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L´ULTIMO SCIAMANO

È Eugene Hütz, frontman dei Gogol Bordello, in concerto a Milano il 20 novembre. Da Chernobyl alle collaborazioni con Madonna, parla della sua vita con la leggerezza di chi le ha viste davvero tutte

testo: Paolo Madeddu
05/11/2007

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Ogni cosa gli è capitata. Ogni cosa che potesse capitare a un uomo dell’est. Nascere sotto il comunismo. Crescere in Ucraina e un giorno sentirsi dire dai genitori: “Ce ne dobbiamo andare, è saltata una centrale nucleare a Chernobyl”. Vagare in tutta Europa, tra centri di accoglienza e campi nomadi – certe differenze tendono a sfumare. Fare tutti i lavori possibili, dal muratore al fotomodello, per poi diventare il cantante punk di un gruppo tzigano – certe differenze tendono a sfumare. Oggi i Gogol Bordello sono la band più forsennata in circolazione (in concerto all’Alcatraz di Milano il 20 novembre), e Eugene Hütz è un personaggio trendy e chic. Fin dalle prime parole che ci rivolge…
Eugene, so che te la cavi con l’italiano.
Oh, ah – vaffanculo.
Sì, questa è la parola più significativa – ora anche in politica.
Però meglio fare inglese, okay?
Okay. Ma raccontami la storia di quella tua canzone, Santa Marinella.
Tutti gli italiani me lo chiedono…
E vorrei vedere.
…a causa delle bestemmie nel testo.
Sai com’è.
D’altra parte, quando suoniamo da voi il pubblico impazzisce, la cantano in coro.
Gioventù malandrina.
Bene, ti racconto. Tanti anni fa vivevo vicino a Roma, con altri est europei, lavoravo in un cantiere – come irregolare, ovviamente. Poi arrotondavo andando in città a vendere stupidi orologi dell’esercito sovietico e altra stupida roba di cui nessuno aveva bisogno. Ma per quanto deprimente fosse quella vita, mi sono innamorato dell’Italia.
Finché non ti hanno arrestato.
C’era stato un furto in un’enoteca e mi hanno sbattuto dentro, ma non ero stato io. Mi hanno scarcerato il giorno dopo. Comunque mi sono trovato abbastanza bene: sono venuto a contatto con un sacco di personaggi folli, e con un sacco di imprecazioni in italiano.
Tutte inserite fedelmente nella canzone.
Era una situazione in cui non sapevo se essere disperato o divertito. Che comunque è una condizione tipica di chi vive ai margini della società. Se certa gente che conosco sapesse scrivere, non sai i romanzi che nascerebbero.
Te la sei vista brutta in quanto slavo? Qui la gente è sempre più nervosa riguardo a chi viene dall’est.
No, la polizia non mi ha maltrattato, e pensando a quel periodo non ricordo episodi particolarmente spiacevoli. Sai, non è che all’est siano più gentili con chi non è perfettamente allineato con le regole della società. Pensa alla stessa Romania, lì i rom li trattano veramente malissimo, cercano di scavare un solco tra loro e il resto del paese. Non è una questione che si possa risolvere facilmente, ci vorranno educazione, tempo e pazienza.
Aspetteremo. Intanto veniamo a un’altra fonte di ispirazione che devi all’Italia, la taranta.
Oh, ci siamo piaciuti subito… Le sue vibrazioni mistiche e sessuali mi chiamavano ad altissima voce.
Inoltre si presta ai vostri concerti, che sono convulsi. Atletici, quasi.
Mmmh. No. Cioè, non solo. Io considero i nostri spettacoli come qualcosa di molto più complesso e stratificato. Sono esperienze molto più profonde, spirituali, interiormente intense. So che molti di quelli che vengono ai nostri show tendono a vederne il lato più esplosivo, e forse se mi trovassi nel pubblico lo farei anch’io, perché la nostra follia è lo strato più esteriore e visibile.
Quindi, c’è. Non è che ce la vediamo noi.
Sì, ma fa parte di una specie di processo, di cataclisma naturale ispirativo. Sono molto soddisfatto quando la gente coglie questo aspetto più psichico.
Sarebbe a dire che quello che apparentemente è un delirio incasinato, è un rituale che tu tieni sotto controllo.
Esattamente. Tenere sotto controllo non è l’espressione esatta, perché usando questa espressione sembra che io reciti, finga. In realtà sono molto coinvolto, ma cerco di coltivare le mie capacità di sciamano. È un aspetto della cultura planetaria che mi ha sempre affascinato, si è espresso in vari modi nella storia – lo trovi ovunque, nella Siberia del 17esimo secolo così come nell’America del 20esimo secolo, nelle persone di Jimi Hendrix e James Brown.
E Madonna? Non quella che bestemmi, quella che stravede per te.
Oh, lei mi ha sorpreso, non pensavo che potessimo entrare in contatto, poi ho scoperto che il marito le aveva detto di tenermi d’occhio. Incredibile. Abbiamo cantato assieme un pezzo al Live Earth, e ho fatto un cortometraggio con lei, credo lo presenterà al Sundance festival.
Avevi già recitato in Ogni cosa è illuminata. Ti piace fare film?
Non quanto fare rock’n’roll. I film mi piace guardarli.
I tuoi preferiti?
Il regista che mi piace di più è Andrey Konchalovsky, prima che andasse a Hollywood e facesse cose non all’altezza. Ma il film che amo di più in assoluto è Agonia, di Elem Klimov. Il protagonista è Rasputin, il monaco siberiano. Poi mi piace molto anche Wings of desire, un film tedesco di una ventina di anni fa.
Il titolo mi dice qualcosa, ma onestamente non saprei.
Ha una conclusione incredibile, con un concerto di Nick Cave, che è uno tra gli artisti che stimo di più.
Ah, ma è il film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino! Cioè, questo è il titolo italiano. Ti piace Nick Cave? È uno stile che sembra molto diverso dal tuo.
Beh, mi piace anche Bob Dylan. Mi piace un gruppo italiano che si chiama 99 Posse. Mi piace la musica nordafricana, o i canti del Turkmenistan. Non è che se ti piace qualcuno, tu gli debba per forza assomigliare. La storia delle “influenze” è una forzatura giornalistica. Mi piacciono centinaia di musicisti. Quando nelle interviste domandano i gusti musicali di un musicista, è una specie di tranello, finisce per sviare chi legge. Potrei rispondere Bob Dylan e Nick Cave…
…e la gente che non ha mai sentito i Gogol Bordello penserebbe che sei un cantautore.
È una specie di intrusione del giornalista. Se dico che mi piacciono gli Stooges, i giornalisti scrivono subito che ne sono stato influenzato. Se dico che mi piace Bela Bartòk, non lo scrivono. Anche perché pensano sia un personaggio dei cartoni animati.
Mi avvisano che il tempo sta scadendo, mi è rimasta solo una domanda.
Giocatela bene. Un consiglio: non chiedermi anche tu quanto bevo.
D’accordo. Allora, vediamo. Ecco: perché vivi a New York? È banale. È un cliché. Il musicista anticonvenzionale, che sta nella città dove stanno tutte le star.
Oh, sono stato in tanti posti, tante città. New York era una specie di traguardo obbligato in quanto emigrante, e in quanto artista. Qui c’è una comunità molto viva di est europei. E non nego che qui sia il posto dove puoi ottenere visibilità, ma come dimostra il fatto che abbiamo intitolato il nostro ultimo disco Super Taranta!, e che ci abbiamo messo un pezzo intitolato Harem in Tuscany, non siamo completamente omologati alla vita urbana. Poi, uno dei pregi di questa città è che ha in sé molte delle altre città del mondo. Ha qualcosa di Mosca, di Napoli, di Vienna e Varsavia, di vecchie città europee dove una banda di zingari che suona ai matrimoni può rimediare una serata…
 
 
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