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PROGETTARE? INEVITABILE

Come respirare, come dormire, come mangiare. Fare l’architetto per Fabio Novembre è una necessità interiore. Da maneggiare con cura. Perché costruire un palazzo può anche levare la vista del sole

testo: Maurizio Marsico
immagini: Cesare Cicardini
01/12/2007

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Designer tra i più rappresentativi del nostro paese e tra i più visionari della scena contemporanea, ama sintetizzare la sua esistenza, fino a oggi, in tre tappe fondamentali: “Dal 1966 rispondo a chi mi chiama Fabio Novembre, dal 1992 rispondo a chi mi chiama “architetto”, dal 2004 rispondo a chi mi chiama papà”. Tutto il resto è vita. Da vivere alla grandissima senza rimpianti. Da vivere al massimo dell’intensità. Da vivere con immensa gioia, gratitudine e responsabilità. I suoi lavori sono carichi di bellezza, amore, energia. I suoi lavori sono pregni di una personalissima identità. I suoi lavori sono piezze ‘e core. E lo riconosci Fabio Novembre dovunque egli sia. Negli enormi palmi di mano verde che sorreggono il tetto dello Shu a Milano, come tra i minuscoli mosaici di Bisazza nella hall di un hotel fiorentino come in uno showroom di Hong Kong o di New York.
Architetto soprattutto di sé stesso, per lui il progettare non è un dovere, ma una necessità. Un po’ come respirare, mangiare, pisciare.
Leccese di nascita e milanese d’adozione, rivela tratti di quel tipo di carattere luciferino/pugliese che connotava altri suoi illustrissimi compaesani come Andrea Pazienza o Carmelo Bene.
Difficile tradurre sulla pagina scritta le sfumature e il ritmo del suo vertiginoso eloquio. Affabulatore ellittico spazia senza peli sulla lingua anche nello spazio tra una parola e l’altra.

Come stai?
“Guarda, a chiunque me lo domandi dico sempre che sto alla grande. Perché innanzitutto è vero, è un momento di grande equilibrio tra il dare e l’avere e di grande felicità familiare. Ma anche perché penso che vivendo in questa parte di mondo e facendo il mestiere che faccio ho il dovere di stare bene e di far star bene gli altri. I grandi mali della nostra società contemporanea (depressione, disturbi dell’alimentazione e altro) li comprendo ma non li condivido. Già permettersi di chiedersi come si stia, ritengo sia un gran lusso. Siamo viziati e in debito col resto del pianeta. Per stare bene noi, altri soffrono o peggio ancora muoiono nella disperazione”.
Siamo in debito?
“Intendo restituire un po’ della fortuna ricevuta in altra forma. Io non sono un santo, sono uno che fa un sacco di soldi nel super futile, un privilegiato del cosiddetto superterziario che crede però nel valore classico della bellezza. Cioè credo che la bellezza possa in qualche modo essere un antidoto al brutto, un antidoto alla violenza. Creando per esempio luoghi dove la gente si possa sentire sempre a proprio agio e non in gabbia o peggio di com’è…”.
Milano: la ami o la odi?
“La amo e la odio. La amo perché, se vuoi respirare in Italia un po’ di quella atmosfera del grande network fatto di metropoli internazionali, Milano è l’unica opzione. E non è vero che se abiti in provincia e hai la connessione veloce è lo stesso. C’è una distanza non solo chilometrica ma psicologica che è ancora incolmabile. Io a Milano ci sguazzo, mi sento come un ragno nella sua ragnatela. Per me la piantina della città è soprattutto una mappa emozionale e affettiva fatta di luoghi che frequento e che ho frequentato e di tante case di amici. E la odio perché il problema dell’inquinamento è una delle sue priorità, ma, quando c’è stato da decidere se il nuovo sindaco dovesse essere un premio Nobel o la moglie di un petroliere, Milano ha preferito scegliere la moglie del petroliere”.
Segui il blog di Beppe Grillo?
“Lo seguo da tempi non sospetti, non sono un grillista dell’ultima ora. Vedi, secondo me i grillisti sono peggio di Grillo e il guaio è proprio che uno come Grillo genera grillisti. Come le pecore che sono sempre un po’ più antipatiche del pastore”.
E tu non temi di generare a tua volta novembrini e novembrismi…
“È una paura che non avverto assolutamente. I miei lavori sono troppo distintivi e personali, sono parti di me, inseparabili da me. Bisogna distinguere tra autori e follower e nel mio campo è facilissimo. Ciò che mi interessa davvero è l’autorialità. Penso che più sei individuale, più sei un punto di vista singolo, più puoi aspirare a un linguaggio universale”.
Che cosa ha significato per te progettare un club come l’Atlantique di Milano?
“Quando l’ho realizzato ero un discotecaro pazzesco, mi sentivo come uno squalo nell’oceano, certo oggi quando sento che per esempio Marc Newson sta progettando un convento, mi dico beh, forse è giunto il tempo di fare anche altre cose. Ma fare l’Atlantique per me è stato importante anche perché da quel momento ho capito che non mi interessavano le abitazioni private. Sono un progettista di luoghi pubblici: moda, notte, showroom, club, hotel”.
A volte i designer sembrano accompagnati da una sorte di aura sacerdotale che forse può generare comportamenti imitativi…
“Siamo monadi liebniziane ah ah ah…”.
Come vivi la progettazione?
“Benissimo, come un flusso costante e ininterrotto senza picchi di sorta. Per me progettare è una necessità: impellente, inevitabile, liberatoria. Come sudare o pisciare. È una comunione di corpi, un incontro di corpi. I miei oggetti hanno una funzione riproduttiva. Sono oggetti fatti di amore con l’amore e per l’amore e non è un caso che il simbolo del mio studio sia proprio un Cupido con un fucile laser. Arco e frecce, per la nostra epoca e il nostro mondo, non sono abbastanza”.
Spiegami meglio come funziona: quando le idee ti frullano per la testa che fai? Le appunti sulla carta o altrove?
“No, per me rimane un processo totalmente mentale. Certo a volte mi capita di non riuscire a prendere sonno fino a quando non ho trovato una soluzione soddisfacente, ma il tutto resta totalmente fissato soltanto nella mia mente”.
Non si rischia così di sovraccaricare troppo la memoria?
“Non c’è questo rischio perché per mia grande fortuna nel mio studio sono altri che si occupano dell’attività di archiviazione e storage delle idee e dei progetti. Io sono come la scintilla che accende il fuoco, l’enzima che innesca il processo, l’attivatore di un pensiero costruttivo, il fattore scatenante”.
Pochi sanno del tuo amore per il cinema.
“Dopo il Politecnico mi trasferii per due anni a New York dove andai a scuola di regia cinematografica, poi arrivò Anna Molinari e mi rituffai nell’architettura progettando nel 1994 il suo primo showroom di Hong Kong. A quel tempo l’architettura mi sembrava di un’arroganza pazzesca. Pensa, avere il potere di costruire un palazzo che da un momento all’altro ti toglie la vista o la luce del sole. Al contrario il cinema mi appariva democratico. Architettura dispotica e cinema “freedom of choice”. L’ho sempre amato e amavo il rito collettivo dell’andare al cinema, la libertà di pagare un biglietto e la libertà di abbandonare la sala se il film non ti piace. Il cinema è un racconto per immagini e forse dal cinema io ho imparato a raccontare lo spazio”.
 
 
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