IL MEGLIO E IL PEGGIO DELLA MILANO FASHION WEEK

Di cose durante le settimane della moda ne sono successe: Prima ci sono state le Fashion Week di New York e di Londra che sono passate inosservate sotto la lente del cambiamento e della novità.

A New York l’inconsistenza della proposta collettiva è stata palese, nonostante Anna Wintour continui a proteggere i “suoi” stilisti.

Poi Londra, dove l’attesissimo debutto di Riccardo Tisci come direttore creativo di Burberry ha praticamente deluso perfino chi si è dichiarato entusiasta per dovere, con una collezione che ha raccontato la società inglese di oggi senza nessuna interpretazione ma con un conformismo preventivo che lo stesso Tisci non ha mai utilizzato prima, tra una parte della collezione che metteva in evidenza una donna Lady Like e un uomo Normcore fuori tempo massimo e l’altra che descriveva uno street style senza senso.

Milano invece pare che tutti si siano messi più o meno d’accordo su cosa proporre, solo che alla fine il risultato non ha superato le aspettative, fatta eccezione per alcuni brand che nonostante tutto restano ancorati al solo e unico pensiero di far moda e non solo vestiti.

Per evitare di confondervi ho pensato di stilare una classifica del meglio e del peggio della settimana della moda Milanese, eventi e presentazioni comprese.

10.  Subito dopo la lite con Cardi B a New York è arrivata a Milano Nicky Minaj per presentare la collezione in collabo con Diesel. Capelli fucsia, tutina ipnotica in lycra multicolor, bomber e stivaletti in vernice rossa. L’evento, organizzato e gestito malissimo, ha tenuto la stampa ferma per ben due ore. Della capsule non sono sicuro ne avessimo bisogno, fatto è che è già disponibile online sul sito del brand di Renzo Rosso e mai uno slogan fu così veritiero: Diesel is dead.

9. Ancora una volta fuori calendario Dolce&Gabbana presentano una collezione che si può perfettamente catalogare come il “greatest hits del nulla”: in passerella la solita minestra stereotipata firmata dai misogini più alla moda del pianeta. (viva la famiglia tradizionale o sintetica)

8. Per la sfilata Primavera / Estate 2019, Philipp Plein decide di rendere omaggio a uno dei suoi eroi di sempre: Michael Jackson. (veramente?!) E lo fa a partire dalla scenografia, una pista ricoperta di specchi, forse per farci sentire tutti quanti men in the mirror . Con i suoi simboli, però, il re del pop è presente in ogni dettaglio: dai guanti ai cappelli, fino alle iconiche calze bianche di Billie Jean , ovviamente rivisitate in chiave Plein, anche di questo probabilmente non ce n’era bisogno.

7. Elisabetta Franchi, non si è ben capito perché una che fa pronto moda sfili durante la settimana del ready to wear ad ogni modo niente di interessante ma una sfilata fine a se stessa. Lo stesso vale per Fila.

6. Simona Barbieri, meglio conosciuta come “quella di twin-set” ha capito, o forse frainteso, quello che ascoltano le sue clienti e quindi ha chiamato Sfera ebbasta per una capsule di tshirt unisex senza sens.

5. Il viennese Arthur Arbesser, che è anche direttore creativo di Fay, ha portato in scena una collezione armonica e mai noiosa. Sì all’introduzione di materiali naturali come la juta sfrangiata accanto a tessuti spalmati in oro e platino, per me poco convincente l’omaggio agli scultori Moletti e Wieselthier. 

4.  Converse x Carhartt WIP One Star, due brand dall’identità fortissima sviluppatasi grazie alle subculture, hanno dato vita ad una collabo ed un evento unico nel suo genere: hanno mixato i loro background per una collezione d’ispirazione militare caratterizzata da un design street contemporaneo. Un modello in tre colori diversi protagonista di un evento dove tre grandi installazioni site-specific hanno sottolineato il mood dell’intera collezione.

All’interno di tre gabbie, tra fumo, luci soffuse, paracaduti, Dune Buggy ed altri elementi che hanno contribuito a creare un’atmosfera dal gusto apocalittico, le sneakers hanno dimostrato il loro carattere forte, sottolineato anche dalla scelta dei materiali, erigendosi subito a must della stagione.

3. Seppur nessuno della nostra redazione era presente alla sfilata/evento di Emporio Armani bisogna essere obiettivi e più che un defilé, quello di Nonno, volevo dire Re, Giorgio è stato un evento unico, non solo per l’inconsueta location (l’hangar di Linate trasformato da Giò Forma in uno stadio che ha ospitato il fashion show), ma soprattutto per la presenza di uno special guest come Robbie Williams, che ha intrattenuto i 2400 presenti cantando le sue hit più amate. La collezione però è passata in secondo piano.

2. Alessandro Dell’Acqua con la sua Nº2 torna alle proprie origini creative: nessuna stampa, a dominare il nero intervallato dal carne (i due “suoi” colori) e da esplosioni di fluo mai mescolate tra loro. E poi: i tubini costruiti, le gonne di vinile aderenti come una seconda pelle, le “gabbie” di piume e quelle di strass, il tessuto dei reggiseni (e tutti i materiali della couture come il gazar e il faille) usato per costruire i giubbotti maschili che, però, lasciano a vista la schiena. Il suo codice estetico è lineare e compatto. Ed una donna così a Milano, o nella moda, non si vedeva da tanto. Bravo!

1. Miuccia Prada per la prossima primavera/estate porta in passerella una collezione conservatrice e non borghese: “La moda deve semplificare il proprio linguaggio per diventare comprensibile ma non si può ridurre né a un hashtag né a un emoticon” dice nel backstage della sfilata prima di far sfilare una collezione che su questo tema non solo riflette ma lo svolge completamente.

Noto che in questi tempi c’è uno scontro acuto tra un conservatorismo sempre più estremo e il mondo che esprime il sogno, la libertà e la fantasia. Due realtà che si stanno scontrando fuori e dentro la moda” Continua Miuccia Prada. Così sua altezza “La Signora” pensa e riesce a mettere a confronto quello che dice: due teorie in una sola collezione con quel modo volutamente fastidioso che più Prada di così non si può.

Inizia lo show e subito si nota il tessuto duchesse trasformato in bluse indossate sui bermuda, gonne a portafoglio con top che sembrano costumi da bagno con stampa geometrica, abiti sottovesti con la linea ad A indossati sopra maglioni in shetland con buchi al posto delle toppe sui gomiti, cappottini in pelle e cappotti “à la Courrège”, camicie maschili che diventano abiti perché si allungano, gonne svasate e gonne a pieghe in tie&dye dai colori psicheldelici.

E poi la sintesi dell’intera collezione: una gonna svasata indossata con una T-shirt in total white e accessoriata con una classica borsa nera porta al braccio.

Sarebbe l’immagine post-moderna della figura borghese femminile se non fosse che in quel look c’è tutto il rifiuto di quello che politicamente abbiamo vissuto fino ad oggi.

Ora, carissimi, so bene il senso dell’umorismo nella moda è sparito come spariscono i cuscini di Etro subito dopo lo show, e che tutti la prendono sul personale perché tutti vittime di un sistema che non è come vogliamo.

Ma a me onestamente non me ne frega assolutamente niente pertanto trovo giusto dire esattamente come stanno le cose, almeno secondo me.

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