COSÌ PARLÒ DEVENDRA
Più che interviste, le sue rarissime conversazioni con la stampa sembrano divinazioni. Passando per Los Angeles, lo abbiamo stanato a Mexico City. E alla fine con Urban lo sciamano della musica non si è risparmiato
testo: Roberto Croci
immagini: Cesare Cicardini
07/03/2009

Ola, como estas, Devendra? Surreale è a dir poco la mia voce, nonché la situazione in cui mi trovo, palpitante ed eccitato, mentre sto telefonando a Devendra Banhart subito dopo la fine del concerto dei Megapuss, tenutosi proprio in questi giorni al Teatro de La Ciudad in quel di Mexico City, il tutto grazie all’intercedere di Autumn de Wilde, amica e fotografa extraordinarie nonché madrina indiscussa della scena musicale underground di Los Angeles. È sufficiente un «muy bien» di ritorno – parla benissimo lo spagnolo – per calmarmi e procedere. Detto questo, devo confessarvi che di gente strana durante la mia carriera di giornalista ne ho incontrata parecchia, ma se devo essere sincero Devendra Banhart li batte tutti. Il suo senso dell’umorismo misto all’uso costante di paradossi e doppi sensi è degno dei migliori maestri di patafisica e nonsense stile supercazzola prematurata di Amici Miei. Non fraintendetemi, quello che dice ha senso, ma non amando le interviste e soprattutto i giornalisti gioca spesso a confondermi le idee e di base a voler farmi passare ai vostri occhi come un c.....ne. Fatta questa premessa, è arrivato il momento di impugnare la famosa clausola di esonero di responsabilità, dove sì, dichiaro di riportare fedelmente la nostra intervista e le sue dichiarazioni, ma allo stesso tempo non mi ritengo responsabile nel caso le vostre informazioni siano più veritiere e accurate delle mie.
Cominciamo con le origini. Devendra – texano cresciuto a Caracas, Venezuela – deve il nome, comune quanto il signor Rossi in Italia, a un insegnante spirituale indiano amico dei genitori che, dopo aver letto la sua aura e scoperto di avere a che fare con una divinità – in sanscrito significa kings of gods, re dei re – decide che quello era l’unico nome possibile.
Next la musica.
Ti hanno definito come il guru del folk psichedelico, uno dei membri del movimento freak-folk, con influenze brasiliane Tropicalia e Bossa Nova anni ’60, pensi che sia una definizione corretta per il tipo di musica che fai?
«Chi se ne fotte di dove sono nato o cazzate del genere. Quello che scrivo non ha niente a che vedere con Wikipedia! No, secondo me chi scrive queste cazzate dovrebbe riascoltare le mie canzoni. La mia musica ha significati ben più profondi rispetto a una semplice definizione, quello che questi giornalisti colgono è solo un’ombra rispetto al puro spirito dei miei album. Ben Chasny è il vero re della musica folk psichedelica, lui è il giardino e io la lumaca che ha mangiato solo un paio di foglie. Preferisco definire il nostro stile Naturalismo, perché in realtà siamo tutti parte di una grande famiglia. Siamo tutti figli della natura, e la natura connette tutti gli esseri viventi». Nel caso specifico di Devendra, questi legami inaspettati hanno portato a una proficua collaborazione con il meglio dei musicisti della scena contemporanea indie americana ed europea – Joanna Newsom, Feathers, Bat For Lashes, Espers, Vetiver, CocoRosie, Bert Jansch – nonché alla formazione della sua nuova band, Megapuss, insieme a Greg Rogove dei Priestbird, con cui hanno esordito l’anno scorso con Surfing, in cui ha collaborato Fabrizio Moretti degli Strokes.
Quando scrivi canzoni, che cosa stimola la tua vena creativa?
«Grazie al mio nome penso che la spiritualità sia parte importante della mia vena creativa. In India la gente accetta il proprio destino in un modo molto naturale, sia nel bene sia nel male. La casta inferiore degli untouchable, quelli che per noi occidentali possono essere considerati come il frutto peggiore del consumismo, quelli che frugano nei cestini dei rifiuti delle grandi città industriali, vive il proprio disagio sociale in un modo molto più positivo rispetto a noi occidentali; la mancanza di beni materiali in India generalmente viene vissuta come esperienza positiva. Rispetto a noi, gli indiani vengono giudicati per altri valori, per loro riuscire a separarsi dai possedimenti naturali è in realtà un passo in più verso un karma migliore e non è visto necessariamente come un difetto, anzi!».
Devendra comincia a cantare giovanissimo, quando, poco prima di compiere 13 anni, assiste a un’esperienza che gli cambierà il corso della vita. «La mia prima canzone l’ho scritta grazie alle chirurgie plastiche. Il Venezuela è il paese dove si praticano più operazioni chirurgiche a scopo estetico del resto del mondo. È assurdo. Le famiglie più agiate prendono i propri animali e li mettono sotto i ferri per farli assomigliare ai membri più anziani della famiglia. Ho assistito di persona a un’operazione simile, vengono a casa tua perché costa meno e nel giro di dieci minuti il tuo cane assomiglia alla nonna! Durante l’operazione ho cominciato a cantare perché ho sentito l’ispirazione uscirmi dai capelli, per me è stata la prima esperienza extracorporea della mia vita. Nessuno voleva che continuassi a cantare e visto che mi rifugiavo in bagno in compagnia dello spazzolino da denti per farlo, devo dire che quella è stata la mia prima vera underground scene. Ecco perché adesso ho delle storie da raccontare, sono sicuro che anche Donovan e i Pentagle hanno iniziato il loro cammino così, con un’esperienza surreale».
Crescendo negli Stati Uniti, quali sono state le influenze maggiori?
«Lo scopo di fare queste interviste, e di ripetere over and over le stesse cose, è quello di spingere gente e appassionati di musica verso altri autori e poeti che hanno reso il nostro mondo eterno, artisti come Karen Dalton, Vashti Bunyan, Linda Perhacs e Ella Jenkins, talenti che nessuno conosce per motivi a me ancora oscuri. Mi piace la musica vecchia, mi piace quella nuova, mi piacciono tutti quelli che hanno scritto un disco solo nella loro vita o quelli che hanno scritto una sola canzone, ma geniale. Le mie canzoni parlano di occhiali, fiumi, elefanti, scarpe, laghi, scimmie, soldi, alghe, Africa, biglie, argomenti diversi, mi piace scoprire cose nuove, ma mentre ti dico queste parole sono sicuro che domani la penserò completamente in un altro modo».
Oltre a essere figura dominante della musica indie, sei anche artista e disegnatore.
«Quando avevo 17 anni mi hanno dato una borsa di studio per frequentare il prestigioso Istituto d’arte di San Francisco. Poi mi sono stancato dell’ambiente accademico e ho cominciato a viaggiare per il mondo e suonare dove capitava. Ho disegnato tutte le copertine dei miei album, che a volte sono accompagnati da libri illustrati che sottolineano il processo creativo delle canzoni. Alcune delle quali diventano disegni perché non sono in grado di cantarle, e i disegni diventano canzoni perché non posso disegnarle. Quando mi alzo al mattino non riesco nemmeno a parlare, per cui disegno finché non mi si scioglie la voce. I disegni non esistono senza musica e viceversa, non ci sono confini