ANITA DA LONTANO
Quando interpreta un personaggio cerca di scostarsi il più possibile da sé stessa. E se a essere giudicata per bellezza ha fatto l’abitudine, all’etichetta di “giovane attrice” Anita Caprioli proprio non si rassegna
testo: Maurizio Baruffaldi
immagini: Gianni Troilo
05/11/2007

Alle spalle film importanti, una trentina di ruoli per soli 34 anni di vita, i migliori registi italiani, due su tutti Salvatores e Verdone, una bellezza indiscutibile, quasi trattenuta. Anita Caprioli parla del suo lavoro e lo chiama ricerca, è sobria anche nel raccontarsi, ma filtra lento e inesorabile il suo innamoramento verso l’avventura del mestiere di attrice. A dicembre uscirà nelle sale il suo ultimo film, Non pensarci di Gianni Zanasi, in concorso a Venezia.
Perché Non pensarci?
“È un figlio che torna a casa, ha due fratelli, una sono io, e pensa e spera che siano cambiate le dinamiche familiari. Ma non è così. E allora si dice: ‘Non pensarci’. È centrato sul misto di attrazione, verso le radici, la tua storia, e repulsione, verso qualcosa che ormai senti distante da te, che quasi ripudi. Sensazioni che tutti finiscono per provare nei confronti della propria famiglia”.
La tua famiglia: quanto merito o colpa ha se fai questo mestiere?
La mia è una famiglia di teatranti, se vogliamo chiamarli così. Ma le scelte dipendono dalle circostanze, non sono automatici il merito o la colpa… È certo, però, che io l’ho respirata questa passione: ore e ore in platea, da piccolissima, ad ascoltare le prove, delle quali non capivo nulla. Erano solo parole, suoni. Ma l’incanto passava.
Quando arriva il cinema?
Mi sono incuriosita al cinema alla scuola di Ermanno Olmi. Il rapporto tra attore, regista e macchina da presa è intimo, quasi segreto: si decide cosa rubare di te, quando, come. La macchina da presa fa un po’ la radiografia delle emozioni. La necessità del cinema è che siano vere. E poi ho scelto di fare cinema anche per la possibilità di partecipare a progetti differenti, con registi differenti, storie e ruoli diversissimi tra loro… È proprio la mia idea di questo lavoro.
Il teatro, invece?
A teatro c’è un filo che ti permette di schiacciare l’acceleratore, è una partita a due, lo scambio emotivo è meno intimo, più enfatizzato. Il teatro ha grande energia, ma lo puoi gestire, cercare la chiave per reinterpretare la realtà, travisandola, allontanandoti anche da essa. Ma ora ho voglia, di tornare al teatro. Devo riuscire a trovare il tempo. Perché mi mancano entrambi.
I personaggi che interpreti dove li cerchi?
Non so che cosa risponderti, ogni volta è una ricerca nuova. Un viaggio diverso. Presti un corpo per raccontare un altro. E non sai mai cosa scoprirai.
Il ruolo che hai recitato più simile a te. Quello in cui ti sei immersa senza sforzo.
Non c’è uno sforzo, mai, è una ricerca, mi ripeto. Io sono affascinata da quelli più lontani da me. Non cerco di mettere il personaggio a mia disposizione. Non amo portare ciò che è simile ad Anita. Per me il lavoro d’attore è allontanarsi da ciò che si è.
Non c’è sforzo, dicevi: e gioia? Quando?
Sì! Sono istanti, quando senti l’emozione, senti di vivere più intensamente. È una gioia, ma anche una commozione. È un regalo.
Immagino che preferirai sentirti regalare un brava, più che un bella. Una sfida, e non un dato di fatto.
Ma sì… “È bella, ma è anche brava!” è una cosa legata solo al contesto femminile, e vale per qualsiasi professione. Una donna è valutata innanzitutto per la sua bellezza o meno. La bravura è quasi uno stupore. È incredibile, ma è ancora così.
Ti ho sentita annoverata tra le giovani attrici. Fino a quando si è giovani, in Italia?
Io non lo sono più, giovane attrice, non fosse altro che per l’età che ho. In Italia si parla di giovani attori e attrici come di una grande sacca, oppure un elastico che si allarga sempre di più. È il solito bisogno di creare categorie.
Forse perché siamo un paese governato da cariatidi: dalla loro inquadratura tutto è giovane. Da giovanissima hai fatto danza, che cosa ti resta?
Disciplina e consapevolezza del corpo. Il contatto molto profondo, con il proprio corpo, non solo tecnico, ma emotivo.
Hai studiato anche tango.
È stato per il film di Salvatores, Denti. C’era una scena in cui lo ballavo ed era necessario essere credibili. Ho continuato, l’avevo presa seria, poi gli impegni… Manca sempre il tempo per fare tutto quello che ci appassionerebbe…
Ci vorrebbero due vite.
Anche una decina…
Come ti svegli?
Mi sveglio felice.
Che invidia.
È una cosa legata al mattino. Amo partire, in generale, fa parte anche del mio lavoro, e la mattina è sempre una ripartenza.
Che vestito ti fa sentire a tuo agio.
Non sono molto fashion. Un jeans e una maglietta sono la cosa migliore. Poi alterno scarpe da tennis al tacco, il tacco mi piace, sotto il jeans.
Ti capita di recitare anche nel quotidiano?
No. O meglio, vale per tutti, il gioco, l’adeguamento alla situazione, lo sfoggiare la tavolozza adatta al momento, anche se io non sono così plasmabile. Perché poi è raro che io sia, o meglio finisca, dove non mi va. Anche per questo mi trovi lontana da contesti che non mi interessano.
E il sesso, come ci si prepara a fingerlo?
Non so se ti prepari, è una cosa molto tecnica. C’è un pensiero dietro, quello del regista, una sceneggiatura scritta, che sa cosa vuol far vedere, anche se c’è un confronto con l’attore, come per tutte le altre scene. Certo, c’è un pudore, ma la cosa più bella è quando ti dimentichi di te, e diventa importante solo quello che vai a raccontare, e il pudore, che è quello di Anita e non del personaggio, svanisce.
Potessi scegliere, per il prossimo film, sceglieresti un regista, un ruolo o un attore in particolare?
Oggi ti dico un regista. Perché è più divertente. Più ampio. E non chiedermi quale, perché sono troppi.
Quello che ti ha fatto più ridere però sì?
Carlo. Verdone è travolgente, e oltre ad avermi fatto letteralmente morire dal ridere è stato importantissimo. E lo è per chiunque abbia la fortuna di lavorare con lui. Ha una grandissima umanità.
Chi ti ha sedotto.
Ma un film è sempre un fuoco incrociato di seduzioni! Deve essere così.
La differenza tra il girare in una città, o fuori, in spazi aperti.
Enorme. Fuori, montagna, campagna o altri spazi verdi, nasce una sorta di distacco dal mondo concreto. È come se prendesse più corpo quello che stai raccontando. C’è una simbiosi migliore. La natura è come se si adeguasse, ti ascolta. La città invece ha una sua vita, la senti, è incombente, ti distrae quasi. La città va avanti per i fatti suoi mentre tu giri, non si cura di te, tu sei qualcosa che disturba. È molto diverso, due ritmi diversi…
Raccontami due luoghi, così diversi.
Le montagne di Ostrov, con la serie Cime Tempestose, tra la Cecoslovacchia e la Germania. Montagne innevate, proprio da film. Bufera, vento, neve fredda che ti graffia. Una potenza. Le città sono tante.
Per Urban non sono mai troppe.
Penso a Genova. Quando abbiamo girato Onde, di Francesco Fei (il suo compagno, n.d.r.). Insieme a Ignazio, l’attore che si stava esercitando a muoversi da cieco, in quei vicoli strettissimi, lentamente. Anche perché eravamo continuamente interrotti dalle persone che lo braccavano e spostavano, o pensavano che cercasse qualcosa. La cosa buffa è che la macchina da presa è spesso troppo vista, ma in altri casi scompare: il cieco era un’attrazione maggiore, e catalizzava l’attenzione. Genova ha un’identità doppia, da una parte incontri tra i vicoli l’angolo di spacciatori e puttane, dove non ti puoi avvicinare, con una musica in lontananza, un po’ araba, egizia, un estero/oriente, e poi a 200 metri sei al porto, alla costruzione di Renzo Piano, all’Acquario pieno di famiglie e bambini.
Altre città.
A Torino, oltre a Santa Maradona di Marco Ponti, e da allora amo particolarmente il centro, abbiamo girato tutti gli interni di Demoni e Dio di Giuliano Montaldo. A Roma ho girato in molti interni, che possono essere ovunque, ma ambientazioni mai. A Napoli Denti e La guerra di Mario. Ed è uno stato a sé. Quando ci entri ti relazioni con un ordine, se così si può dire, tutto loro. L’immagine più nitida è un odore, l’odore intenso del mercato del pesce, amplificato… Ma anche in mezzo al traffico l’odore era più denso, vivo. Napoli la si riconosce con l’olfatto.
Il film che uscirà è ambientato a Rimini.
Era la prima volta che ci stavo. Ed era la Rimini del dopo delirio vacanze. Nessun essere umano. I bagni chiusi, imposte, scritte, giochi, tutto abbandonato. Come una scenografia di Cinecittà, o un plastico. Diversa e bellissima. Anche se la maggior parte del tempo lo abbiamo passato al delfinario. I delfini sono intelligentissimi, si sa, ma forse si sa meno che hanno un’attività sessuale incredibile, fanno vere e proprie orge. Le mammifere hanno un’ovulazione molto lunga e i maschi le rincorrono, senza fare distinzioni d’età...
Basta che sia femmina.