All’ombra dello Strega: il Premio Campiello

Illustrazioni originali di Manuel Di Pinto
© manueldipintoart

Le competizioni letterarie italiane vanno di pari passo con la prova costume e infatti maggio è, tradizionalmente, mese di fioretti e di fascette: si popolano le palestre e le librerie si riempiono, titolo dopo titolo, di un «candidato al Premio Strega», un «finalista al Premio Strega», «Vincitore del Bagutta» e «Premio Campiello».

Ma se lo Strega è imminente, perché viene consegnato in piena prova costume a inizio luglio, il Campiello – da che mondo è mondo – è di settembre, quando le diete si riappropriano dei carboidrati e gli allenatori rinunciano agli straordinari: quest’anno, di preciso, sabato 15, sempre al Teatro La Fenice di Venezia. E allora come mai già da maggio circolano le fascette?, e come mai soprattutto queste bande di carta non dicono «candidato», non dicono «finalista», ma dicono solo «Campiello»?

A leggere bene, sulle fascette c’è scritto Premio Campiello, «selezione Giuria dei Letterati», perché il Premio Campiello i finalisti non ce li ha: ogni anno, un manipolo di critici screma fra tutte le opere di narrativa (romanzi e raccolte di racconti: non sono ammessi i saggi) una selezione, appunto, di cinque titoli: e tutti e cinque vincono il «Premio Campiello. Selezione Giuria dei Letterati», vengono ristampati con la striscetta scala-classifiche e vengono poi passati nelle mani della ben più severa Giuria dei Lettori, che tra tutti ne sceglie uno: questa giuria viene chiamata anche dei Trecento, perché trecento come gli spartani sono le teste di diversa età, diverso impiego e provenienza geografica che potranno votare una e una sola volta nella vita, restando anonimi.

La Giuria dei Letterati ha invece un presidente, che cambia ogni anno: lo scorso era Ottavia Piccolo e questo, invece, il magistrato Carlo Nordio. Dal 1997 al 2003 la commissione ha assegnato un riconoscimento alla carriera di un autore che si è particolarmente distinto per la sua attività – Anna Maria Ortese, Franco Lucenti, Raffaele La Capria tra gli altri. Ma attenzione a non confondere la Giuria con la Fondazione: costituita nel 1985 per volontà degli Industriali del Veneto, la Fondazione Il Campiello, oltre al premio letterario, opera attraverso manifestazioni e convegni; dal 2010, durante la cerimonia di premiazione, assegna anche il Premio Fondazione Il Campiello: e giù a stampare fascette per Rosetta Loy lo scorso anno, Ferdinando Camon prima di lei, il compianto Sebastiano Vassalli nel 2015 e Claudio Magris prima di lui.

Il 26 luglio la Fondazione ha assegnato il riconoscimento alla carriera alla scrittrice milanese Marta Morazzoni, già due volte Selezione Campiello e vincitrice del Premio nel ’97, che «si è sempre contraddistinta per le caratteristiche originali di una scrittura stilisticamente tesa, sorvegliata e introspettiva».

 

 

Al Campiello sono dedicate ben due pagine Wikipedia: una racconta del concorso, l’altra ne spiega l’etimologia – perché «campiello» è il nome, nell’urbanistica veneziana, delle piazzette della città prive del solito pozzo. Il Premio, infatti, nasce nel 1962 dall’iniziativa degli imprenditori veneti, che intendevano «offrire il loro contributo alla promozione della narrativa italiana» e «incentivare e diffondere il piacere per la lettura nella consapevolezza che un premio trovi la sua massima ragion d’essere nel creare nuovi lettori».

A determinarne il valore e soprattutto la trasparenza, sin dal primo momento, si congegnò il meccanismo mai mutato della duplice giuria: un meccanismo ben dissimile dal premio di Villa Giulia, più anziano di circa tre lustri, che veniva assegnato da una cricca di intellettuali, scrittori e giornalisti raccolti sotto il nome di Amici della Domenica e che, fra il 1947 e l’inizio degli anni Sessanta, passò a contare da 170 a 406 persone votanti.

Eppure, alla nascita del concorso, la fondatrice dello Strega Maria Bellonci si lamentò proprio che gli industriali le avessero copiato la formula; scriveva nel suo appassionato diario: «un premio nuovo che si faceva nel nord pareva avesse intenzione di prevalere. Non sono mai contraria a iniziative che favoriscono gli scrittori, ma mi rendeva alquanto pensosa lo spettacolo di persone che invece di trovare una formula nuova che portasse il sigillo del tempo in cui il premio nasceva, s’impadronisse, con qualche cambiamento, di una formula nota, la nostra, che durava da diciassette anni».

Era il 1963 e La tregua di Primo Levi – un chimico piemontese di cui si conosceva solo il libro d’esordio – veniva pubblicato e proposto agli Amici della Domenica troppo tardi, a gara già iniziata: arrivò terzo. Qualche mese dopo però ottenne il Campiello; il premio di Confindustria arginerà le colpe dello Strega anche più avanti, con Bufalino, con Tabucchi, con Pontiggia. «Che la cinquina dello Strega venisse prima o dopo le altre non importava e non importa» scriveva, ancora, la Bellonci.

 

 

E così succede di rado – all’incirca ogni dieci anni – e succede quest’anno, che il vincitore del Premio Strega finisca poi nella cinquina del Campiello: fu La chimera di Vassalli nel 1990, la Via Gemito di Domenico Starnone nel 2001, fu Antonio Pennacchi nel 2010 – che vide il suo Canale Mussolini perdere contro l’Accabadora di Michela Murgia dopo aver vinto di striscio contro Acciaio di Silvia Avallone – ed è Helena Janeczek in questa edizione, undicesima donna fotografata col liquore degli Alberti in mano, che passa dalla storica lavagna del Ninfeo di Villa Giulia al palco del Gran Teatro di Venezia.

Nessun libro ha mai vinto entrambi i premi: per riuscire a entrare negli annali, La ragazza con la Leica Gerda Taro se la deve vedere con Le assaggiatrici del Führer nella Gross-Partsch del ’43, con cui Rosella Postorino ha già vinto il Pozzale Luigi Russo e il Rapallo Carige, aspetta gli esiti del Premio Alassio Centolibri, del Manzoni, del Mastronardi e del Minerva ed è stata candidata al Viareggio Repaci: allo Strega no, perché allo Strega l’editore Feltrinelli non ci va. È molto difficile, infatti, che uno dei maschi (Ermanno Cavazzoni, Davide Orecchio o Francesco Targhetta) riesca ad avere la meglio: Janeczek, dalla sua, ha pure il Bagutta – e sarebbe la terza donna consecutiva a ritirare quel premio.

Se si esclude il Calvino, dedicato alle opere inedite, le scrittrici al Campiello sono molto più frequenti che in tutti gli altri riconoscimenti letterari: Pagina 99, un paio d’anni fa, ha egregiamente approfondito la disparità di genere in quest’ambiente, notando che in 82 anni di Bagutta il Premio è andato a 79 maschi e 11 femmine; che il Viareggio, dal 1930 a oggi, nella sola categoria della Narrativa ha riconosciuto 90 uomini e 16 donne. Se è già diventata “storica” l’autrice numero 11 dello Strega, arrivata dopo quindici anni di #tuttimaschi, gli Industriali del Veneto hanno invece conferito il Campiello, in 55 edizioni, a 12 scrittrici – e per due volte è successo che quattro di loro vincessero consecutivamente: tra il 1988 e il 1991 (Rosetta Loy, Francesca Duranti, Dacia Maraini e Isabella Bossi Fedrigotti) e poi tra il 2007 e il 2010 (Mariolina Venezia, Benedetta Cibrario, Margaret Mazzantini e la Murgia di cui prima).

Succederà il quartetto anche questa volta? Lo scopriremo solo vivendo fino all’autunno del 2019 – ma basterebbe già arrivare a metà settembre per scoprire se la catena sarà spezzata dall’esordio in prosa del poeta Targhetta (Le vite potenziali, Premio Berto 2018 per la migliore opera prima di narrativa), dalla raccolta di racconti/ritratti/biografie/reportage di viaggio Mio padre la rivoluzione, attorno alla Storia e al mito della Rivoluzione Russa, in lizza pure per il Premio Napoli e il Sila ’49 – o infine dal navigato Ermanno Cavazzoni, scenggiatore di Fellini ora a bordo della Nave di Teseo con la fantascienza mitologica e comica de La galassia dei dementi.

 

 

Una cosa, nel frattempo, è certa: sul palco del Teatro La Fenice, messe da parte le consuete polemiche (la prima di quest’anno è stata del docente di Filologia romanza Lorenzo Tomasin, la seconda dello scrittore Antonio Scurati) salirà Valerio Valentini, classe 1991, vincitore del Campiello per l’Opera Prima con Gli 80 di Camporammaglia, grottesco ritratto degli sfollati in un paesino fagocitato dagli Appennini abruzzesi, in seguito al terremoto dell’Aquila del 2009. Mia Ceran ed Enrico Bertolino condurranno la 65esima cerimonia di premiazione che torna, dopo anni di assenza, anche in diretta televisiva, e che chiude un vero e proprio tour degli scrittori che va avanti, dentro e fuori dal Veneto, dallo scorso giugno. Si svolgerà sabato 15 settembre, alle 20:30, su Rai 5.

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