The Fluid Issue – 1 persona, 8 Personaggi #4 Samuel Serafin a.k.a. VIK

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Vittorio Marini, commercialista bolognese, scapolo, era bravo ad arrampicarsi, ad arricchirsi e a non pensare a quella cosa che gli era successa a sedici anni.

Dal lunedì al venerdì aiutava gli imprenditori ad aggirare il fisco con qualche trust alle Cayman o nell’isola di Jersey. Nei weekend s’inerpicava su per le falesie delle Dolomiti e dell’Appennino. Un giorno di scalate, mentre accarezzava la parete in cerca di una presa, una roccia grossa come un paracarro è precipitata dall’alto, l’ha sfiorato, e gli ha lesionato una vertebra. È sceso a fatica, cacciando lamenti da trincea, con la forza della disperazione.

Ha passato sul materasso buona parte dei tre mesi successivi, come da prescrizione medica, svegliandosi ogni mattina scombussolato da chissà quali sogni furtivi. Non sapendo come riempire tutte quelle ore di veglia supina, leggeva. Quel che trovava nella libreria dello zio defunto, un sedicente convertito all’induismo, un autentico sciroccato, da cui aveva ereditato la casa di strada Maggiore con i soffitti a cassettoni dove abitava.
Ha letto Gore Vidal, che riteneva l’amministrazione Bush responsabile per l’11 Settembre. Ha letto del signoraggio bancario, degli Illuminati, della verità storica di Atlantide, di ibridazioni aliene, della vertiginosa retrodatazione di piramidi egizie e porti andini. Ha letto lo Zohar, secondo cui l’anima umana può influenzare il corso dell’Universo. Fu allora, lì, in quel letto bianco, sotto un soffitto bianco, nel silenzio e nella solitudine, che non poté più fare a meno di ricordare, e di capire. Quando era un brufoloso e gracile sedicenne, il bulletto del gruppo l’aveva schiaffeggiato di fronte alla gelateria, così, per farsi bello con le ragazzine. Vittorio gli aveva augurato la morte e quello, inforcato lo scooter tutto sghignazzante, fatte due o tre impennate, era stato investito da un fuoristrada ed era morto sul colpo.
Per fortuna Vittorio stava anche leggendo – se ne stava aperta a faccia in giù sull’altro comodino – un’antologia di vangeli apocrifi. Dopo aver brancolato nell’orrore per qualche minuto l’ha afferrata, come per un consiglio del Mondo. E ha letto convulsamente in qua e in là. “Spaccate un legno e io sono lì. Sollevate una pietra e lì sotto mi troverete”. “L’errore ci tiene prigionieri, cosicché noi facciamo ciò che non vogliamo, e ciò che vogliamo non lo facciamo”. “Chi cerca, non smetta di cercare finché non avrà trovato. Quando avrà trovato, si turberà. Quando sarà turbato, si meraviglierà e regnerà su tutte le cose”. “L’amore non prende nulla. Infatti, come potrebbe prendere qualche cosa, dal momento che ogni cosa gli appartiene?”.

Vittorio ha deciso di tagliare i ponti con quegli altri commercialisti, avidi e perduti, che la domenica organizzavano grigliate di porco e di colleghi assenti in qualche villa sui colli. Li ha chiamati uno per uno. Gli diceva: “Non c’è che un’alternativa: o la paura o l’amore”. Gli diceva: “Nessuno di noi ha mai fatto neppure un 730 veritiero, neanche uno solo, vi rendete conto?”

È andato qualche altra volta in ufficio, riceveva i clienti in canottiera e ciabatte, gli spiegava che la vita si basa sul potere creativo della mente, non su una concatenazione di cause ed effetti fisici. E, quando questi iniziavano a spazientirsi e a chiedere conto dei propri investimenti, Vittorio diceva di avere passato le pratiche al suo socio. Citava un vangelo gnostico: “Se avete denaro, non prestatelo a interesse. Datelo invece a chi non ve lo restituirà”. I clienti sbattevano la porta ed entravano nella stanza di fianco, dove avrebbero trovato scarpe ben lucidate e una cravatta.
Ha investito parte dei risparmi in una piccola baita dalle parti di Predazzo. Con l’aiuto di un muratore ha ristrutturato la vecchia stube. Passava le giornate con i palmi appoggiati sulla volta a botte, caldissima e buona, e pensava che la vita può essere perfetta. Ha buttato tutti i completi, tutti i gemelli, si è comprato una camicia e un cappello da cowboy. Fischiettava le Variazioni Goldberg alle vacche che pascolavano, faceva lunghe passeggiate nei boschi immaginandosi di essere lui a causare le folate che rimestavano gli aghi di pino per terra, fumava sotto il cielo crivellato di stelle e, dalle parti di Orione, gli sembrava di rivedere il sorriso crudele e splendente del bulletto che aveva ucciso con la sua anima.
Una secca mattina d’estate, stava pensando che aveva proprio voglia di un bel cocomero quando hanno bussato, lui ha aperto, e lì davanti c’era il vicino con un’anguria in braccio. Vittorio, qualche volta, aveva intravisto quell’omone biondo zappare l’orto, fuori dalla baita a qualche centinaio di metri dalla sua. “La vita è magica” ha detto al vicino. E quello, per nulla stupito, lo ha invitato a mangiare il cocomero con lui e la moglie, Bruna.
Si sono seduti a parlare attorno a un tavolo di legno nel prato. Il vicino, Frank, era un ex docente canadese di economia politica. Durante una vacanza in Italia aveva conosciuto quella montanara capace di lottare con gli spiriti e di parlare per bocca di un esseno, morto un paio di millenni prima, di nome Nanjeya. Frank aveva venduto il vendibile e si era trasferito lì, mangiando quel che gli davano un orto e sette capre e commerciando la legna di un boschetto compreso nell’acquisto della baita. Finito il loro racconto, Vittorio ha riso, riso come non aveva mai riso, riso come chi scopre che la diagnosi di cancro ai polmoni è per un altro paziente, riso di felicità.
“C’è anche disperazione là dentro” ha detto Frank. “Come nelle risate di tutti”.
Vittorio ha abbassato la testa: “È vero”.
Bruna lo fissava con occhi sottili: “La tua aura è nera” ha detto.
“Lo so”.
“La puliremo”.
Bruna ha cominciato ad agitare un mazzetto di saggina attorno alla sagoma di Vittorio e a bisbigliare parole che sapevano di deserto e di locuste e di templi sbriciolati. Lui si sentiva spogliato.
Poi, Frank ha detto: “Ora sei salvo”.
Vittorio ha pianto a dirotto, pianto fino a sentirsi svuotato di ogni cosa che non fosse luce.
“Piangi ancora” diceva Bruna.
Intanto Vittorio pensava che la vita è sempre perfetta.

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