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LO ZEN E L'ARTE DELLO STENCIL

Pazienza e tecnica gli vengono da quando in Irlanda faceva l’apprendista decoratore nelle chiese.  L’ispirazione per le sue immagini di carta spazia dai b-movie alle bancarelle di Porta Portese, passando per la Calcografia Nazionale. Schivo oltre ogni limite. Stiamo parlando di Sten

testo: Raffaella Oliva
immagini: Emiliano Mancuso/Grazia Neri
02/12/2007

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A Roma, su un muro del Pigneto, c’è un poster raffigurante un ragazzo e una ragazza che si abbracciano. È un’opera di Sten, street artist nato a Genova, ma trasferitosi nella capitale da bambino. È lì da un bel po’ e si vede. “All’inizio la maglietta della ragazza era rosso acceso, ora i colori sono sbiaditi”, dice lui. “Mi piace osservare l’immagine nel tempo mentre si deteriora, ammuffisce e cambia aspetto. Ormai fa parte del paesaggio urbano”.
Sten si chiama così perché la sua specialità sono gli stencil. Ha iniziato in strada come tanti writer, ma non ha mai scritto sui muri. “Il primo stencil l’ho realizzato sei anni fa”, racconta. “Il soggetto era un personaggio del film di Romero La notte dei morti viventi. Una copia c’è ancora vicino al cinema Holiday. Ai tempi ritagliavo ogni settimana uno stencil diverso e tappezzavo muri con una certa voracità. Come ha spiegato già Banksy, il bello di questa tecnica di stampa è che è aperta a tutti, anche a chi non sa disegnare come me. Di solito parto da un’immagine fotografica che contrasto al massimo per fare in modo che vengano fuori solo il bianco e il nero. A quel punto ritaglio le parti nere e con la vernice imprimo la figura su una superficie di carta sottile che attacco su parete. Potrei ripetere la stessa operazione decine di volte, ma non amo la serialità: sotto il letto ho più di cento stencil già usati che non utilizzerò mai più, al massimo potrei recuperarli per qualche mostra in galleria”.
Non parla a vanvera. Assistente radiologo, laureato in medicina alla Sapienza, Sten si sta togliendo parecchie soddisfazioni come artista: dal 16 gennaio sarà protagonista di una personale all’AvantGarden Gallery di Milano, dal 18 della collettiva City Slang alla Dorothy Circus di Roma, a breve la casa editrice Drago gli dedicherà un libro fotografico. E tutto grazie a un Erasmus: “Nel 1998 partii per l’Irlanda per un periodo di studio all’estero. Fu lì, nella città di Cobh, che entrai per la prima volta in contatto con la tradizione degli stencil. Conobbi un artigiano che lavorava per le chiese dei paesini limitrofi e divenni suo assistente. Per due anni ho intagliato stencil decorativi, trame astratte e floreali. Un’esperienza fondamentale, che mi ha insegnato la cosa più importante di questo mestiere: la pazienza”.
Pazienza in grande quantità, sopratutto oggi che Sten si è messo in testa di realizzare opere giganti (fino a tre metri di altezza) con una tecnica da lui stesso denominata hole school, che ricorda le antiche stampe a incisione, la serigrafia, la grana delle foto di giornale. “Per uno stencil normale, semplice, in bianco e nero, basterebbe qualche ora”, spiega. “Per i multi layer a più colori o a scala di grigi ci vuole più tempo. Se poi opto per la hole school o mezzatinta, ovvero per un’immagine composta da centinaia di puntini o strisce, impiego dai 10 ai 40 giorni e più a seconda della complessità e della dimensione dell’opera”.
Ovviamente questi lavori enormi e “pixelati” rappresentano il suo lato ufficiale. Poi ci sono le uscite notturne a caccia di sezioni di cemento su cui agire di nascosto. “Esco a notte tarda prevalentemente da solo. Prima faccio una serie di riti scaramantici: mi capita, per esempio, di convincermi che devo indossare una determinata felpa o evitare di calpestare una certa mattonella se non voglio che mi succeda qualcosa di brutto. Mi è capitato anche che due carabinieri mi sorprendessero mentre stavo studiando un muro. Il poster e la colla erano nascosti dietro una macchina. Osservo questo muro, lo tasto. I carabinieri si insospettiscono e mi chiedono spiegazioni. Poi mi accusano di voler sabotare un impianto del gas e mi perquisiscono. Allora dico loro che sono uno studente di architettura. “Ma che ci fai alle tre di notte qui?”, mi domandano. E io: “Ho l’esame domani”.
Inconvenienti del mestiere. Del resto una passione è una passione, mica le si può voltare la faccia. “Quando sono in macchina, sul tram o in motorino – continua Sten – rischio spesso di schiantarmi mentre guardo un edificio o un palazzo su cui vorrei fare qualcosa. Dalla periferia al centro ci sono moltissimi spazi che mi interessano. Sono luoghi nascosti, tanto che io stesso dovrei cercarli, non ricordo esattamente dove si trovano”.
Figlio di uno scrittore, organizzatore con i colleghi Lex e Lucamaleonte dell’International Poster Art all’Esc, un atelier occupato a San Lorenzo, Sten dice di essere pigro, ma ciò che si nota al volo è il suo carattere schivo: scordatevi di vederlo all’inaugurazione delle sue mostre, non ama essere riconosciuto. “Sono stato sempre così, non lo sono diventato per scelta. Questo mi ha portato a essere un osservatore non partecipante. Il silenzio mi ha portato all’incomunicabilità verbale. Forse per questo sono dipendente da ogni forma di visione”.
Per comprendere a fondo il significato di queste parole è sufficiente sentirlo parlare di come il suo stile sia cambiato nel corso degli anni. Di come inizialmente si fosse concentrato su soggetti cinematografici rubati ai b-movie degli anni Sessanta e Settanta, per poi stufarsi di quell’immaginario e rivolgersi all’iconografia cristiana conosciuta durante i suoi pellegrinaggi da apprendista artigiano nelle chiese irlandesi. E giungere così a “poppizzare la cultura religiosa”, come dice lui.
I suoi recenti lavori rimandano a icone russe, figure rinascimentali, raffigurano volti sanguinanti come madonne del miracolo, facce circondate da aureole, prendono spunto dalle incisioni ottocentesche, in particolare da quelle del francese Gustave Doré. “Mi reco spesso alla biblioteca della Calcografia Nazionale per scoprire i segreti delle antiche tecniche di stampa di cui lo stencil fa parte”, prosegue Sten. “Lì ho avuto la fortuna di ammirare le lastre autentiche di Piranesi e di grandi maestri incisori”.
E non importa se pian piano gli stencil si deteriorano fino a sparire: “Non sono nostalgico, non mi guardo indietro, tendo a cancellare il passato. Alcuni dei miei vecchi lavori li detesto e li eliminerei io per primo”. Però c’è un soggetto a cui Sten sembra particolarmente affezionato: una ragazza che ha conosciuto solo attraverso delle fotografie scovate a Porta Portese. “Mi piace quel mercato, ci vado di frequente per comprare videocassette porno degli anni Ottanta, vecchie riviste, francobolli. Così una volta mi sono imbattuto in alcuni album fotografici risalenti agli anni Settanta. Sette appartenevano a questa donna che probabilmente ora non c’è più e che compare in molti miei lavori. Una donna bella, bionda, di cui, attraverso i miei stencil, sto ricostruendo una nuova storia”.
 
 
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