Cinecarbone anti-bulli: intervista a Paola Cortellesi e Stefano Fresi

I due attori sono passati dal cinema, insieme per la terza volta, con La Befana vien di notte: sesto lungometraggio di Michele Soavi a dieci anni esatti da Il sangue dei vinti, dal 23 aprile in DVD e Blu-ray.

Considerata una strega e messa al rogo più di cinquecento anni fa, Paola ha barattato la morte con «le scarpe tutte rotte e le toppe alla sottana» che l’hanno resa, per tutto questo tempo, la proverbiale e sempiterna Befana: ogni giorno, da mezzanotte alle otto, un’ordinaria maestra di scuola si trasforma nella leggendaria concorrente di Babbo Natale e – senza l’appoggio di renne né di una bibita gassata – prepara dolciumi, pacchetti, e a bordo di una scopa una volta all’anno riempie le calze. L’ha interpretata, dal dicembre scorso, Paola Cortellesi: cinque ore di trucco (più una per toglierlo) per diventare La Befana vien di notte, dal 23 aprile in DVD e Blu-ray (Lucky Red, € 12,99/16,99) – che segna il ritorno sul grande schermo di Michele Soavi, il regista-artigiano del nostro cinema di genere. Cresciuto a pane e Dario Argento, Soavi esplora il fantastico in chiave di commedia, coniuga il realismo con gli effetti digitali dal vero e si affida al Nicola Guaglianone di Lo chiamavano Jeeg Robot per i dialoghi, che sposano il cinema teen degli anni Ottanta e la tradizione popolare italiana. I protagonisti della storia, infatti, sono sei ragazzi che scoprono la vera identità della loro insegnante e si mettono alla sua ricerca dopo averla vista alle prese con gli scagnozzi di Mr. Johnny, un rancoroso produttore di giocattoli che si vuole vendicare di un torto vecchio di vent’anni. E che ha i panni (e la barba) di Stefano Fresi.

 

Prima Il ragazzo invisibile e poi questo film hanno portato in sala un pubblico a cui pochi ancora si rivolgono: i ragazzi. Perché in Italia c’è così scarsa attenzione a questo target?

Paola È vero, questi due film sono dedicati ai più giovani, ma sono godibilissimi pure per gli adulti: e ce lo insegnano i prodotti che costantemente importiamo dagli Stati Uniti. Lì c’è tutt’altra industria cinematografica, i loro budget per noi sono impensabili; in Italia però, dove sappiamo comunque sfruttare le tecniche del digitale, sappiamo fare un lavoro molto più artigianale: Michele Soavi – che è un maestro dell’horror e dell’avventura – è riuscito a riproporre lo stesso metodo che usava già negli anni Ottanta.

In effetti non poteva esserci un altro regista…

Stefano Soavi è un visionario che ha voglia di mettersi in gioco, è capace di suggestionare anche solo posizionando la macchina da presa. Te lo ricordi The twilight zone? Ecco, lì c’erano delle fortissime storie, per cui sorvolavi sul fatto che i mostri fossero chiaramente di cartone. Quando c’è una forte sceneggiatura, insieme al lavoro degli attori, alla giusta luce, c’è meno attenzione all’effetto speciale.

Il cinema rivolto ai più giovani veicola spesso messaggi e questo è anche e soprattutto un film sul bullismo. Cosa direste a questi nuovi spettatori?

Paola Esattamente ciò che dice il film, cioè fare gioco di squadra. Questi sei ragazzi riescono a realizzarsi in gruppo, un gruppo anche multietnico come sono le nostre suole ormai da tanto tempo. Il bullo della classe è un individualista, un ragazzo che crede che da solo si possa sovrastare gli altri e che sovrastare gli altri significhi essere vincente, invece no: vincente significa fare un progetto e portarlo a termine, e raramente si portano a termine dei progetti se non si collabora con altre persone. E vale per tutti i progetti: i progetti di lavoro ma anche quelli di vita.

Il film potrebbe diventare un classico delle feste: ma lei, Paola, ha messo in conto che qualsiasi bambino che la vedrà in televisione d’ora in poi penserà: quella è la Befana!

Paola L’ho messo in conto, sì. Però, sono sincera: mi fa piacere. Poi quei bambini cresceranno, quindi nell’arco di alcuni anni capiranno che…
Stefano Quei bambini cresceranno: ma ci saranno dei bambini “nuovi” che arriveranno nel frattempo.
Paola Hai ragione. Quindi sono destinata a essere la Befana nei secoli dei secoli.

L’hashtag dello scorso numero di Urban era #PunkOfToday: vi siete mai considerati – o vi considerate – attori punk?

Paola No, io punk non lo sono proprio mai stata…
Stefano Io invece posso dire di essere stato pancake, pancarrè… Al massimo questo: pan brioche.

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