Come lo zucchero per le fragole

Nel 2014 il fotografo e regista Dario Albertini scrive, dirige, monta e musica La Repubblica dei Ragazzi: documentario su una struttura romana fondata nell’agosto del ’45 per accogliere i giovani, nell’immediato dopoguerra, che erano rimasti privi di sostegno famigliare. Oggi, dopo aver ospitato più di 5000 adolescenti, la chiameremmo «casa famiglia»: ed è proprio da qui che parte Manuel, da questa stessa struttura.

Il documentario, passato con successo per la Rai, descriveva la costruzione dell’edificio, l’ingresso dei ragazzi e la loro permanenza; Manuel invece ne racconta l’uscita: la libertà improvvisa e l’impazienza di ottenerla – ma anche e soprattutto l’incapacità di affrontare la realtà dopo aver trascorso tanti anni in una campana di vetro. Ispirato dalla storia di uno dei giovani, che si chiama Manuel per davvero, Albertini decide che il modo migliore per esporre questo trattato d’indipendenza non è più il reportage, impossibile a farsi dopo l’effettiva uscita di Manuel dalla Repubblica, ma un film di finzione: che avrebbe significato, per il regista, un nuovo debutto. Per il ruolo del protagonista sceglie il romano Andrea Lattanzi, classe 1992, che nel 2014 aveva incantato Carlo Verdone durante la Festa del Cinema di Roma con un monologo da Er fattaccio de vicolo Der Moro. Andrea, che aveva recitato solo piccole parti, per preparare il personaggio si finge uno di quegli adolescenti e si rinchiude nella Repubblica per un mese, confondendosi nella mischia, rifacendo i letti e lavando i piatti all’occorrenza. Dalle borgate romane, il suo Manuel è finito poi a Venezia, e poi ancora in Francia, dove è uscito a marzo di quest’anno – due mesi prima rispetto all’Italia, dove sarà distribuito il 3 maggio da Tucker Film – portandogli il premio Jean Carmet come migliore attore, direttamente dalle mani di Catherine Deneuve. Al suo fianco, dentro e fuori dallo schermo, la più navigata Francesca Antonelli: una madre da recuperare dal carcere e portare agli arresti domiciliari, un’attrice che esordì con Archibugi nell’88 e che già dagli anni Novanta frequenta abitualmente i ragazzi del muretto. La macchina da presa di Dario è sempre addosso a loro, claustrofobica, attenta a rincorrerli per non farsi scappare niente; e loro, nonostante una sceneggiatura solidissima, durante questo viaggio nella provincia surrealista del Lazio erano chiamati a improvvisare moltissimo.

Lei è un fotografo che finora ha diretto solo documentari: sentiva di essere pronto a gestire la produzione, e soprattutto gli attori, in un film di finzione?
DARIO ALBERTINI Per questo film, sì. L’idea di fare un lungometraggio di finzione, quando stavo girando il mio secondo documentario, era lontanissima. In questo caso, però, mettere la macchina da presa addosso a un ragazzo che sta per ottenere la libertà mi sembrava una violenza. Così a un certo punto ho deciso di scrivere: il vero Manuel avrebbe dovuto interpretare un film che sarebbe stato uno di quegli esperimenti ibridi tra finzione e realtà. Mentre facevamo questi ragionamenti ho capito che mi stavo nascondendo: se volevo fare questo lungometraggio, dovevo farlo rischiando, prendendo degli attori, senza nascondermi dietro a un non-professionista, per poi dare la colpa a lui.

L’allontanamento dal documentario però è solo momentaneo – perché, ha detto lei stesso, «il documentario è una necessità».
DARIO ALBERTINI Non sono mai riuscito a girarne uno in meno di due anni: il documentario prende una parte importante della vita. È qualcosa di cui ho bisogno, e per farlo ho bisogno di viverlo, di vivere letteralmente insieme ai personaggi che racconto. Mi ci devo innamorare, non riuscirei a raccontare qualcosa che non amo.

Manuel, paradossalmente, mi sembra molto più vicino al realismo magico…
DARIO ALBERTINI Non c’è stato niente di preparato, né c’è stato uno studio: è venuto. Attraverso le immagini, la fotografia, gli attori che hanno accettato di lavorare in un modo diverso rispetto a ciò che avevano fatto prima, improvvisando, cercando sempre un senso di verità. I non professionisti sono miei amici, alcuni sono passati da documentari precedenti. E conosco molto bene quella zona, il litorale nord di Roma, soprattutto in inverno, quando ha l’aria abbandonata: la conosco perché ci vivo, e tutti i lavori che ho realizzato fino a oggi li ho girati tutti là.

Andrea, non voglio farle ripetere, come in tutte le interviste, che per prepararsi a questo ruolo ha alloggiato un mese intero alla Repubblica dei Ragazzi, in incognito…
ANDREA LATTANZI Ci mancherebbe, è un po’ come dallo psicologo: a furia di ripetere ci si libera.
Comincerò dal suo film precedente, Attesa e cambiamenti, che è stato anche il suo esordio, anche se aveva una parte microscopica. Poi è stato catapultato qui, dove si prende sulle spalle ogni singola sequenza.
ANDREA LATTANZI In Attesa e cambiamenti erano due, tre cosette leggere; ho accettato di fare quel film pur non essendo pagato perché volevo scoprire quel mondo, vedere com’era da dentro, vedere se mi piaceva. Certo, era tutt’altro genere: però mi interessava l’atmosfera, mi piaceva sempre di più, giorno dopo giorno. Quando è capitato questo, invece, non dico di aver avuto lo stesso coinvolgimento di Dario, logicamente, ma sentivo di averne anch’io moltissimo, dato che la maggior parte delle immagini era incentrata su di me. Il peso che avevo addosso era fisico, era il fiato della telecamera sulla mia spalla.

Chiedo anche a lei, allora: si sentiva pronto?
ANDREA LATTANZI È stata una responsabilità enorme, ma era anche quello che sognavo da tantissimo: un ruolo da protagonista, un’opera prima, cinema d’autore – un insieme di cose che mi è capitato così, tra le mani, e mi sono detto: questo è il mio momento e devo saperlo gestire bene. E l’ho saputo gestire perché ho incontrato una persona che ci ha creduto come ci credevo io. Io e Dario abbiamo portato questo film alla nascita e l’abbiamo fatto crescere insieme, sono sempre stato con lui, abbiamo provinato gli altri attori, mi ha portato nel centro educativo, io ci ho abitato… È stato un crescendo, e proprio la grandezza di questa responsabilità mi ha fatto restare coi piedi per terra. Sono otto anni ormai che studio e mi capita di sentire i miei colleghi che dicono: «non mi chiamano, non faccio niente, allora mollo» e magari studiano dalla metà del mio tempo. È sbagliatissimo: bisogna essere determinati. Manuel è stata una chiamata fondamentale: doveva capitare, ed è successo questo.

Francesca, lei e Andrea non vi siete mai incontrati prima delle riprese…
FRANCESCA ANTONELLI Niente, Dario non mi ha fatto vedere neanche un provino: ma che dico un provino?, neanche una foto. Mi ha dato il permesso solo di sentirgli la voce.

Ha esordito con la Archibugi e poi è stata diretta da Marco Ferreri, da Wilma Labate… Possiamo dire che anche per lei è stata una prima volta su un set – concedetemi il termine – ridimensionato? Non poteva leggere la sceneggiatura, ha dovuto improvvisare, girare in ordine cronologico…
FRANCESCA ANTONELLI Sì, ma l’ho amato molto più di altri film. Credo fortemente che Dario abbia uno sguardo originale, particolarissimo, di benevolenza – e soprattutto ama i suoi attori. Riesce a trasmettere le cose non attraverso le parole ma quasi per osmosi, come lo zucchero per le fragole. DARIO ALBERTINI

Ripete questa cosa da mesi: l’ha detta in spagnolo, in francese…
FRANCESCA ANTONELLI Sì, l’ho detto anche in Francia, mentre promuovevamo il film, ho detto: «comme le sucre pour les fraises», perché lo penso fortemente. Capitava che noi ci vedessimo il sabato, che uscissimo con gli amici, ma mica parlavamo mai del lavoro. Io la sceneggiatura non la potevo leggere – ovviamente conoscevo tutta la storia – ma non c’era verso di estorcergliela. La sera prima di girare mi ha concesso di sfogliare tutte e due le mie scene e io, poi, ho improvvisato. Il copione è molto solido, però il lavoro è stato proprio quello di cercare di tirare fuori il più possibile ciò che lui voleva che venisse raccontato, e penso che ci siamo riusciti: ma solo grazie al suo modo particolarissimo di vedere la realtà. Lui punta i piedi davanti alla realtà e poi vola.

Francesca era stata da poco a Venezia con Piuma e Orecchie; per voi due, invece, è stata la prima volta alla Mostra. Quanto è stato importante?
DARIO ALBERTINI È stato una meteora. Una grande emozione, personalmente, perché venendo dal documentario ero abituato a tutto un altro tipo di circuito: festival altrettanto importanti ma diversissimi. Poi, dopo tre giorni, ci siamo ritrovati a casa, dopo che tutto era già successo…
ANDREA LATTANZI Tutto era già successo però in realtà niente era successo.
FRANCESCA ANTONELLI Pioveva…
ANDREA LATTANZI C’era il diluvio universale.
DARIO ALBERTINI Fu una serata davvero difficile. A metà proiezione credevo ci fosse un problema con l’audio e pensavo: oddio, proprio qui doveva succedere… E invece era la pioggia. E questa stessa cosa è capitata anche con i miei documentari precedenti: a ogni proiezione che ho fatto, puntualmente, a metà ha iniziato a piovere. A parte questo, ce la siamo vissuta così. Poi, da Venezia, siamo andati all’estero e non siamo più rientrati.

Quanto è stato importante, allora, passare dalla Mostra di Venezia per trovare una distribuzione in Francia? Il film è uscito lì due mesi prima che in Italia.
DARIO ALBERTINI In realtà Jean Labadie di Le Pacte aveva preso il titolo già prima del Festival; l’aveva visto, a lui era piaciuto, per cui…

Insomma Venezia non è servita a niente. Intanto sono più di sei mesi che promuovete la pellicola, siete stati a una decina di festival e avete rilasciato interviste sempre insieme, mai da soli, tutto in simbiosi; siete pronti, adesso, a separarvi?
ANDREA LATTANZI Oddio, che brutta domanda: un cazzotto allo stomaco.
DARIO ALBERTINI Ma sì, siamo pronti.
ANDREA LATTANZI A me in Francia hanno detto: guarda che tu hai trovato il tuo nuovo Fellini, il tuo nuovo Pasolini, e io ho risposto: ma magari! Dipende poi dal legame che si instaura tra attore e regista, e da come lavora il regista. È vero che ognuno prenderà la sua strada, farà altre cose: ma è vero anche che tutto rimane.
DARIO ALBERTINI Forse è arrivato il momento, e lo sentiamo: vediamo la data del 3 maggio un po’ come un congedo.
ANDREA LATTANZI Sì, la fine.

Quindi sarebbe meglio che il film non uscisse?
DARIO ALBERTINI In realtà non so quanto io riuscirò a separarmi da Francesca…
FRANCESCA ANTONELLI Sì perché abitiamo vicino.
DARIO ALBERTINI Dai, racconta come ci siamo conosciuti.
FRANCESCA ANTONELLI Ah!, perché uno che guarda il film magari pensa: il regista, per questo ruolo, avrà chiamato Francesca… E invece c’è stato un periodo in cui un mio amico, che ha un bar, mi aveva chiesto se potevo aiutarlo – e io ho detto sì e lo stavo aiutando…

 

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Non ci credo.
FRANCESCA ANTONELLI Sì, lì, a Santa Marinella. E vedevo spesso quest’uomo che entrava e mi guardava… Al che ho detto: ma cosa vuole questo da me?
DARIO ALBERTINI E io ho pensato: fare l’attore è proprio un lavoro di merda…
FRANCESCA ANTONELLI In realtà attore lo sei o non lo sei, non è che «lo fai». Io posso fare qualsiasi cosa, ma attrice rimango: e lì infatti non sapevo fare niente, quel mio amico m’ha messo dietro al bancone ma quello non era il mio lavoro, pensa che a uno ho versato il latte nella vodka… Però facevo il movimento, e quindi ero attrice pure là.
DARIO ALBERTINI Sì, sei attrice sempre. Puoi fare qualsiasi altro lavoro del mondo ma rimani attrice.
FRANCESCA ANTONELLI Però questa storia l’abbiamo raccontata male.