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NEI PANNI DI DEACON

Inglese, anzi british, come ama definirsi lui. Oltre a disegnare vestiti, Giles Deacon non smette mai di guardarsi intorno. Dalle cover dei cd, ai vecchi film in tv, alla gente che passa per strada. Ma noi gli invidiamo soprattutto i suoi occhiali. Decisamente oversize

testo: Maurizio Marsico
immagini: Mattia Zoppellaro
05/09/2008

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Giles Deacon: alta sartoria con una buona dose di sense of humour (notare gli occhiali alla Derrick), talvolta virato al black.
Trentotto anni da Durham, Inghilterra del Nord, esponente del cosiddetto “modernismo britannico”.
Couturier rubato alla biologia marina e al fascino tropicale dei pesci technicolor. Studente, ieri, e docente, oggi, del prestigioso Central Saint Martins College of Art and Design. Brillante illustratore per Interview, The Face, Pop, I-D. Best British Designer del 2007. Ex fidanzato della cantautrice folk-tronica Beth Orton e grande amico di Steve Mackey dei Pulp (ingaggiato in qualità di dj per la sua sfilata d’esordio nel 2004). Adora le copertine dei cd e i laptop.
Ha disegnato per Bottega Veneta, Jean-Charles de Castelbajac, Louis Vuitton, Ralph Lauren, Daks, New Look, Mulberry nonché per sé stesso (con il marchio “Giles”). E oggi firma una collezione Autunno/Inverno 2008/2009 per Fay, interpretando e mixando in modo personalissimo i concetti di casual e di glamour. Giocando, reinventando, ricollocando ganci, giacche doppie, tessuti tecnici e zip; cioè, le icone che hanno reso celebre il brand nel mondo. Profondendo estro, energia e creatività a piene mani, in ogni cosa che fa.
Giles Deacon, in una parola: stilista.
Come nasce una tua creazione?
Amo raccogliere l’ispirazione nelle maniere più diverse: non sono uno che si chiude nel suo studio a scervellarsi per farsi venire le idee. Quindi mi capita di prendere un treno e osservare i paesaggi, guardare dei film, osservare la gente per strada... sono convinto che sia necessario avere sempre nuovi stimoli e fare cose sempre diverse, per dare modo alle idee di nascere. Poi il lavoro in studio è importantissimo per farle germinare e sviluppare, ma la scintilla iniziale – per me – scocca in maniera spontanea e a volte casuale.

Eclettico?
Decisamente. Ti dico solo che l’idea di una delle ultime creazioni che sto realizzando mi è venuta vedendo un vecchio film, Le streghe di Eastwick con Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer... Lo stavo guardando e sono rimasto folgorato da alcuni dettagli del look delle protagoniste: erano fantastiche! Questo per dirti che sono sempre pronto a raccogliere suggestioni da ciò che mi circonda e dalle situazioni che non mi sono familiari. Un’altra mia grandissima fonte d’ispirazione, per esempio, sono i quadri.
E lo humour, quanto è importante per te?
Lo humour è fondamentale nella vita. Ci aiuta a viverla meglio, a scaricare le tensioni e lo stress... in poche parole ci fa stare meglio. È per questo che lo utilizzo molto spesso: per dare una coloritura più leggera e spensierata alle mie creazioni. E poi serve anche a me: nel mio lavoro spesso accumulo molte tensioni e un po’ di humour è proprio quello che ci vuole.
Ti sei diplomato alla Central Saint Martins di Londra e ora insegni proprio lì. Come vivi questo tipo di esperienza?
Sì, insegno lì, però non tengo corsi lunghi e continuativi: vado a fare lezione al massimo un paio di giorni al mese... impazzirei se fosse un impegno più pressante! Insegnare è, però, un’esperienza molto interessante, non tanto per il fatto di trasmettere conoscenza, ma più che altro perché mi fa stare a contatto con persone creative, sempre in cerca di idee nuove. Le scuole, secondo me, sono i luoghi in cui le cose accadono, dove iniziano a circolare e a germinare le intuizioni più nuove, quelle che plasmeranno il futuro della moda.
Quale genere di capi preferisci disegnare?
È una domanda difficile... ti rispondo che in realtà non ho nessuna preferenza. Questo perché odio limitarmi e ripetermi: a me piace fare sempre cose nuove e diverse, quindi preferisco la sfida di dovermi misurare sempre con capi e oggetti nuovi.
Macro tendenze e micro tendenze: pensi che il tuo lavoro possa essere collocato in alcune di esse o, piuttosto, sia l’espressione di un talento che si discosta da un contesto generico e generale?
Mi definisco semplicemente un british stylist e nient’altro; non amo le etichette e le categorie, perché – anche se alla gente piacciono e possono essere comode – io sono uno spirito libero e non voglio sentirmi legato a un filone o a una tendenza.
Le tue collezioni per Fay come le definiresti?
Casual e glamour. Sembrano concetti antitetici, ma in realtà non è così. Penso che casual e glamour insieme rappresentino esattamente ciò che accade nella vita di tutti i giorni. Le esistenze delle persone alternano di continuo momenti più casual e altri più glamorous: pensa a quello che ti accade nel corso di una settimana! È una specie di altalena. E anche nel vestire, spesso – più o meno consciamente – tutti mescoliamo elementi più casual e altri più glamourous. La mia idea è quella di approfondire e valorizzare questa tendenza: lavorare con Fay è il modo migliore per farlo. I materiali e le linee tipiche di Fay – parlo dei tessuti tecnici, delle zip, dei ganci – sono perfetti per rendere “smart” e comodi anche capi che concettualmente nascono per essere solo glamorous... è una cosa davvero molto stimolante, per me, a livello creativo.
Un’idea rivolta a chi?
Uomini e donne che ti colpiscono, che lasciano il segno e incarnano l’idea di modernità, di contemporaneità... uomini e donne che, se li incontri, ti fanno pensare: “Vorrei proprio conoscerti!”, che comunicano sicurezza di sé, decisione, fascino ed empatia.
Qual è per te il significato di moda?
La moda è lo specchio e il riflesso del momento in cui si vive. Ritrae la società e ne racconta l’atteggiamento, la visione della vita... non è solo una faccenda di vestiti, esprime un sistema di pensiero.
Ma è ancora di moda, la moda?
Sì, senza dubbio. La moda è di moda, attira e piace sempre: il motivo è che, da sempre, la moda ispira le persone e le aiuta a godersi un po’ la vita. Aiuta anche a sognare, a divertirsi: questa è la sua funzione.
 
 
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