uno degli autori più interessanti della nuova generazione.
Sposata a un docente universitario perugino, mamma di un bimbo che ha da poco festeggiato il suo primo compleanno, Valeria vive a Napoli in una bella casa colorata e piena di panorama e di sole, dove zappetta le piante del terrazzino. Ufficialmente, cambia lavoro in media ogni 18 mesi. Intanto scrive. Non solo racconti.
Ci incontriamo alle quattro del pomeriggio in piazza Bellini, ci sistemiamo ai tavoli in ombra del Caffè Arabo.
“Ti anticipo, guarda, e te lo dico subito. Vivo a Napoli e sono felice di viverci. Ormai tutti mi fanno domande del tipo: ma tu ci vivi bene qua? Persino quelli da cui non me lo aspetterei mai! Ieri è venuto a trovarmi un caro amico, uno intelligente, colto, che lavora in una casa editrice importante. L’ho invitato a vongole in terrazza. Un’atmosfera fantastica. Tutto perfetto. Ma lui comunque non ce l’ha fatta e…: tu ci vivi bene qua? Basta. Ho deciso: la prossima volta mi offendo!”.
Ma è innegabile che Napoli stia attraversando un momento imbarazzante e difficile.
“Certo. Ma è altrettanto innegabile che bisogna fare dei distinguo. Molte delle cose che si leggono sui giornali o si vedono in tv non riguardano la maggior parte dei napoletani. La camorra, i rifiuti: se m’informo mi sento coinvolta, e allora mi indigno, come dovrebbe fare ogni cittadino italiano. Ma spetta soprattutto a noi, ai napoletani, non abbassare la guardia, parlarne, avere la coscienza vigile. Napoli conta una serie di problemi a mio avviso endemici. Ma cosa dovremmo fare? Andar via tutti, e lasciarci a vivere solo i disperati?”.
Dunque non vivresti altrove.
“Premetto che a me piacciono solo le grandi città. Barcellona. Berlino. Manhattan in assoluto. In Italia un’altra città dove vivo bene è Milano. Le cittadine tranquille non mi interessano. Preferisco un posto anche difficile, come Napoli, ma dove in una sola sera posso scegliere tra un concerto di Cesaria Evora, un live di Battiato o un dj set dei Gotan Project”.
Credi nell’impegno civile della letteratura? Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, ha suscitato polemiche dichiarando che oggi per lui non esiste altra letteratura se non quella che denuncia e si impegna.
“Credo sia una possibilità. Non una necessità”.
Perché ti piace tanto Napoli?
“Perché in assoluto mi incuriosiscono le persone. In questo senso, Napoli è un punto di osservazione straordinario. Una fonte inesauribile di personaggi. Naturalmente, se guardi le persone, cerchi di farlo anche con lente critica. Un destino che nasce storto al 99% muore storto. Se un mio personaggio nasce, chessò, a Scampia, allora nel suo percorso troverà al 99% la droga o la delinquenza. È più logico”.
Senti molto la fisicità della tua città?
“Il corpo di Napoli è prepotente. Perché la città è diversa da parte a parte. La gente è diversa da parte a parte. Uno nato e cresciuto a Posillipo, arrivato nella zona della Stazione Centrale si sente uno straniero, ed è riconosciuto dagli abitanti della zona in quanto essere ‘altro’. A Napoli ogni quartiere è un mondo, e io mi sento un po’ meticcia: papà era dei Quartieri Spagnoli ma di formazione universitaria (persino mia nonna era laureata), mamma era impiegata in una lavanderia del centro, abitavamo al Vomero ma per dieci anni abbiamo vissuto in provincia, a Nocera Inferiore. Un viaggio. Con qualche approdo a Posillipo. Quando faccio visita a una mia amica, l’attrice Cristina Donadio, che ci abita, e usciamo di casa in costume per fare un bagno sotto casa… vedo il costone tufaceo, il Vesuvio dall’altro lato, le ville e le rovine romane, il mare blu in mezzo a tutto questo, e penso che la borghesia che vive a Posillipo è la più fortunata d’Europa”.
C’è un posto di Napoli che non ti piace.
“Detesto via Toledo. Non la sopporto. Mi sembra un manifesto di consumismo malinteso. Cerco di evitare di attraversarla in tutti i modi”.
Come nascono i tuoi personaggi. Attingi alla vita vera?
“Diciamo che i personaggi sono veri e le storie sono inventate”.
Come hai cominciato a scrivere?
“Da piccola facevo i titoli, titoli di romanzi che avrei voluto scrivere. Ero rimasta affascinata da una trilogia di Liala: Lalla, Dormire e non sognare e Lalla che torna. Sì, lo so, sarebbe più facile dire che leggevo Tolstoj. Ma Liala da bambina mi affascinava. In classe al liceo ero bravissima in italiano. Facevo i finali dei temi a tutti. Poi mi sono laureata in Lettere Classiche. E un giorno mi sono iscritta a un seminario, Imparare a scrivere per imparare a leggere: bisognava riscrivere i finali di racconti famosi. Dopo l’esperienza al liceo, fui bravissima. Ma la verità è che sono stata fortunata. Avevo scritto un racconto, e l’ho spedito a Minimum Fax. Gli è piaciuto. Me ne hanno chiesti altri. Ho allargato cose già accennate, lasciando intatti l’inizio e la fine. Glieli ho mandati. E così è nato Mosca più balena. Ripeto: un’esperienza molto fortunata. Di solito è molto, molto più difficile”.
Perché il racconto?
“È un fatto di lingua. La misura di un testo non è legata al plot, ma alla lingua usata per scrivere. Un racconto non può essere un romanzo, e viceversa. In un racconto tutto dev’essere utilizzato al meglio, ogni parola, ogni spazio diventa prezioso”.
Eppure il tuo prossimo libro sarà un romanzo.
“Sì, uscirà a febbraio per Einaudi, nei Coralli. Chissà che succede… È già consegnato e ho già il titolo: Lo spazio bianco. Non sarà enorme, un centinaio di pagine. Avevo una storia che non volevo sacrificare. Avevo bisogno di più spazio. La protagonista è una quarantenne che lavora a Napoli in una scuola serale. Nel libro la città sarà il più possibile uguale a una qualunque altra metropoli. Anche se a un certo punto la protagonista osserva e dice: ‘I giardinetti da poco rifatti sono già vecchi, oppure non finiti…’ come succede a tutte le cose di questa città”.
Come ci si sente dopo aver venduto tante copie, le traduzioni, le critiche (positive), i premi?
“È come avere la tessera della P2… Scherzo.”
Altri progetti?
“Sarò a teatro in una lettura combinata con Cristina Donadio, tratta dal mio ultimo libro, Il verdetto, pubblicato in settembre da Bompiani. Una crudele storia d’amore ispirata ad Agamennone e Clitemnestra. Sto lavorando a una sceneggiatura top secret per il cinema. Mi diverto a fare la Word Jockey in giro per l’Italia. Ma soprattutto vorrei vincere lo Strega. Non mi comprerò la casa a Posillipo, ma un po’ la vita cambia di sicuro!”.
Per grazia ricevuta.