Intervista a Matteo Caccia ideatore della serata Don’t Tell My Mum

Matteo Caccia sul palco del Don't tell my mum al Pinch Spirits & Kitchen - Foto di Paolo Carlini

Matteo Caccia è una di quelle persone che, pur avendo un bagaglio di cultura enorme, può tranquillamente starsene a chiacchierare di serie A, piccole sfighe quotidiane, perizie di vela nautica e McCarthy (Cormac, il D-I-O) come se nulla fosse. Ha 41 anni, Matteo, e forse lo conoscerete come conduttore radiofonico su Radio2, o per il format Rai Pascal. Poi, se ve la fate nei posti giusti di Milano, magari ci avrete bevuto assieme una birra o un Negroni. Matteo, infatti, è l’ideatore del Don’t tell my mum, (di cui vi abbiamo parlato qui), il contest in cui un avventore del Pinch Spirits and Kitchen sale sul palco, col tasso alcolico bello carico, e spara le cartucce di vita vissuta che non direbbe MAI alla propria mamma.

Abbiamo svariato su ogni fronte offensivo possibile: libri letti e scritti, risate, l’importanza del teatro e della spontaneità.

La serata Don't tell my mum al Pinch - Foto di Paolo Carlini
Matteo Caccia sul palco del Don’t tell my mum al Pinch Spirits & Kitchen – Foto di Paolo Carlini

Come è nata l’idea del Don’t tell my mum?

“Inizialmente io facevo questa sorta di show nel 2014 in un ARCI, perché volevo sperimentare la formula di intrattenimento. Ma ogni volta era un casino: tessera arci, biglietto d’ingresso… io volevo invece che fosse un’esibizione gratuita, e soprattutto che si svolgesse dentro un locale dal giusto stile, come il Pinch insomma.”

In effetti è un locale molto figo, alla Woody Allen.

“Avevo visto un progetto simile proprio a New York, nell’East Village. Si chiamava The Moth, e c’erano degli scrittori che raccontavano le loro esperienze. Ma quel format era diverso, perché si era in una libreria, ed era una gara, alla fine della quale venivano premiati i raccontatori. Era poi un modo di pubblicizzare i propri libri… la vera idea centrale nasce dal fatto che io da un po’ di anni lavoro alla radio con le storie di vita. Chiedo agli ascoltatori di mandarmi una storia, qualunque essa sia, scritta in massimo due pagine. Una storia che rappresenti chi la racconta. Volevo continuare a ravanare in questo mondo, ma usando altre formule. Perché un conto è mettersi nella tua casetta a scrivere la storia, un altro è esporsi su un palco.”

Si parlava di farne anche un format televisivo, che però non è decollato.

“Un gruppo di una casa di distribuzione è venuto a filmarci. Ci hanno fatto delle riprese integrali, e avevamo un accordo tale per cui loro si impegnavano a distribuire il prodotto. Non sta andando, per ora, ma la cosa non è che mi interessi troppo. A me diverte fare il don’t tell perché non ci devo lavorare, mi diverto, mi piace esserci. Al di là di qualsiasi ritorno. Credo però che si sia in stallo perché in tv, quando vedi qualcuno col microfono, pensi sempre che debba far ridere a priori. Il don’t tell invece non è per forza comico. Bisognerebbe capire che è una roba di storie delle persone, storie ruvide, malinconiche, e che vanno prese per quello che sono”

Il tuo ultimo romanzo, Il nostro fuoco è l’unica luce (2012), è per caso tratto da una di queste storie simboliche?

“No, è una mia idea che ho portato avanti negli anni. A posteriori, poi, ho conosciuto una ragazzina piemontese, di origini algerine, che soffriva di fotosensibilità.”

A cosa stai lavorando attualmente?

“Esco con Baldini&Castoldi, è una storia di inselvatichimento. E’ la storia di un uomo che sale sugli appennini e fa un tratto di appennini totalmente selvaggio, fa una camminata per portare un oggetto verso un luogo che gli appartiene. In questo cammino incontra pochi uomini e molta natura selvaggia, tra cui un lupo. L’uomo perde la sua parte domestica e guadagna un pezzo di vita selvatica”.

don't tell my mum al Pinch - photo di paolo carlini

Sembri molto legato alla natura.

“Sicuramente ho una passione per gli elementi puri…”

Come mai?

“Non lo so. Quest’ultimo libro nasce da una forma di allontanamento dalla civiltà. Mi piace come la natura si riprenda i propri spazi. Esiste un corridoio naturale, in Italia, lungo l’appennino, dove il lupo si è lentamente ripopolato attraverso una specie di migrazione. Ci ha messo decenni, ma alla fine è ritornato. A me non interessa l’idea di natura che uno si sveglia e mangia vegan o si apre il b&b. Mi piace ciò che è davvero selvaggio”.

Chi ti ispira, stilisticamente parlando?

“Eh… ho pochi riferimenti, soprattutto John Steinbeck e Cormac McCarthy. Cormac per me è un classico americano”.

Una bomba, McCarthy. Suttree, Figlio di Dio, che bombe!

“Sì, quell’affilatezza delle parole… è un riferimento assolutissimo. In Oltre il Confine, mi sono lett’e riletto quelle 160 pagine dove il ragazzino incontra la lupa. Magiche. Assolute”.

Pensi che il teatro servirebbe come materia nelle scuole, quantomeno primarie?

“Credo che il teatro abbia un grande problema: non riesce a togliersi di dosso una patina museale di cui si è caricato in questi anni”.

E il don’t tell è più teatrale o spontaneo?

“La formula del don’t tell è molto diversa dal teatro, perché nel teatro il personaggio ti protegge, quello che sale in scena è il personaggio. Nel don’t tell una persona x sale sul palco e ti racconta qualcosa. Io trovo che sia la cosa più interessante, perché permette a chi ascolta di non mettersi nella condizione di dire “vediamo cosa fanno questi”, non ti carichi di aspettative. Sapendo che non sono performer, ma che sono persone normali, ecco l’audience è aperta all’ascolto”

Io ricordo che le storie però, anche se non tutte simpatiche, ti coinvolgevano. Eravamo tutti coinvolti. Qual è la forza del Don’t tell my mum?

“Ha a che fare con l’essere umano, con la condivisione di pezzi di vita, a prescindere da come lo si faccia. Io penso che quella cosa che hai percepito è qualcosa che non si crea nel cabaret, nel teatro, ovunque. Al don’t tell, si crea un’empatia tale tra chi ascolta e chi racconta che è concesso di tutto al raccontatore. Alla fine del racconto ti sembra di conoscere meglio quella persona che si è aperta davanti a cinquanta bevitori. Alla fine del racconto, si vuole un po’ più bene a chi è salito sul palco. Non so come spiegarlo diversamente. È tutto lì”.

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