Tra l’Aquarius e il Premio Strega

È lunedì sera: Matteo Salvini sta diffondendo con fierezza una foto che lo ritrae a braccia conserte, come un coach di basket su fondo nero, e l’hashtag “chiudiamo i porti”. Su Twitter la nave Aquarius è prima fra i trend-topic, e resta in classifica fino al giorno successivo, quando viene rimpiazzata sul podio da #Spagna e da #Valencia. «Purtroppo» esordisce Francesca Melandri, «ogni giorno Sangue giusto diventa più di attualità: molto più di quanto mi piacerebbe, mi creda, da cittadina».

Pubblicato da Rizzoli lo scorso settembre, ancora in tempi non sospetti, il terzo romanzo della scrittrice, sceneggiatrice e documentarista romana, candidato al Premio Strega 2018, dimostra però che i tempi erano prevedibili: eppure è ambientato tra il 2008 e il 2010, gli stessi anni che Sorrentino ha portato sul grande schermo. In particolare, è ambientato durante i quattro giorni «assurdi, barocchi e orripilanti» in cui il colonnello Gheddafi fa visita a Silvio Berlusconi: per fare spazio alle auto blu, alla tenda beduina e alle cinquecento hostess reggenti il Corano, un carroattrezzi rimuove la macchina della protagonista Ilaria «da un parcheggio, peraltro, legalissimo» e la costringe a una rocambolesca gita fra le pecore, con scorta, per pagarne la multa. Lo sfondo, va da sé, è l’invivibile città di Roma, in piena campagna elettorale per l’elezione del sindaco: il braccialetto antistupro proposto dal Centro-Sinistra e i manifesti coi pellerossa del Centro-Destra, quando ancora di Centro-Destra si poteva parlare: loro hanno subìto l’immigrazione, ora vivono nelle riserve. Pensaci!

Sul pianerottolo di casa sua, una mattina, Ilaria trova un ragazzo ad aspettarla: è molto magro, ma soprattutto è nero. Le dice di essere suo nipote, perché se lei è figlia di un certo Attilio Profeti allora è anche la sorella del suo defunto padre. Ha una carta d’identità che lo dimostra, ma non un permesso di soggiorno. Ilaria non capisce, convoca il fratello: ad Attilio Profeti, ormai senile, non possono domandare. E così risponde la Storia, spostandosi alla fine degli anni Venti, quando il Regno d’Italia di Mussolini colonizzò gran parte dell’Etiopia: c’era il divieto di intraprendere relazioni sentimentali con donne africane ma non la proibizione di averci rapporti sessuali, considerati ovviamente urgenze fisiologiche. C’era Lidio Cipriani, pseudo-antropologo che difendeva il razzismo scientifico, e Rodolfo Graziani, criminale di guerra mai processato. A Francesca Melandri, però, non interessano «né i carnefici più estremi né i partigiani: ma quella enorme fascia di popolazione predominante che era convintamente fascista e poi, il 26 aprile del 1945, oplà, non lo fu più».

Uno dei suoi personaggi, Shimeta Ietmgeta – teacher in Etiopia, migrante in Italia – impiega più di un anno e mezzo per raggiungere la famiglia romana di suo nonno, Attilio Profeti, fra centri di prima accoglienza, centri di detenzione, stazioni di polizia, preture, treni, camion, camionette: siamo nel 2010. Quanto pensa che impiegherebbe, adesso, alla luce di questo governo, per percorrere lo stesso tragitto?
Ovviamente non lo posso sapere, sono viaggi di tale inimmaginabile durezza che le variabili sono troppe. Ma mentre cerco di dare una risposta a questa domanda, il ministro degli Interni sta dichiarando che negherà l’entrata nei porti italiani a una nave con più di 600 persone tra cui molti bambini e donne incinte, in violazione non solo della legge del mare ma proprio della legge e basta, nonché della Costituzione e degli accordi internazionali. Quando questa intervista sarà pubblicata immagino – spero – che i lettori sapranno come si è conclusa la vicenda, anche perché le urne delle elezioni comunali saranno chiuse, e quindi le motivazioni di propaganda elettorale che sono sempre dietro a dichiarazioni di questo tipo saranno decadute. E Matteo Salvini sa molto bene la differenza tra dichiarare di infrangere la legge e farlo davvero. Ma io ora sono qui che mi chiedo come siamo arrivati a rendere accettabile l’uso della vita di 600 persone – tra cui donne incinte e bambini – a fini di propaganda. E non trovo le parole.

Sangue giusto dichiara come le migrazioni, i grandi flussi di persone, non nascano per caso ma abbiano radici nella Storia – e nel nostro caso nel passato coloniale. Gli italiani, da migranti, sono stati oggetto di razzismo: chi di noi non ha un lontano parente partito per la Svizzera, la Germania o gli Stati Uniti? Eppure sembra che il nostro passato, la nostra Storia, non ci siano serviti da lezione.
La Storia non dà lezioni a nessuno. Perché quelle della Storia non sono lezioni, appunto, ma fatti e comportamenti – individuali e collettivi. Ed esattamente come nella psiche individuale, anche nella psiche delle società se viene negato ciò che è accaduto, ecco allora che sarà ricacciato nell’ombra del non-detto, da cui però oscuramente continuerà ad agire. La mancanza di una ribellione di massa alle leggi razziali, le leggi razziali stesse – tutto ciò è stato per decenni raccontato come dovuto a fattori esterni («Mussolini ha fatto le leggi razziali solo per compiacere Hitler»), qualcosa che non apparteneva alla nostra “vera” identità nazionale. Delle leggi razziali in colonia, poi, dell’apartheid sociale e giuridico vigente in Africa Orientale Italiana, semplicemente non se n’è parlato, mai. E ora eccoci qui, nel 2018, che questo pezzo negato dei nostri comportamenti sta facendo, come direbbero gli psicanalisti, acting-out in maniera sempre più spettacolare.

Nella dozzina del Premio Strega il suo libro sembra quasi una nota stonata in mezzo a tante vite – proprie o altrui – poemizzate dagli altri autori. Forse soltanto Lia Levi le si avvicina, vincitrice proprio ieri dello Strega Giovani con un’altra odissea, quella degli ebrei, e con un’altra applicazione delle leggi razziali, forse la più nota. Lei stessa ha dichiarato che «è difficile affrontare questi temi, perché aleggia ancora sul nostro passato una nuvola rosa»: è per questo che mancano allora, dalle competizioni ma non solo, romanzi di coinvolgimento politico? E definirebbe il suo romanzo politico?
Se per politico intende impegnato, le rispondo che l’impegno di un autore che prenda sul serio il proprio lavoro non lo si può dedurre dai temi che tratta. Uno scrittore può affrontare gli argomenti più di attualità del momento, ma se lo fa in modo banale, semplificatorio, e soprattutto senza onorare al massimo delle proprie capacità il proprio strumento di lavoro – il linguaggio – non è impegnato; sta anzi contribuendo alla semplificazione e alla banalizzazione che non solo è ovviamente il contrario della buona letteratura ma anche del vero impegno sociale. Non c’è nulla di più impegnato in Letteratura che restituire la complessità del mondo, così come non c’è nulla di più qualunquista dello scrivere in modo manicheo. E questo, appunto, in modo del tutto indipendente dal tema trattato. Quindi a me piacerebbe che Sangue giusto fosse considerato un romanzo politico, sì, però non tanto perché parla di colonialismo, razzismo, impatto delle migrazioni del nostro presente eccetera; ma perché lo fa senza rinunciare ad esplorare complessità, sfumature, ambivalenze e contraddizioni dell’animo umano. Compresi quei momenti in cui l’eros scompiglia le carte e porta le persone in un altrove che non obbedisce più ad alcuna regola sociale.

Domani sera scopriremo se entrerà a far parte della cinquina finalista: per la prima volta nella semifinale del Premio siete sei donne e sei uomini. Dovrebbe essere la normalità, e invece pare più una conquista: già da inizio anno si mormora che lo Strega andrà a una donna, seguendo «il trend dell’anno», e perché «è da troppo tempo che non vince una scrittrice». Possiamo dire, quindi, che lei risulta avvantaggiata…
Non sapevo che fosse dato per certo che il Premio Strega quest’anno andrà a una donna – nessuno l’ha comunicato a noi candidati né ai nostri uffici stampa! A ogni modo, trovo strano sentire definire avvantaggiata non solo me ma anche le altre autrici nella dozzina. Come se in 71 edizioni del Premio le donne premiate non fossero state solo 10 (dieci). Come se dal 2003 a oggi non avessero vinto ininterrottamente soltanto autori maschi. Come se si potesse sminuire l’eventuale vittoria di Helena Janeczek, Silvia Ferreri, Angela Nanetti, Lia Levi, Sandra Petrignani o mia come semplice effetto del politically correct, e non invece come la sacrosanta necessità di attribuire finalmente riconoscimenti e status culturale anche alle opere delle donne. Perché vede?, la questione sicuramente non è quella di voler imporre in Letteratura quote rosa protette. La questione è esattamente il contrario: sarebbe l’ora di smetterla, una buona volta, con queste protettissime quote azzurre.

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