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BAUSTELLE GLI INSOLITI NOTI

Testi ricchi di citazioni più o meno colte, sound tra la new wave e la canzone d’autore anni ’70. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi etichettare come il solito gruppo di nicchia. E invece? E invece i Baustelle hanno spaccato.

testo: Paolo Madeddu
immagini: Cesare Cicardini
06/04/2008

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A vederli danno soddisfazione. Tutti e tre in nero, con l’aria triste. Proprio come li immagini dalle canzoni. Ma da vicino, Rachele Bastreghi, Francesco Bianconi e Claudio Brasini, le tre B di Baustelle, sono persone piacevoli, loquaci e ironiche. Ma è il loro elegante e colto magone che ha conquistato il pubblico, che li ha spinti a un n. 4 in classifica tutto sommato insolito per un album dove dolcemente si declama «È difficile resistere al Mercato, amore mio» oppure «La logica spietata del profitto ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale». Ma è un fatto, che dopo i consensi ottenuti dai dischi precedenti nonché dal boom di Bruci la città di Irene Grandi (scritta da Bianconi), siano il gruppo del momento. Ovunque vadano a suonare ci sono aspettative messianiche da parte di un pubblico di loro simili, che si specchiano nella loro accattivante disperazione, e intravedono nelle loro canzoni la disillusa «normalità» di un lavoro in banca (Claudio), una passione per la buona tavola (Francesco), un monolocale troppo piccolo per farci stare tanta roba (Rachele). Li abbiamo incontrati per vedere se, ancora più che al Mercato, è difficile resistere alla fama.
Tra le cose arrivate col successo, qual è quella che meno avevate preventivato?
Francesco – Che Mollica al tg parlasse di noi. O che Studio Aperto abbia fatto un servizio sulle canzoni che incitano all’uso delle droghe, e ci fossimo noi e Fabri Fibra. Bizzarro.
Immagino sappiate che per i duri e puri vi siete venduti. Da indipendenti a gruppo Warner.
Francesco – Sulle prime la cosa mi infastidiva, ma era stupido infastidirsi. Non ho cambiato modo di comporre. E d’altro canto, se una casa discografi ca si interessa a te, è perché ti vuole come sei.
Claudio – Quando i Sonic Youth incisero Dirty per la Geffen tutti dissero: «Sono morti!», ma col tempo si vide che era il loro album più bello. Ma un po’ di timore della sovraesposizione non l’avete? Non vi allontanerà da quella poetica «precaria» che molti amano in voi?
Francesco – Non so, forse col successo sei indotto a ripetere la formula che ti ci ha portato perché vai sul sicuro – e fai qualche calcolo. A me piace sperimentare, è la cosa che amo più fare, quindi non penso mi succederà e mi auguro proprio di no. Guardando chi ci ha preceduto è innegabile constatare che a un certo punto la vena artistica si esaurisce. Che di norma, anche chi ha dato tanto inizia a declinare. Io credo che bisognerebbe sempre avere il coraggio di mettersi in discussione, di porsi obiettivi nuovi. Anche prendendo decisioni radicali. …Tipo?
Francesco – L’esempio musicale più ovvio sono i Beatles, unanimemente riconosciuti come quelli che rilanciavano ogni volta: alla fine si sono sciolti proprio per questo motivo. E peraltro quello che hanno fatto lo hanno fatto in sei anni, non in due decenni. Forse se fossero rimasti insieme oggi diremmo «Ma che palle il 12esimo disco dei Beatles». Infatti poi sia McCartney che Lennon qualche disco di maniera lo hanno fatto – ma in questo modo i Fab Four sono rimasti nel mito, delusioni non ne hanno date. Che idea avete del vostro pubblico? Cosa vedono in voi?
Francesco – Potremmo distinguere tra fans storici e nuovi. I primi sono più riconoscibili: universitari, art-rock, molto preparati. Gente che coglie tutte le allusioni, i tanti nomi citati…
Francesco – Le canzoni dei Baustelle sono spesso piene di nomi e cognomi. Ma escono da soli, non c’è niente di studiato – per esempio in Alfredino compaiono Forlani, Cossiga e Pertini come elementi descrittivi. Comunque ora abbiamo un pubblico che probabilmente non coglie tutti i dettagli, per esempio i 15enni, magari proprio quelli che prendiamo in giro in Charlie fa il surf. A dire la verità mi fa abbastanza impressione vedere dei teenager che ci seguono, non so quanto fosse prevedibile. Vocazione alla nicchia?
Francesco – No, io voglio parlare a tutti, non faccio musica solo per chi è in grado di capirmi. Era riascoltandoci che dicevo «Non so quanto possa essere popolare questa roba». Invece ora penso che se riesci a far girare musica diversa dal solito la gente lo apprezza. Il problema è che il sistema è omologante, è difficile far passare da radio e tv cose inusuali. A proposito di Charlie – il giovane birbone prende un certo quantitativo di medicine. E voi, avete dei farmaci preferiti?
Rachele – Aulin. Recentemente Oki, un antinfiammatorio. Sono il tipo che si infiamma.
Claudio – Aulin anch’io.
Francesco – Uno sciroppo per la tosse che prendevo da bambino, era buonissimo e rosa. Pieno di coloranti. Anna invece scrive con lo spray sui muri che la catastrofe è inevitabile. Voi scrivevate sui muri?
Rachele – No, però copiavo sui diari il modo di scrivere tipo graffito, firmandomi con nomi tipo Flash o Jellyfish.
Francesco – Non ho mai scritto, ma anch’io rimango colpito dalla grafica più che dalle frasi. Libri di culto?
Francesco – Ce n’è uno che di recente mi ha abbastanza sconvolto: La strada, di Cormac McCarthy, fa star male ma lo consiglio a tutti. È ambientato in un mondo dove è successa una catastrofe, fa freddo e uno strato di fuliggine oscura il sole. Ci sono un padre e un figlio che viaggiano a piedi verso sud con un carrello del supermercato e incontrano pochissimi sopravvissuti. Dvd?
Francesco – Ovviamente il cofanetto del tenente Colombo, visto anche che gli ho dedicato una canzone. Le nuove serie televisive no, non riescono a prendermi anche se tanti ci diventano matti.
Claudio – Io come cofanetti ho quello dei film di Robert De Niro, poi Spielberg. E ovviamente dvd musicali, su tutti Live at Leeds degli Who.
Rachele – Io due con i film di Truffaut.
Rachele, sulla copertina del disco ci sono i tuoi occhi. Notavo che ti trucchi con molta attenzione.
Rachele – Sì, ma è anche perché sono allergica al nickel. È fastidiosissimo perché nessuno lo sa ma il nickel sta dappertutto, nelle monete e nelle cinture, negli orecchini e cosmetici. E nel cibo, anche: cioccolato, patate…
Claudio, nella banca dove lavori come prendono le canzoni che dicono che «Il liberismo ha i giorni contati»?
Claudio – Non ci fanno ancora caso, per ora sono solo divertiti dal fatto che i nostri pezzi passano per radio.
Francesco – Eventualmente faremo una canzone sui fidi, per tenerli buoni. Ma qualche tuo collega è spazientito dal fatto che mentre lui lavora tu vai a suonare in giro?
Claudio – Per ora no, poi il mio capo è un nostro fan… Comunque non è che faccio il bancario a mezzo servizio, il lavoro per me rimane quello, perché di musica non ci si vive, anche se la gente fatica a crederci.
Claudio vive ancora a Montepulciano. Voi due invece abitate a Milano. Che ancora fa da sfondo ad alcune canzoni…
Francesco – Non in modo decisivo come in Romantico a Milano. In un pezzo ho fatto riferimento all’umanità alla deriva sul piazzale della stazione, che è un problema di tutte le città. A dire il vero mi sono stancato di passare per quello che canta Milano, magari mi trasferirò a Roma... Non so però se servirebbe a cambiare prospettiva, puoi scrivere una canzone che si chiama Testaccio, ma alla fine il crollo di certi valori è diffuso ovunque. Milano ci ispira perché è una città apparentemente ricca, europea: proprio per questo quando vedi l’abbrutimento ti fa più impressione. A Roma sicuramente si passeggia più volentieri – però Milano è più rock’n’roll.

 
 
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