Tutti pazzi per Momusso: l’illustratrice che scapoccia nella musica

Martina Momusso dice che non ha mai saputo disegnare e noi le crediamo ma non troppo, perché il suo stile ha fatto innamorare molti artisti tra cui: Nicolò Fabi, Brunori Sas e altri, festival compresi (clicca qui).

Prima d’intervistarla l’unica cosa che avevamo capito di lei è che i testi del genere indie-rock scalda costantemente il letto della sua immaginazione dove riposa la sua creatività.

Come sei arrivata fin qui a Milano? Da dove proviene il tratto della tua matita?

Dovevo fermarmi a Milano qualche mese, giusto il tempo di finire il tirocinio. Sono passati due anni da quel tirocinio. Avevo fame di lavoro e di esperienza. La lontananza da casa è stato sempre il motore principale della mia tenacia. Proviene da Verona, il primo anno di università. Cercavo di incanalare qualcosa che non andava in me, di poco chiaro, doloroso e sconosciuto.
Disegnare mi fa sentire al sicuro.

La tua prima illustrazione com’era fatta?

Ammetto che per questa domanda sono andata a riaprire la mia prima moleskine. Scarabocchi a lezione di sociologia, all’università. Mi ricordo che non staccai gli occhi da quel foglio per tutta la lezione. Ricordo la sensazione di ribellione, confusione e eccitazione dopo aver riempito la pagina. Disegnavo ovunque, sempre.

Se ti dicessi Urban Magazine, cosa ti frullerebbe nella testa?

Questa #gif.

C’è stato un momento in cui hai capito di esser innamorata di tutto questo?

Non ricordo il giorno preciso ma ricordo il giorno che capì che mi era d’aiuto. La mancanza d’amore è un dolore che non riesco a descrivere. È come se ti venisse tolto un pezzo di te e sai che non lo riavrai mai più. Sei lì, ad occhi aperti a osservare quello che non vuoi vedere. Ho voluto farne tesoro, di quel dolore.

Da dove arriva l’ispirazione delle tue illustrazioni?

Dall’amore, dalla mancanza, dal cibo, dalla musica, di sogni lucidi, da cose che mi succedono e che devo elaborare, dalla distanza che intercorre tra le persone, dal mare, dalla paura. Non sempre so cosa disegnare ma non mi sforzo, assecondo il mio umore.
È importante la lettura di noi stessi.
Non devo andare molto lontano da me per poter disegnare.

Cosa ascolti quando disegni? Consigliaci 5 pezzi che hanno rispecchiato la tua creatività.

Ho una playlist su Spotify per ogni tipo di situazione. Mi piace avere la mia colonna sonora.
Ti sceglierò una canzone per ogni playlist che ho creato:
1- Death Cab for Cutie – A Lack of Color
2- God is an Astronaut – Fragile
3- Nicolas Jaar – Swim
4- Bluvertigo – La Crisi
5- Nine Inch Nails – Something I Can Never Have

Quindi quanto Indie c’è dentro ai tuoi disegni?

Se intendi indipendenza, ce n’è molta. Se mi piace una frase la devo fissare e disegnare. La scelta delle parole è importante, determina la riuscita o meno di una conversazione. I miei disegni sono sempre indirizzati a qualcuno.

 

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Ma un ragazzo come dovrebbe disegnarti per conquistarti e sopratutto un ragazzo per te come lo disegneresti?

Dovrebbe lasciare che mi disegnassi da sola e rimanere vicino a me mentre questo accade, senza avere paura. Lo disegnerei come un “ENORME PEZZO DI PIZZA GIGANTE”.

Quanti musicisti hai conquistato fin ora oltre a Brunori Sas e Niccolò Fabi?

Prima che uscisse Marassi, molto prima, ho collaborato con gli Ex-Otago sui loro canali social. Il disegno mi ha avvicinata ad alcuni artisti dandomi modo di instaurando dei bellissimi rapporti d’amicizia e di stima reciproca. Ora sto lavorando con L’Officina della Camomilla e poi chissà!

Ti ho visto a molti concerti, le tue stories di instagram sono piene di live music, quanto conta per te a livello emozionale nella tua arte tutto questo? Qual è quello a cui sei andata che ti ha emozionato di più?

Non riesco a stare senza musica. È il mio antidepressivo per eccellenza. Davvero non potrei mai disegnare nel silenzio. Devo essere in silenzio la notte, ho un sonno molto leggero. Ma mentre lavoro, vado in metro, faccio spesa, non posso non stare in cuffia. Mi aiuta a pensare, a ricordare. Il concerto è una piccola magia collettiva. Mi sento parte di qualcosa di grande. Osservo molto le persone intorno a me e sorrido, sono felice. Amo tutto questo perché amo il ricordo che una canzone più far durare, può far rivivere. Può aiutare a non dimenticarsi più. Sigur Ròs alle Capannelle a Roma. Mi ricordo che piansi di felicità.

Tra dieci anni come ti vedi?

In un monolocale circondata da più di 50 piante grasse, tutte con un nome. Me le immagino in fila sotto un’ampia finestra dalla quale entra la luce delle 18:00, di un pomeriggio di settembre. Sarò sul divano ad ascoltare il mio disco preferito sorseggiando un succo d’arancia. Mi vedo accarezzare il mio gatto Amelia. Le fusa che inondano la stanza. Le mura tappezzate di disegni, biglietti di concerti e foto. Mi vedo serena, per qualche istante. Più o meno come adesso ma cambiando dimensioni, luogo e numeri. Spero di rimanere integra, di non stancarmi mai di essere curiosa delle cose, di non dover mai giustificare un brutto comportamento, di poter amare me stessa senza il bisogno di doverlo fare attraverso un’altra persona. Sarebbe gloriosa la conquista della libertà di poter scegliere. Di potermi scegliere sempre.

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