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Sono le Seconde Generazioni: figli di immigrati, italiani a tutti gli effetti, che a 18 anni diventano improvvisamente extracomunitari

testo: Carlotta Mismetti Capua
16/01/2007

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Due culture, due lingue, due gastronomie, due modi di parlare o muoversi o gesticolare, due di tutto insomma: due, è il contrario di uno, o è il suo doppio. Questo matematico interrogativo avvolge come una carta velina le vite giovani di chi è nato in Italia da genitori stranieri, di chi insomma è cresciuto con l’anima in due paesi, il nostro e un altro. Si chiamano Seconde Generazioni, per abbreviare G2: e il nome lo hanno scelto loro, perché è quasi un marchio, perché suona, perché è facile da ricordare. Ora si raccontano, per la prima volta in un video, G2: forte e chiaro, che è stato presentato a Enzimi a Roma e ora girerà l’Italia: ma si raccontano, e raccolgono, soprattutto in un sito, creato da loro, per loro. Si chiama www.secondegenerazioni.it e ha un blog e un forum dove scrivono ragazzi da tutta Italia.I figli e le figlie della seconda generazione di immigrati hanno un’anima a strati, e non affatto divisa in due: “smettete di dire che non siamo né carne né pesce” urlano nel video di Maria Rosa Jijon che racconta le loro storie, ma soprattutto la loro rabbia.
Infatti questi immigrati di seconda generazione, come li definiscono i sociologi, questi italiani con il trattino, come hanno cominciato a chiamarli giornali e tv (italiani-cinesi, italiani-marocchini, italiani-filippini, ecc.) sono neri. Neri di rabbia. Vivono qui, sono nati qui, vanno a scuola qui, sono integrati come si dice quando si dice bene, ma a 18 anni, finiti i permessi di studio, diventano clandestini. Per la legge Bossi Fini, burocratica e ottusa.
Paula ha 30 anni, cilena figlia di cileni, nata a Santiago del Cile e arrivata in Italia a otto anni: ora è sposata con un italiano e fa la giornalista a Metropoli, ma nonostante gli anni e un lungo iter burocratico, la cittadinanza le è stata rifiutata. Per un pugno di euro: “È stato il giorno più brutto della mia vita” racconta Paula. “Il reddito era, secondo loro, troppo basso, ma noi non sapevamo nemmeno che ci fosse un tetto. Nella legge non è scritto, ma poi scopri che esiste. La cittadinanza è molto importante per essere, nei fatti, uguale agli altri”. Questo non è l’unico dei guai dei ragazzi G2: se non hanno diritto alla cittadinanza, anche se sono nati qui, non possono partecipare ai concorsi pubblici, non possono iscriversi agli albi professionali, non votano, non sono ammessi al servizio civile volontario, e devono continuamente trovare il modo di rinnovare il permesso di soggiorno, con lunghe fila e tanta rabbia. Ma poiché la vera politica parte dai bisogni ecco che questa dei G2 è una piccola storia edificante: i ragazzi di Seconda Generazione si sono incontrati casualmente, in giro, e per farla breve si sono messi a parlare, si sono rivisiti, hanno invitato altri amici e alla fine, senza accorgersene, erano un collettivo politico, e ora una rete di gruppi che fanno lobby col ministero delle politiche sociali. Insomma, come dice il titolo del documentario, hanno delle cose da dire e le dicono “forte e chiaro”. Ma quanti sono i G2 in Italia? Ci sono 430mila ragazzi che vanno a scuola e hanno una cittadinanza non italiana, immigrati o figli di immigrati. Di solito la seconda. Inoltre, secondo una stima della Caritas, i minori figli di stranieri o di coppie miste sono 586mila. Non pochi. Aggiungiamo anche, pensando al futuro che comincia oggi, che due bambini su sei nuovi nati sono figli di almeno un genitore straniero. Le previsioni dicono che fra una decina di anni le seconde generazioni saranno un milione. Digressione francese: le statistiche parlano di quasi 2 milioni di giovani della seconda generazione, fenomeno che in Francia nasce alla fine degli anni ’70. E poiché invece qui è un germoglio che sta sbocciando con l’energia di un razzo spaziale tanto più interessante è l’esperienza politica - libera, spontanea, internettiana e lobbistica - del gruppo del G2: “Seguivo da molti anni le esperienze degli immigrati in Italia” racconta Maria Rosa Jijon, anche lei italiana col trattino, nata in Equador e sposata al più giovane senatore della Repubblica, “per molto tempo mi sono occupata delle donne e dei richiedenti asilo. Ma nessuno ha l’energia di questi ragazzi”. Reti sono sorte spontanee a Prato, a Mantova, a Milano, Camerino, Bologna e il sito www.secondegenerazioni. it funge da collettore. “È importante questa definizione che diamo di noi stessi: G2. È veloce, allegro, funziona mediaticamente”, racconta uno dei ragazzi di Prato, un cinesino alto e bello. “Sposta anche il problema politico da una faccenda di permessi, di legge, di questura, a un piano sociale, umano”.
Maia è il portavoce di G2, ha 34 anni, lavora in ambasciata, ed è figlia di una coppia per metà filippina, per metà italiana: “Mi sento parte di tutte e due le culture, non posso dire quale prevale, sarebbe come rispondere a quella stupida domanda se si vuole più bene a mamma o papà. Nella mia vita ci sono due mondi, due cibi, due tradizioni, d’estate vado a trovare i miei cugini all’estero, ho una famiglia lontano e una vicino, parlo cinque lingue, e tutto questo è amalgamato insieme”. Maia per puro caso ha avuto la cittadinanza, in tempo, prima dell’arrivo delle leggi restrittive, molti anni fa. “Ecco perché non ho delle rabbie personali, verso il sistema. Ma ciò non toglie che questa è anche la mia battaglia”. Maia considera i problemi dei ragazzi di G2 inaccettabili. “Studiamo qui, viviamo qui, siamo anche nati qui, spesso, e siamo trattati come turisti, di passaggio”, spiega. “La nostra non è politica, è una necessità reale, noi non dobbiamo migliorare niente: dobbiamo creare qualcosa che non c’è. Che ancora non esiste”.
 
 
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