VINCENT IL TETRO
Calato nel personaggio del nuovo film, Tetro, Vincent Gallo si rituffa nella sua infanzia tormentata. Confessa a Urban di quando mangiava solo pasta scondita mentre suo padre comprava una Cadillac nera ogni anno. Finché, sullo sfondo della New York di Basquiat, non è diventato una stella
testo: Roberto Croci
immagini: Cesare Cicardini
13/09/2009

Capelli nerissimi, bagnati, pantaloni a tubo, maglione decisamente outdated e scarpe che la dicono lunga sul percorso fatto. Non fosse per lo sguardo intenso – "non sono mai e poi mai rilassato" – e il volto magrissimo, avremmo difficoltà nel riconoscere un asciuttissimo Vincent Gallo che, in compagnia di Sofia e Roman Coppola, entra al Billy Wilder Theater di Westwood, sede della premiére americana di Tetro, da dove un imperioso Francis Ford Coppola tuona l’inizio artistico della sua seconda carriera, quella a lui più cara, quella in cui scriverà, dirigerà e produrrà piccole storie che appartengono all’immaginario della sua vita. Nel piccolo soirée che segue Tetro, mi ritrovo attratto dalle parole e dalla voce di Vincent Gallo che, oltre a elogiare il giovanissimo partner Alden Ehrenreich, ci apre uno spiraglio sul mondo attuale di Coppola. Il grande regista di origine italiana rivisita il suo cinema in un’opera a carattere autobiografico, girata in uno splendido bianco e nero, centrata sulla vicenda di una famiglia di artisti italiani emigrati in Argentina. "È una storia autobiografica, anche se gli eventi non sono quelli realmente accaduti. La traccia vera che mi ha fortemente fatto innamorare del progetto è il rapporto che il mio personaggio – Tetro: poeta, musicista e fannullone – ha con il proprio passato, e specialmente con il padre. Una relazione miseramente fallita sin dall’adolescenza che… mi ha ricordato mio padre, la mia vita, le mie lacrime, le mie lotte interne e il mio crescere lentamente, intensamente, diagonalmente a quella società che invece proseguiva diritta senza fermarsi". Niente male come biglietto di presentazione, visto che finzione e modestia non fanno parte dell’arsenale di Vincent. La prima volta che l’ho incontrato personalmente è stata durante un’intervista al rapper RZA dei Wu-Tang Clan, durante la registrazione del loro quinto album 8 Diagrams. Appuntamento insolito a mezzanotte – prima e ultima volta che mi sia mai capitata un’intervista a quell’ora – e dopo aver bevuto e fumato joy sticks con i membri del gruppo, ecco che scorgo una massa di capelli informi scapigliati piegati su una chitarra. A uno sguardo più attento lo riconosco e dopo qualche domanda scopro che questo suo rifugiarsi in studio di registrazione è un rituale assai comune, specialmente quando vuole provare nuovi strumenti – solitamente chitarre costosamente vintage e rare.
Sembra infatti possieda la più grossa collezione di chitarre Rickenbacker e, come listato nel suo sito, è sempre alla ricerca di casse e amplificatori Western Electric vista l’assoluta maniacalità e dedizione riservata a questi pezzi unici, per non parlare poi delle somme incredibili che è disposto a pagare.
Vincent Gallo nasce nel 1961 in quello che lui stesso definisce gli slum o bassifondi di Buffalo, a 600 km da New York, sede degli immigrati europei più poveri. Figlio di genitori siciliani, Vincent passa la maggior parte della sua infanzia poverissimo, sopravvivendo alla violenza del quartiere in cui vive, in prevalenza frequentato da neri e portoricani. "Rick James, il re del Funk, era il nostro vicino di casa ed era amicissimo di mio zio John ‘The Bull’ Fantazzo. A casa si mangiava sempre pasta, ma non ci si poteva permettere neanche di condirla, perché mio padre insisteva nel comprare una Cadillac nuova ogni anno, sempre nera con gli interni bianchi immacolati. Quante botte mi sono preso quando sporcavo i sedili con le scarpe! Questo rituale annuale, la scelta del modello dal concessionario, credo mi abbia trasmesso l’amore per la tecnologia, per il futuro. Da bambino ero convinto che le automobili avrebbero finito per funzionare ad acqua, che entro il 21esimo secolo avremmo sconfitto tutte le malattie e non saremmo mai invecchiati, ma soprattutto che sarei stato il primo a pilotare la prima astronave su Plutone, ecco perché gli amici mi soprannominarono Future Boy. Poi un giorno mio padre rimase deluso proprio dall’avanzamento tecnologico, quando scoprì che una delle sue amate Cadillac non veniva più prodotta con lo stesso amore e attenzione al dettaglio di un tempo e, forse per delusione o solo per destino, si schiantò con il suo ultimo acquisto contro la statua di Sant’Antonio da Padova nel cortile di mio zio. A quel punto Future Boy era finito. Dead. Come mio padre per me, che avrebbe continuato a guidare Cadillac ma non ne avrebbe mai più amata una.
Vivere in casa dei miei è stato un incubo, tutto quello a cui ero affezionato doveva essere nascosto, tutto quello che rappresentava un segno di vita doveva essere soppresso, come se qualche sconosciuto fosse dovuto venire ad abitare nella mia stanza. Compiuti i 13 anni avevo già un lavoro, quattro ore prima di andare a scuola e cinque ore dopo. Sabato e domenica mi facevo almeno dieci ore alla pompa di benzina". Lo stesso padre lo butta fuori di casa all’età di 16 anni, facendolo diventare di fatto, Prince Vince, uno dei re della scena underground artistica newyorchese – ma solo dopo aver viaggiato un anno intero in giro per l’Europa – dopodiché lo vediamo calcare le scene teatrali romane al fianco di Victor Cavallo, l’attore che lavorò con Bertolucci ne La tragedia di un uomo ridicolo. "Prima di diventare attore sono stato pittore e musicista. Ho formato la prima band a nove anni, poi altri gruppi tra cui Grey con Jean-Michel Basquiat, con cui facevamo rap e con cui ho condiviso l’amore per l’arte. Sono arrivato a New York per entrare a far parte della leggenda, e quando ho trovato quelli che hanno creduto in me e mi hanno assicurato che avevo talento sono andato fuori di testa. Quando mi sono "risvegliato" avevo 26 anni e mi sono reso conto che anche la vita "normale" avrebbe potuto essere interessante, oltre che vivibile. La musica è stata il primo vero amore della mia vita, ho suonato con Sean Lennon e John Frusciante, ho prodotto una decina di album e quando scrivo musica mi ispiro a cose diverse da quella che suono nei miei album. Ascolto Peggy Lee e Anita O’Day costantemente. Ma se sentite When non direste mai che ascolto quel tipo di musica". Nonostante Vincent sia stato musicista, compositore, pittore, modello – fotografato da Richard Avedon per Calvin Klein – motociclista, collezionista di film e video – sembra che ne abbia più di 6mila – free thinker e free speaker, la sua signature in questo mondo è soprattutto quella dovuta alla carriera di attore. Lo ricordiamo in capolavori come Arizona Dream, The funeral, Palookaville, Angela, e come regista con Buffalo 66 e lo "scandaloso" The Brown Bunny, con la famosa scena della live fellatio eseguita dalla allora fidanzata Chloë Sevigny. "Ho passato la maggior parte della mia vita a sperare che succedesse qualcosa, o che tutto rimanesse così com’era, o che la mia vita o i miei amici fossero e dicessero ancora quello che hanno rappresentato i miei momenti di vita più felici. Non sono mai stato un nostalgico, non ho mai amato Elvis e ho odiato profondamente gli anni ’50. Ma mi sono chiesto spesso se il meglio di quello che sarebbe potuto succedere non fosse già successo. Uno dei miei più grossi problemi è stato il passaggio dagli amati hi-fi ai lettori cd. Con i miei equipaggiamenti super professionali ascolto la musica, e godo soprattutto della qualità con cui viene riprodotta. Con i cd player però sono libero di saltare da un brano all’altro e non mi preoccupo di tutti gli aspetti tecnici, posso usarli per suonarci sopra con la chitarra senza rovinare i miei dischi e mi ritrovo libero di ascoltare quello che voglio, e in più la mia fidanzata ha finalmente accesso al mio sistema musicale. La verità è che sono spesso uno stronzo, di sicuro sono brutto e vendicativo, a volte anche odioso. Ma proprio in questo si nasconde la mia bellezza, sono così poco interessante che divento affascinante e la ragione per cui nessuno mi ama al mondo mi rende irresistibile".