L’età della pietra a km 0: una rilettura della Aardman

 Da Nick Park a “I primitivi”

Prima che l’umanità, a dispetto della Storia, si deputasse vegana – e prima che le telecamere cominciassero a insidiarsi negli allevamenti intensivi – e prima ancora che Hollywood rileggesse a modo suo il femminismo (e le femmine) – e, più precisamente, nel 2000 – usciva nelle nostre sale “Galline in fuga”: riappropriazione della libertà (per una volta, non di stampa) da parte di un manipolo di pennute costrette a sfornare almeno un uovo al giorno in una sorta di campo di concentramento, pena il pasticcio. «O moriremo galline libere» dicevano, «o moriremo nel tentativo».

Succede che al manipolo di pennute viene la fissazione leonardesca di volare, e come principesse socialmente inutili sulle torri iniziano a convincersi che ci sia necessariamente bisogno del maschio per sollevare i baricentri: fortunatamente la convinzione dura poco, e risulta vana, perché il maschio – che arriva e se ne va come tutti i maschi – è un contaballe.

Era il 2000 ed era di moda – o, semplicemente, era famosa – Nancy Brilli, che prestava la voce alla protagonista Gaia. A doppiare invece Mel Gibson, voce originale del contaballe, fu chiamato Christian De Sica, che grazie al Natale di moda non è mai passato. Dirigevano Peter Lord e Nick Park. Quest’ultimo, sulle mensole di casa, sotto alla laurea della Sheffield Hallam University, aveva già tre Oscar, vinti per altrettanti corti animati: uno nel ’91, uno nel ’94 e uno nel ’96 – e solo nella prima occasione, quando era doppiamente candidato, indossava un papillon tollerabile. Tutte e tre le volte, visibilmente emozionato, ringraziò la Aardman Animations «in Bristol, England», che lo aveva assunto nel 1985, quando non aveva neanche trent’anni, la società esisteva da meno di dieci e le persone impiegate erano cinque, compresi i due fondatori Lord e David Sproxton.

“Galline in fuga” incassa 225 milioni di dollari, viene candidato al Golden Globe come miglior film comedy e sdogana l’inglesissima Aardman oltreoceano, dove “Creature comforts” si limitava al chiacchiericcio degli addetti ai lavori e di chi guardava la BBC.

Più che i tre Oscar, fu il debutto sul grande schermo di Wallace & Gromit a far penetrare gli studios nel redditizio mercato statunitense: prima prova da più di un’ora per il cane e il suo padrone inventore, che tornavano a dieci anni di distanza dall’ultimo ovino cortometraggio.

Dirigevano Nick Park e Steve Box (il regista di “Viva forever” delle Spice Girls, per intenderci). “La maledizione del coniglio mannaro” riporta sulla scena l’ortofrutta, i contadini, la selvaggina: dichiarazione di guerra alla caccia, manifesto dell’animalismo – è, ancor di più, una propaganda fantasy all’ambientalismo, dimostrando come la natura (e dunque l’agricoltura bio) siano in grado di produrre verdure straordinariamente fuori scala senza concimi, raggi gamma o metodi biolistici. E ai leproidi che minacciano raccolti e piantagioni si provvede con l’esilio temporaneo, perché la pena di morte non si augura a nessuno.

 

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Solo 192 milioni di dollari a ‘sto giro, però arrivano due BAFTA, dieci Annie Awards (i premi statunitensi dell’animazione, incluso quello alla voce di Wallace, ovvero Peter Sallis, che ci ha lasciati lo scorso giugno) e un Oscar, il quarto per Nick Park – il papillon questa volta è a righe orizzontali, e lo indossa pure la statuetta.

Di vincere Academy Awards sia ai lungometraggi che ai cortometraggi non capita certo tutti i giorni, e capitava a zio Walt e capita alla Pixar; conclusa la serie “Creature comforts”, gli studi della Aardman e il portafogli di Park si spostano verso il daily show “Shaun, vita da pecora” e il suo spin-off infantile “Timmy Time”. La messa in onda in Giappone, Cina e India porta la Aardman a conquistare pure l’Estremo e il Medio oriente.

«È la tecnica», dice Sproxton, «ma anche il fatto che siamo molto inglesi».

Prima del british humor c’è infatti la claymation, crasi di clay-animation, uno dei modi di fare stop-motion: personaggi e sfondi fatti di sostante malleabili, tendenzialmente plastilina, dànno l’illusione di muoversi attraverso la ripresa di un diverso frame ogni ottantatré millisecondi. «Se otteniamo tre secondi di girato alla fine di una giornata, e sono buoni, siamo molto soddisfatti. E se riusciamo ad ottenere più di un minuto in una settimana, è un gran successo».

Tutto è allora pronto, fama premi e budget, per affrontare «la più grande produzione degli studios nei suoi quarant’anni di storia»: un soggetto scritto già nel 2010, che Nick Park decide di dirigere da solo; 150 persone coinvolte nella produzione con un picco di 33 animatori impegnati nello stesso momento, 273 pupazzi realizzati da 23 diversi artisti in 30 mesi, più di 10 settimane di lavoro per ogni singolo personaggio, 7 giorni per ognuno dei 60 alberi che compongono la foresta, 3000 bocche intercambiabili tra i vari interpreti e 18 versioni del protagonista Dag.

«Per questo film avevamo 40 unità che lavoravano simultaneamente» rivela la produttrice Carla Shelley, «normalmente ne usiamo 35. Alcuni dei modellatori e degli scenografi lavorano con Nick da 25 anni», motivo per cui il regista, fidandosi, ha potuto concentrarsi maggiormente sulla direzione degli attori durante il doppiaggio – attori che sono, nella versione originale, Eddie Redmayne, Tom Hiddleston, Timothy Spall e la metamorfa Maisie Williams.

In Italia invece, dimenticata Nancy Brilly (eppure il suo ultimo film pare essere uscito quattro mesi fa) adesso la moda è Paola Cortellesi: che dà la voce a Ginna, calciatrice femmina nell’Età del Bronzo, che sogna di giocare almeno una partita nel grande stadio della città – cosa ovviamente impensabile per una femmina, per di più sconosciuta. Ma Ginna è solo una co-protagonista, e la storia comincia molto prima: siamo nell’Età della Pietra e, che sia venuto al mondo prima l’uovo o la chioccia – come si domandavano i topi alla fine di “Galline in fuga” – sicuramente comunque c’era già il gioco del pallone. Rimasto impresso tra le pitture rupestri, diventato attrazione principale ben prima dei gladiatori, il calcio deve aver saltato una generazione perché mentre per «i primitivi» era passatempo e per i bronzei è una religione, per Dag neanche esiste. Lui, il protagonista, ha le corde vocali di Riccardo Scamarcio.

«A me il calcio non interessa» dice Nick Park; «sono sempre stato un tifoso della squadra della mia città per un senso di lealtà, ma questo è tutto».

Da outsider, però, sapeva di poter raccontare una storia in cui anche altri possono identificarsi. «Ma il film non parla di calcio. Parla di una tribù che affronta le cose con spirito giusto».

Dag, infatti, è quella gallina in fuga che invece di volare sogna i mammut e cerca di riappropriarsi della libertà ri-conquistando, attraverso il gioco, il villaggio in cui ha sempre abitato, requisito dal reale Lord Nooth (voce: Salvatore Esposito), in un luogo e in un momento immaginifici in cui Pietra e Bronzo convivono.

Dopo le pecore, le pollastre, i conigli e un pinguino era dunque obbligatorio tornare a quando tutto ha avuto inizio: prima ancora che l’olio di palma fosse una minaccia e la depilazione un obbligo morale. Un momento, però: il film si apre con l’inseguimento di una lepre – unico animale acciuffabile da una tribù di dieci energumeni. E subito dopo, nel villaggio accanto, le strisce pedonali sono la pelle stesa di una zebra scuoiata.

Qualcosa forse sta cambiando in casa Aardman? Forse no: perché la lepre viene sì catturata, legata, messa allo spiedo e fatta girare – ma, oltre a salvarsi, fa anche gli sberleffi prima dei titoli di coda (spoiler?). E forse sì: perché il film è il peggiore prodotto dagli studios dai tempi di “Giù per il tubo”.