Rä di Martino, videoartista, fotografa e scultrice: «Ho sempre bisogno di oppormi alla finzione»

Videoartista, fotografa e scultrice, Rä di Martino ha esposto al Moma-PS1 di New York e alla Tate Modern di Londra, spazi dove pochi eletti italiani riescono a mettere piede.
The Swimmer #2, 2017 archival pigment print on barytha paper cm 20 x 30

Incontro Rä di Martino in un angolino di Milano, nell’enoteca Le Rosse, di Corso Garibaldi 79. La Nouvelle vague, il cinema di fantascienza, il Western. Rä di Martino ha fonti e interessi vari, distanti tra loro come i luoghi dove si è fatta vita e carriera.

Nata a Roma da una famiglia di artisti, ha studiato a Londra (al Chelsea College of Arts e alla Slade School of Fine Art) e vissuto a New York, prima di approdare a Torino nel 2010.

Videoartista, fotografa e scultrice, Rä di Martino ha esposto al Moma-PS1 di New York e alla Tate Modern di Londra, spazi dove pochi eletti italiani riescono a mettere piede.

Fino al 13 maggio è a Milano alla galleria De Cardenas (www.monicadecardenas.com) con la mostra The Day He Swims thru Marrakech, dove porta un video, foto e sculture. Tutte opere nate sotto il caldo sole del Marocco, mentre girava il suo primo lungometraggio, che uscirà a settembre.

Il cinema è il punto di partenza del tuo lavoro: prendi monologhi di film famosi e li fai pronuciare da altri personaggi, monti reperti d’archivio con girati freschi, mescoli citazioni da film epici e la narrazione di storie quotidiane. Mi sembra che il tuo argomento sia quello che cinema lascia dentro di noi. Come s’insinui nella memoria e nel pensiero.

Il mio è effettivamente un lavoro di destrutturazione. Cerco di realizzare qualcosa che riveli un meccanismo piuttosto che narrare una storia vera e propria. Ho sempre bisogno, sottilmente, di oppormi alla finzione. Il cinema per me è un tema più che un aspetto formale. È un filtro attraverso cui passare prima di parlare di qualcos’altro.

Hai da poco finito di girare un film, il tuo primo. La dimensione del lungometraggio ha cambiato il tuo lavoro?

Questo film, La controfigura (ndr. nel cast Valeria Golino, Filippo Timi, Corrado Sassi), è un po’ la sintesi di tutto quello fatto finora. È la storia di una troupe, la mia, che scende a Marrakech per realizzare il remake di un film del 1968, The Swimmer, con Burt Lancaster. Da un lato quindi c’è la citazione di un film culto, dall’altro è un finto documentario, in cui al grande protagonista è sostituito un personaggio alla buona, scalcinato, che vaga per strade della città in costume da bagno. C’ è, quindi, una scomposizione su più piani. Volevo fare un film, ma alla fine è un ibrido.

Il trailer è presentato nella tua mostra alla De Cardenas, giusto?

Sì, e ci sono anche delle sculture nate sul set. Mentre giravamo i responsabili del reparto luci staccavano regolarmente rami di palma per fare ombra sui visi degli attori, e li attaccavano ai treppiedi. Mi sono innamorata di questi oggetti. Erano sculture meravigliose e ho pensato a come ricrearle. Ne ho ricostruite tre in legno, sono dei treppiedi-palme, un tutt’uno. Delle luci molto basiche ne proiettano l’ ombra sul muro. Poi ci sono delle fotografie, spesso di stativi, e foto di scena.

Nel tuo lavoro c’è sempre questa traccia doppia, l’ossimoro visivo che abbina la realtà a contesti stranianti, a un altrove immaginario.

Mi piace il loop tra realtà e finzione che si richiamano a vicenda. Spesso il mondo cerca di copiare il cinema, c’è un rapporto reciproco: la cosa più plateale è, ad esepio, come immaginiamo il futuro. Pensiamo a un mondo del cavolo con i robot e realtà alla Grande Fratello. Poi se guardi gli scienziati vedi che stanno lavorando proprio su queste cose. È la nostra immaginazione. Anche la scienza, se si immagina qualcosa, va verso quella. Poi si informano a vicenda: chi sta scrivendo un film chiede agli scienziati, e anche loro si fanno influenzare da quello che le nostre menti fantasticano, che è sempre negativo. È un futuro già immaginato e l’essere umano tende ad andare verso ciò che immagina. Se lo immaginiamo male…

Nel 2010 sei andata a filmare il set cinematografico di Guerre Stellari (ep. IV) lasciati dal 1976 nel deserto marocchino. Un’operazione che ti ha fatto amare dai fan della Saga. Ma quello che hai registrato era uno scenario desolato, surreale e un po’ triste.

Un amico mi ha detto che mi sto specializzando in “Western Melancholy”. Nella descrizione della nostalgia per qualcosa che non esiste. Il cinema ti porta in un altrove che non potrai mai raggiungere. Guardare quei ruderi mi ha dato un senso di gioia. Ti dici, vedi, esistono! Quando le esperienze sono reali riempiono di più. Ho visto dal vivo qualcosa che avevo immaginato a lungo. Certo, realizzi che è quasi uno schifo, quasi niente. Ma è quello che hai sognato. Poi ero nel deserto, ero arrivata fin lì. Alla fine ti senti comunque un mezzo eroe. Tanto oggi basta poco, stiamo sempre seduti davanti al pc.

Progetti a breve termine?

A settembre presento La Controfigura in alcuni musei del circuito Amaci (Associazione Musei d’arte contemporanea italiana), a dei Festival e in eventi -performance, in due piscine di Roma e Milano. Una distribuzione creativa. E poi c’è un nuovo video. Un’animazione dove c’è un topo gigante in un deserto che recita brandelli di frasi d’amore. Sono testi presi da soap opera o da film bellissimi. È un po’ la fine del mondo, il detrito di tutti i dialoghi d’amore.

info: www.radimartino.com

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