121 Iso // Jesse Frohman e quei 30 minuti iconici con Kurt Cobain

Tutte le migliori storie musicali oltreoceano a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 partono da un garage. Anche quella della band Nirvana fronteggiata dal ragazzo di Aberdeen, Kurt Cobain, iniziò così.
La storia di un fotografo, più o meno inizia in maniera molto simile, solo che al posto di un un garage c’è una camera oscura improvvisata per lo sviluppo degli scatti.

Quella di Jesse Frohman però, rispetto a quella di Kurt, ha avuto un inizio molto più fortunato grazie a un mentore di un certo spessore, Irving Penn, il leggendario fotografo newyorkese fratello del famoso registra Arthur. Da lui ha imparato tutte le tecniche e i segreti della luce su di un soggetto fermo o in movimento che sia.

Kurt e Jesse sono collocati geograficamente ai poli opposti di una nazione, il primo vive nella Nuova Liverpool dell’epoca, quella della Sub Pop Culture con l’etichetta discografica fondata da Bruce Pavitt.

Mentre il secondo nella New York che non dorme mai e finisce subito a lavorare per varie riviste tra cui: Vanity Fair, Vogue, Bazaar, The New York Times Magazine, Rolling Stone e molti altri.

Il 23 novembre del 1993 i Nirvana arrivarono nella grande mela per promuovere il loro album In Utero al Roseland Ballroom.

Prima del concerto, Jesse, fissò un’appuntamento con la band per scattare alcune foto commissionate dal The Sunday Times Magazine of London ma Kurt Cobain, si presentò con tre ore di ritardo facendo saltare tutti i programmi. Il clima non fu dei migliori perché gli scatti, per questione di tempo, furono spostati da Central Park all’albergo dove pernottava la band.

Liberarono l’intero seminterrato e allestirono le luci in tempo record, però la prima cosa che chiese Kurt, poco dopo aver varcato la soglia dell’ingresso con gli occhiali bianchi di Jackie O, fu un secchio per vomitare. Quindi gli occhiali non potevano essere tolti per nessuna ragione al mondo!.

Per un fotografo scattare senza interagire con gli occhi del soggetto è estremamente difficile, trovare la sinergia da immortalare durante la posa senza questo elemento è innaturale.

Il tempo iniziò a scorre velocemente e le pressioni sulle dita di Jesse divennero sempre più pesanti a ogni scatto improvvisato.

Giacca tigrata, smalto rosso sulle dita e sigaretta sempre accesa. Alla fine Jesse riesce a ritrarre Kurt così com’era realmente e quello che si percepisce dalle sue foto è proprio la spontaneità fuori dalle righe che lo ha reso uno degli artisti più influenti di questo secolo.

Questi furono gli ultimi scatti prima della sua morte. Kurt Cobain si suicidò nella serra del garage di casa sua sul lago Washington a Seattle il 5 aprile 1994, gettando una generazione nello sconforto.

Un garage come tanti, come quello che aveva dato il via al suo amore per la musica da ragazzo.

Dopo la sua morte questi scatti furono scartati da tutte le riviste proprio per via degli occhiali da sole, ma pensateci un attimo, è questo dettaglio a racchiudere l’intera bellezza della sua personalità.

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