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ELIO GERMANO

È il giovane attore italiano del momento (tre film in sala in meno di un mese, scusate se è poco). Ama l’Italia, dove in fondo non si sta male, la romanità dei mercati rionali e recitare nei film autoprodotti. Odia le etichette, tra cui quella di «antidivo», ma soprattutto le interviste

testo: Raffaella Oliva
immagini: Massimo Berruti
04/03/2008

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Da quando ha recitato con l’idolo-delle ragazzine- Scamarcio in Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti l’hanno etichettato come l’antidivo. Altri attori l’avrebbero preso come un complimento, Elio Germano no: a lui le etichette stanno strette. «Hanno detto che vivo in 40 metri quadri a Corviale, nella periferia di Roma, per scelta – si sfoga l’attore 27enne in un bar a Ponte Sisto –. Ma è semplicemente la mia vita: ho iniziato a cercare un appartamento e, visti i prezzi, questo è quello che ho trovato. Che me la regalassero la casa a Trastevere!».
Ti piacerebbe trasferirti nel cuore di Roma?
«Trastevere, San Lorenzo e il Pigneto sono i quartieri che preferisco perché si può trovare ancora un po’ di romanità. Ma chissà cosa accadrà in futuro: gli americani stanno comprando case e alberghi manco stessero giocando a Monopoli».
Sei preoccupato?
«Mi piacerebbe che almeno queste zone conservassero il loro carattere rionale. Vorrei più mercati, più Porta Portese, e meno centri commerciali». Anche meno film commerciali?
«Magari... Guarda questo portachiavi: l’ho ricevuto in regalo sul set di Sangue di Libero De Rienzo, un film cui tengo molto, proprio perché l’abbiamo autogestito e fatto a mano, come se fosse di creta e di terra. Abbiamo imbracciato tutti le telecamere, ci siamo inventati la promozione. Peccato che poi sia stato distribuito in otto copie». Che cosa vi aspettavate? «Siamo nel libero mercato, ma l’arte dovrebbe essere salvaguardata da certi meccanismi: non può vincere solo chi dice sempre sì, chi ha le amicizie giuste. Troppo spesso i produttori sono i primi nemici. Se si pensa solo a fare soldi si costruiscono tanti begli involucri senza contenuto. E non si rischia più».
Tu quali rischi ti sei preso?
«Anch’io devo lavorare e in passato sono stato molto poco schizzinoso. Quando mi presero per la fiction tv Per amore o per Via Zanardi 33 ero contento, ma se posso scegliere prediligo ruoli che mi mettano in discussione, non sono per le cose facili. Purtroppo rispetto a quello per cui un artista si prepara, il mondo del lavoro gli permette di esprimersi al 10%. Pensa allo scultore che deve creare un modellino per uno spot: fa solo gli interessi di un altro».
Quali ruoli ti hanno consentito di esprimerti al meglio?
«Più il fi lm è povero, più hai libertà. Io discuto spesso con i produttori che a un tratto arrivano sul set e ti dicono che cosa va e cosa non va. Non sopporto le pressioni, devo lavorare in un ambiente aperto».
Ci riesci ogni tanto?
«Mi sono trovato bene con Crialese in Respiro e con Paolo Franchi in Nessuna qualità agli eroi (in uscita il 28 marzo, n.d.r.). E poi con Mastandrea per 3,87. Però quello è un cortometraggio...
«Infatti. Nei corti, come nel teatro, l’unico legame con il resto della troupe è la voglia di fare qualcosa in cui credi, sei in una dimensione che ti riporta all’essenza di questo mestiere. Io cerco questo tipo di situazioni. Come il musicista che si guadagna da vivere suonando sempre gli stessi accordi e poi la sera si ritrova con gli amici nel localino per una jam session jazz. È la schizofrenia dei giorni nostri».
Che ne pensi, invece, della schizofrenia dell’attore, diviso tra tutti i suoi personaggi?
«Perché, tu non sei schizofrenica? Tutti recitiamo nella vita. Quante volte ti capita di mettere giù il telefono dopo una chiacchierata di lavoro e di rivolgerti a tua madre come se stessi parlando di affari?».
A proposito di lavoro, in Tutta la vita davanti, il nuovo film di Paolo Virzì (in uscita il 14 marzo, n.d.r.), sei un venditore porta a porta.
«Un venditore di robottini multifunzione che vuole solo primeggiare, ha persino il numero uno tatuato sul braccio. A un tratto va in crisi, forse perché si innamora. È un bel simbolo: ormai tutto viene trasformato in competizione, persino a noi attori chiedono chi sia il migliore, come se fossimo in gara...».
Invece nel film di Patierno, Il mattino ha l’oro in bocca, vesti i panni di Marco Baldini, la spalla di Fiorello. Come hai fatto i conti con la sua notorietà?
«La mia scelta è stata di distanziarmi del tutto dal vero Baldini. Ho collezionato informazioni sulla sua vita parlando con gli amici, i parenti, ma non l’ho incontrato. Ho costruito un personaggio come si fa con gli eroi dei fumetti e poi l’ho fatto entrare dentro di me. Il risultato è una sorta di Pinocchio degli anni ’80, un tipetto pieno di problemi che scopre il gusto per il gioco d’azzardo».
Tu hai mai avuto un’ossessione?
«La mia ossessione è il mio mestiere. È un autismo. Mi sono iscritto alla scuola di teatro a 15 anni, andavo in giro con le tragedie di Shakespeare sotto il braccio. Finito il liceo ho iniziato a studiare al Teatro dei Cocci di Testaccio, che ora non c’è più. Ci stavo ore e ore. E pagavo pure per andarci! Non lo facevo per denaro o per vanità, era una necessità. L’esperienza della dipendenza è comune a tutti: c’è chi si droga, chi gioca alla Playstation... Cerchiamo uno spazio narcisistico, in cui ci sentiamo bene, in cui torniamo al calore del grembo materno».
Che cosa amavi di Shakespeare? «Adoravo l’Amleto per come descrive il rapporto di ogni essere umano con se stesso e i propri fantasmi. E Sogno di una notte di mezz’estate: mi avevano assegnato il ruolo di Puck perché ero il più piccolo della compagnia. Puck è divertente, dolce, ma anche sadico e violento, come un bambino. Lo sto ritrovando nel personaggio che interpreterò nel film di Salvatores».
Sei un vero stakanovista... «In effetti è un bel momento. Ma tra un po’ mi concederò una pausa!».
Hai un segreto come attore?
«Sacralizzo il presente. Non ricerco la naturalezza, ma l’inconsapevolezza. Non imito, non recito. Mi immedesimo nel personaggio e quando lui entra veramente a far parte della mia vita, mi apro al caso, a ciò che accade nell’avventura delle riprese e alle mie reazioni involontarie. Per questo amo il cinema fatto con macchina a spalla e poca costruzione scenica».
I tuoi registi preferiti?
«Ken Loach, Abel Ferrara, Lars Von Trier. Ultimamente ho visto un film che mi è piaciuto molto, I figli degli uomini di Alfonso Cuarón».
Se non fossi diventato un attore...
«Avrei fatto comunque l’artista o l’artigiano. Perché chi non c’ha voglia di fare un cazzo fa l’artista [ride]. A parte gli scherzi, la verità è che ho bisogno di chiudermi nei miei tempi».
Per questo non ami le interviste?
«Non è che non mi piaccia parlare di me, solo che poi si enfatizza tutto. E che qualcuno prenda ciò che dico a modello è una cosa che non mi lascia tranquillo».
Ti trasferiresti all’estero?
«Magari per un po’. Andrei verso sud, al caldo, perché mi piace poter stare per strada, a contatto con la gente. Poi, però, tornerei qui, in fondo in Italia non si sta male».
So che hai scritto diversi racconti e che alcuni sono stati anche pubblicati.
«Scrivo ancora tanto, ma in maniera disorganica, compulsiva. Sono un grafomane, mi capita di scrivere la stessa parola per cento volte di seguito».
Un libro che consiglieresti?
Venti sigarette a Nassirya. È di un amico, Aureliano Amadei. Era in Iraq come assistente alla regia, per un progetto sostenuto dal Ministero della Difesa. È saltato in aria con le altre vittime dell’attentato, ha perso un piede. Il libro merita perché narra ciò che è successo dal di dentro, con un piglio leggero, senza retorica. L’abbiamo portato a teatro, l’idea è di trovare i finanziamenti per farne un film».
Ormai sei conosciuto, non ti è tutto più facile?
«Quando fai un film di successo ti propongono qualunque cosa. Vuoi pubblicare un disco? Un libro? Mi manca solo la pubblicità delle scarpe! Capisco si possa cadere nella vanità, ma io cerco di non cascarci. Per esempio, anche se da un sacco di tempo faccio parte di una band, non mi va di sfruttare le occasioni che avrei come attore per incidere un cd».
Che genere fate?
«Hip hop, sono un rapper. Vabbé, dai, ti dico anche il nome del gruppo, così magari qualcuno ci ascolta su MySpace: ci chiamiamo Bestie Rare».
Ma allora forse è anche vero che hai un passato da writer?
Nessuna risposta, Elio abbassa la testa e sorride.
 
 
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