Alexis Giannotti: la mutazione di Omogene INTERVISTA

alexis giannotti fondatore del brand Omogene

Alexis Giannotti è alto, la prima cosa da dire su di lui è questa. La seconda è che Alexis è il fondatore e designer di Omogene. La terza è che gli abiti di Alexis sono larghi, nel senso che riempiono lo spazio, come se si gonfiassero d’aria, come se avessero il potere di farti elevare da terra, salire su di qualche metro e farti vedere le cose da una prospettiva più alta. Ecco, probabilmente Alexis – disegnando i suoi capi – vorrebbe che tutti potessero interpretare il mondo dal suo punto di vista.

Ho una visione che mi arriva dal mondo street, sia per un fattore di comodità e sia per una questione di spazio d’area.

Questa intervista l’abbiamo rimandata per settimane, alla fine Alexis Giannotti lo raggiungo via Skype, nel poco tempo in cui ha retto il collegamento video, mi fa vedere la punta della costa tra Monaco e Mentone. «È un posto che mi dà energie positive. Poi in fondo c’è la montagna che sembra quasi un vulcano. È la montagna che separa la Francia dall’Italia».

Ma quando tu disegni e produci, fai le cose in dimensioni così larghe perché le pensi su di te o perché hai una visione?

Ho una visione che mi arriva dal mondo street, sia per un fattore di comodità e sia per una questione di spazio d’area. A volte mi autodefinisco come un cool-street/grunge-chic. Sarà un po’ per questo che i miei capi hanno volumi scesi e fluidi, effetto nostalgico della mia epoca skater, o forse perché mi piace il comfort oltre ai grandi spazi selvaggi e urbani.

Alexis Giannotti: a 15 anni avevo già progettato di creare un giorno il mio brand, disegnavo grafiche per t-shirt e scattavo foto ai miei amici con una Polaroid

Ma i tuoi riferimenti culturali quali sono?

Ho scoperto la moda streetwear quando avevo 14 anni grazie allo skateboard, nel 98 o 99. Lo skateboard in Francia, o anche su Monaco, era una news, era uno sport americano molto cool con quei brand tipo Stüssy e Supreme. A 15 anni avevo già progettato di creare un giorno il mio brand, disegnavo grafiche per t-shirt e scattavo foto ai miei amici con una Polaroid comprata da mio papà. Più tardi mi sono dato al disegno industriale, a Firenze, e poi ho scoperto l’altra parte della moda, che mi dà ancora più brividi della moda street e ho seguito un corso di tre anni al Polimoda.

Qual è la moda di cui hai parlato adesso?

Quello che c’è di bello in questo tipo di moda è che in pratica è tutto studiato nei materiali, nei colori, nella vestibilità e tutto ha una storia dietro.

Nella prossima collezione ci sono tantissimi materiali tecnici

Io continuo a vederti come un marchio che deve rivendicare un appartenenza molto forte al mondo street, perchè tu ce l’hai e la tiri fuori comunque anche se non vuoi. E invece di farlo diventare qualcosa da tenere a bada, lo dovresti far diventare un tuo punto di forza e di rivendicazione. Contaminazione contemporanea.

Certamente, hai voglia, hai voglia. Nella prossima collezione ci sono tantissimi materiali tecnici e diciamo che io tantissimo vorrei puntare su New York e Tokyo, città dove c’è un mix, come dire, di colori, di persone, di tutto.

Come de niresti la collezione AI 16/17?

Naturale, come se facessi un passeggiata in mezzo a un bosco umido del Canada e con molte novità a livello di texture. Per esempio un pile verde bosco, sottilissimo a effetto logorato e spalmato lucido e opaco, che ho usato per creare un cappotto a volumi quasi monastici. Mi sono ispirato al film The Fifth Estate di Bill Condon.

Ecco ma il nome Omogene perché?

Volevo qualcosa che assomigliasse alla società di oggi. Una utopia. Lo stato ultimo di un mélange perfetto. Un suono rotondo e morbido, un’immagine di società in mutazione, dove la gente possa vivere in un’unica comunità, Omogene.

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