Le 6 corde del Blues: Un omaggio a B.B. King.

Lo scorso anno da New York decisi di intraprendere un viaggio verso il sud degli Stati Uniti d’America e provare a toccare i punti del Mississippi Blues Trail. Una sorta di sentiero lunghissimo che tocca varie città, non solo nello stato del Mississipi, ma letteralmente in tutti i posti più significati della storia del BLUES.

Appena arrivai ad Itta Bena entrai nella Fish House di Larry e dopo 2 minuti che cercai il mio posto a sedere mi sentii urlare dietro la nuca da una donna anziana con l’afro bianco e grigio: “Waaiitt a minute whiteeee boyyy! that’s natt a place for you”;

Fortunatamente mi salvò un signore che serviva ai tavoli e che mi accompagnò davanti a uno libero di fianco a un ragazzo sulla ventina che studiava alla Mississippi Valley State University, dove ricordavo avesse giocato Alphonso Ford ed il leggendario Jerry Rice.

La vita lì sembrava che durasse 26-27 ore al giorno e non succedeva mai niente. Lì è come se tutto seguisse l’andamento del fiume, tutto procede lentissimo come il tocco delle dita sulle corde di una chitarra blues. Mentre fui costretto a prendere la “catfish soup”, piatto nazionale dello stato insieme al pollo, Craig mi spiegò quanto non sia ospitale la città se non si entrasse nelle radici di questa terra, infatti, fu una degli ultimi stati ad avere una integrazione razziale reale.

Gli chiesi di farmi da guida dopo pranzo e lui mi portò davanti al primo cartello (marker spot) che raffigura la scritta imponente “B.B. KING – BIRTHPLACE”. A bocca aperta sentii una strana sensazione perché qui nacque il chitarrista Riley Ben King nel 1965 poi soprannominato “The King of the Blues” ed uno dei “Three Kings of the Blues Guitar” insieme a Albert King e Freddie King.

Camminando lungo la strada pensai che era già passato un anno dalla sua morte e cercai di chiedere alle persone sedute fuori dalle abitazioni qualcosa su di lui. Nessuno mi rispose o meglio due di questi mi chiesero 200 dollari per poter parlare con loro, tranne Gilbert, un anziano forse sulla ottantina che ci invitò a sedersi con lui in veranda.

Mi raccontò di quando conobbe B.B. King da bambino nella chiesa pentecostale della città dove c’era il pastore a suonare la chitarra durante la cerimonia della domenica. Affascinato dal culto come pochi lui stesso litigava spesso con la madre, perché lei gli imponeva una educazione al gospel mentre B.B. era già predisposto per altro. Infatti poco tempo dopo lasciò la fioriera di Johnson Barrett dove lavorava e scappò a Memphis nella “Bluff City” dove ironia della sorte il cugino bluesman Bukka White gli regalò la sua prima chitarra, una gibson.

 

A lui deve molto, in tutta la sua carriera musicale c’è sempre stato un pizzico del cugino con lui come ad esempio il modo di vestire che era all’epoca un marchio di fabbrica di White. I due tra l’altro 30 anni dopo quest’episodio condivisero per la prima volta il palco del New Orleans Jazz and Heritage Festival.

Ma Gilbert sorridendo mi disse: «tutti pensano che le influenze di BB King nella musica provengo dal cugino o da Blind Lemon Jefferson ma, in realtà io l’ho visto letteralmente andare a dormire con “In the Wee Small Hours” di Frank Sinatra sotto al cuscino!!».

Con la voglia di imitare la voce di Frank e lo stile impeccabile dello spirito del blues sulla sei corde della chitarra la sua carriera prende piede; si sposa una seconda volta però con Sue Carol Hall sotto la benedizione di CL Franklin, il padre di Aretha e la diventa anche un attivista per i diritti dei prigionieri come Johnny Cash. Entra di diritto nella Blues e nella Rock & Roll Hall Of Fame con 15 Grammy, due honorary doctorates in musica e la Presidential Medal of Freedom.

La cosa più impressionante che ci ha lasciato in eredità però, sono questi più di 45 album composti sulla sua chitarra che ha un nome proprio donatogli da una strana storia in un locale.
In pratica durante un suo live in un locale dove si era accesso un fuoco dentro un barile per scaldare la sala ne nacque una rissa tra due uomini per una donna.

Il barile cadde all’improvviso e incendiò il locale ma mentre le fiamme prendevano piede e tutti scapparono dalla sala, BB King rientrò salvando la sua chitarra sul palco. Da quel momento le sue chitarre presero il nome della donna che causò la lite, ossia Lucille. Attualmente tutte le sue chitarre sono esposte nel bellissimo museo dedicatogli sulla 400 Second Street ad Indianola sempre nel Mississipi. Durante il suo funerale ovviamente la sua chitarra ha avuto un posto d’onore accanto a lui.

Il Re del Blues è immortale come il tocco delle sue mani sopra l’anima di una chitarra a sei corde.

«People all over the world have problems.
And as long as people have problems,
the blues can never die.» cit.

 

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