BIANCA COME IL CIOCCOLATO

Tokyo, Bruxelles, Parigi sono in modo diverso le sue città. Stendhal è il suo autore di riferimento. La memoria la sua ossessione. Al suo sedicesimo libro Amélie continua a inseguire la bellezza e a nutrirsi di cioccolato bianco

testo: Ciro Cacciola
immagini: Jean-Baptiste Mondino
06/04/2008

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All’ultima presentazione milanese, i lunghi capelli neri, la pelle diafana, gli occhi luminosi e distanti, il cappello enorme sulla testa nonostante il caldo, il dialogo tra le due amiche in quarta fila era sottovoce, ma fittissimo. «Ti dico che è francese». «No-o. È belga, ti dico». «Allora leggi qui, in terza: è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967». Tutti sanno qualcosa di Amélie Nothomb, scrittrice dalla biografia difficile eppure, per molti aspetti, spudoratamente confessata nel bene e nel male ai suoi lettori. Nei suoi libri, a volte, ci sono interi pezzi della sua vita. Oppure storie inventate di sana pianta. Ma i suoi fan intrattengono con lei rapporti di intima confidenza, come se ogni volta l’autrice optasse per una nuova confessione. Nobile inganno letterario. Ricapitoliamo. Di origine belga ma di lingua francese, figlia di diplomatici in giro per il mondo, Amélie è cresciuta sulla Terra, spostando il suo corpo ogni tre anni su longitudini diverse, a seconda delle destinazioni stabilite dal ministero degli esteri belga: Pechino, New York, il Bangladesh, la Birmania, il Laos. A Bruxelles, la città dei suoi genitori, ha messo piede solo a 17 anni, e si è trovata malissimo. Oggi vive soprattutto a Parigi, e in Francia è una semplice star, da quando nel 1992 Albin Michel ha pubblicato il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, caso letterario dell’anno, due riduzioni teatrali, e film. In Italia è fedele alla Voland, che anche qui pubblica ogni anno il suo nuovo romanzo. Adesso è il turno di un lungo racconto d’amore, autobiografico ovviamente, Né di Eva né di Adamo. Lui? Neanche a dirlo: giapponese.
Senza averla mai incontrata prima, la tentazione è quella di presumere di sapere già un sacco di cose di lei: quelle che scrive, appunto, lei stessa nei suoi catturanti bestseller. Ma dall’altro lato del telefono la voce arriva gentile e distante come da un mar glaciale artico, imperscrutabile come il suo sguardo, e allora la voglia di chiedere, indagare, nell’illusione di conoscere il fantastico mondo di Nothomb, affiora intatta nel gioco delle domande e delle risposte. In inglese, in francese, in italiano per un pizzico.
Cominciamo con l’amore? La domanda è da un milione di dollari: what is love?
«L’amore tra due persone è un lavoro a tempo pieno. Perché duri nel tempo, devi impegnarti, e lavorare duro. Lavorare per restare noi stessi in amore e per mantenere l’amore dell’altro. È una fatica. Trovo che vivere in generale sia estremamente difficile e mi sembra un miracolo riuscire a rimanere in vita, un giorno dopo l’altro. Non vivo come voglio, ma come posso, e questo è già una conquista formidabile. Non mi interessano gli schemi della normalità. Anche l’amore per essere ricambiato deve avere qualcosa di negativo: per amare qualcuno dobbiamo trovare un angolo nascosto e buio, una stortura che renda affascinanti, un segreto inconfessabile da temere e da cui essere attratti».
Il suo primo amore è stato il Giappone.
«È stato semplice amare il Giappone, specialmente da bambina. In quel paese ogni bambino sotto i tre anni è considerato un dio, mi piaceva molto essere al centro dell’attenzione di tutti, era un amore inevitabile».
Che cosa l’affascina di quel paese oggi?
«L’adorazione per la bellezza. In Giappone la bellezza è come una religione. In ogni senso. Parlare di concetti assoluti come la bellezza ti fa sentire stupido. Si rischiano espressioni banali. Perché la bellezza è qualcosa che senti. La bellezza è il senso della vita. Fyodor Dostoevsky ha scritto: «La bellezza salverà il mondo». Mi sembra un concetto essenziale. Sono alla continua ricerca di bellezza: in tutte le cose, nelle persone, in quello che mi circonda. Ho bisogno della mia dose quotidiana di bellezza. Come del cioccolato. Bianco. È ciò di cui mi nutro, principalmente».
Dopo aver girato il mondo, all’età di vent’anni lei ha deciso di seguire il cuore, di tornare in Giappone, dove ha provato a vivere, e dove ha conosciuto l’amore incontrando Rinri, co-protagonista dell’ultimo romanzo. Rinri era uno studente buono e affascinante, ricco e desideroso di imparare il francese: lei aveva messo un annuncio come madrelingua e subito le lezioni sono diventate il pretesto per conoscersi, per condividere gite nei luoghi più classici del Giappone, per amarsi. Con Rinri, lei è riuscita rapidamente a conoscere la gente e le tradizioni di quel paese, scoprendo spazi di bellezza non solo esteriori, ma anche d’anima. Però non è riuscita a resistere. Perché?
«È tutto spiegato in un mio libro precedente, Stupore e tremore. Ho tentato di vivere in Giappone, ma è stato impossibile. Per vivere in un posto, devi poter lavorare in quel posto, e io lì sono stata vittima di un impietoso mobbing. La società giapponese è affascinante, ma i ruoli sono ancora complicati, e una donna non può sentirsi libera fino in fondo».
Lei oggi vive principalmente a Parigi. Dove riesce a trovare le sue dosi di bellezza in quella città?
«Mi piace molto Parigi, è una città piena di bellezza. Ogni volta che attraverso un ponte sulla Senna incontro la bellezza. Vivo la città pienamente, come ogni altro suo abitante. Abito nell’Undicesimo Arrondissement, il mio ufficio è a Montparnasse, dove arrivo tutte le mattine per scrivere. Scrivo ogni giorno, dialogo molto via mail con i miei lettori. E mi piace fare shopping!».
Lei parla correntemente più lingue, ma scrive i suoi libri in francese. Ha degli autori di riferimento in quella letteratura?
«Stendhal. Per me è il più grande. Un dono pieno di bellezza. Adoro Il Rosso e il Nero, ovviamente. Ma soprattutto La Certosa di Parma».
C’è sempre qualcosa di autobiografico nei suoi libri? La sua vita personale le offre sempre spunti interessanti per la scrittura?
«Ho scritto 16 libri, e di questi solo cinque raccontano pezzi della mia vita. Gli altri sono pura invenzione, fantasie che raccolgo qua e là, da una chiacchiera che ascolto in metropolitana, da un articolo di giornale. Da un sogno. Credo che sarei stata scrittrice anche se avessi avuto una vita meno difficile, o meno interessante, di quella che sto vivendo da quando ho memoria».
In che rapporto è con la memoria?
«Ho un link ossessivo con la memoria. Quando ero ragazzina, costretta a lasciare continuamente luoghi e persone, che amavo, decisi che ogni notte, per non dimenticare, avrei ripercorso all’indietro ogni pezzo della mia vita. Così è stato. Così è ogni notte. È come una malattia. Ormai più forte di me. Ogni notte parte il re-wind della mia vita nel mio cervello, non sono io a decidere, è una cosa che va aldilà del mio controllo. E, ogni notte, rivedo la mia intera vita».
Come riesce a raccontare se stessa con tanta lucidità?
«Con la distanza. A volte mi dicono che alcuni miei scritti fanno ridere. Eppure io non ho mai cercato di essere divertente. Ma la distanza dai fatti e dalle persone, la distanza non solo fisica ma soprattutto temporale, ti mette in una posizione di spettatore privilegiato della tua stessa vita, con il privilegio appunto del poi, e della consapevolezza raggiunta a posteriori. Dopo tanti anni, tutto quello che non serve lo elimini, conservi solo il meglio, l’essenza di quel che è stato, di una persona. Ed è come bere un bicchiere del miglior vino invecchiato».
Quali sono le sue grandi passioni, oltre il cioccolato bianco e lo shopping?
«Amo in egual misura le grandi città e la natura. In particolar modo amo le grandi montagne. E in questo senso il Giappone per me era fantastico. Ma in Francia e in Italia ci sono le Alpi, e vanno bene anche quelle. Le montagne mi piace guardarle, per ore, per bellezza. Le grandi città mi piacciono per viverci. Se non vivessi a Parigi, potrei vivere in Italia, a New York, o magari a San Francisco. Ma vorrei provare anche a vivere ai Poli, al Polo Nord o al Polo Sud, per scoprire com’è».
E Bruxelles?
«In un certo senso Bruxelles è la mia città. E la amo per questo. Ma ho sofferto molto quando ci sono arrivata a 17 anni. Mi sono sentita completamente sola. Il confronto con i miei coetanei è stato difficilissimo, crudele. È stato allora che ho cominciato a scrivere».

 
 
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