ParlaMI di New York: Luca Barcellona a.k.a. Lord Bean a.k.a. Bugs Kubrick

Se c’è a Milano una persona che può spiegarti New York o tutta l’influenza dal writing al rap, all’hip-hop e non solo quello è Luca Barcellona.

Zoo York, che è un brand nato proprio nel cuore della grande mela ci ha portato nello studio privato della legenda italiana dei graffiti e della calligrafia. Si, perché lui c’era fin dall’anno zero proprio come nel documentario di Netflix alla black culture italiana.

La punta del suo pennello leggermente bagno d’inchiostro è stato creatore di collaborazioni con Carhartt, Nike, Mondadori, Zoo York, Dolce&Gabbana, Sony BMG, Seat, Volvo, Universal ma anche Eni. Ha fatto molte esposizioni come “Oscuro Scrutare”, presso la Galleria Patricia Armocida di Milano, il progetto “Some Type of Wonderful” a (Melbourne/Sidney) e “Don’t Believe the Type” (Den Haag).

Per un introduzione adeguata occorrerebbe occupare un giornale intero, o libro che tra parentesi esiste già. Quindi se avete voglia di saperne di più googlatelo, non ve ne pentirete.

Cos’hai provato la prima volta che sei stato a New York?

Ci sono andato molto tardi, se ci fossi andato negli anni 90 come hanno fatto i miei amici a dipingere mi sarei goduto un momento bellissimo ma purtroppo non avevo ne testa ne possibilità di farlo. Ci sono andato quando mi hanno chiamato per insegnare e quindi ero molto contento.

Quindi, com’è andata?

New York per me è stata folgorante! L’unione di tutte queste culture in un unico posto che genera un casino incredibile è bellissimo ma è quello che qui in Italia non vogliamo ancora accettare. Questo tipo di “caos” genera anche cose buone.

Tutte le sottoculture più importanti togliendo quelle inglese, vengono da NYC, cioè dalla factory in poi, sono tutti movimenti che provengono da un attività culturale in fermento, dove tutti vogliono fare tutto e tutti mettono in discussione ciò che c’è prima. È una cosa che muove il pensiero e le correnti artistiche.

Scusami ma allora perché non vivi lì?

Non ci vivrei mai perché non è il mio parametro di qualità della vita, cioè un appartamento da 3000 dollari al mese, one bedroom a Manhattan è follia. Qui la situazione è simile ma più in piccolo. Bellissimo da turista ma lo studio a New York non lo vorrei, se hai 20-25 anni forse ci puoi provare.

Sei riuscito a lasciare un tag nella grande mela?

Forse sì, se non ricordo male era a Brooklyn.

A New York spesso i writer si ritrovavano in una zona chiamata Zoo York, c’era un posto simile a Milano dove accadeva la stessa cosa per te?

Si! C’erano più punti di ritrovo come il Wag dove prima dei FootLocker ci trovavi scarpe introvabili senza internet, poi compravi gli spray, era molto particolare. Poi c’era il muretto e Piazza Vetra dove ci si trovava con tanti writer per poi andare magari a fare un treno o un muro.

Invece quando hai comprato il tuo primo disco?

Il mio primo album l’ho comprato in 5 elementare, caro mio! In vinile tipo gli U2 ma ho comprato anche i Sangue Misto quando uscirono o i Wu Tang Clan. Quanto vale SXM ora? 1500 euro?? Io l’ho pagato 24.000 lire e Deda mi continua a dire: -Che è quello che vale!- (hahaha)

Ma oggi SXM lo trovi su internet e gli appassionati lo conoscono tutti a memoria senza nemmeno avere il disco…

A tutti quelli che nascondevano le fonti, internet gli ha dato una botta pazzesca. La direzione di oggi è la conoscenza a disposizione di tutti, per quello ora come ora non puoi fare un roba ignorante. Sei quasi obbligato a conoscere tutto. Il lusso di oggi non è la conoscenza ma trovare il tempo, il lusso è come sfruttare il tuo tempo.

Sei da solo sui 5Pointz all’epoca del suo splendore con 2 bombolette, un barattolo di vernice e 5 pennelli… cosa disegneresti o cosa scriveresti?

Basta un pennello e un secchio di vernice. Scriverei cose che non posso dirti. Tanto qualsiasi messaggio andrebbe perso, quindi individualismo puro! (ahah)

Com’è iniziata la tua carriera da musicista e quella da calligrafo?

In tutte e due le discipline c’è stata la voglia di diversificarsi. Quando ho iniziato io a fare calligrafia nel 99 rispetto a quelli che lo fanno adesso è completamente diverso. Ora sei uno dei tanti e di elitario c’è poco. Il rap come la calligrafia è cambiato, prima, negli anni 90, significava far parte di un movimento.

Ognuno era attivo in qualcosa, era molto raro trovare un ascoltatore del rap, c’era sempre qualcuno che diceva: “io dipingo, faccio beats, oppure altro…” ma sempre con un legame forte a questa cultura.

I graffiti erano e sono come il rap un modo di esprimersi diverso da tutto. Oggi esistono i social come sfogo e anche lì bisognerebbe pensare a cosa scrivere perché poi sul web, ci rimane.

 

Quindi come è arrivato il momento in cui quest’espressione personale è diventata lavoro?

Il lavoro che faccio ora è pieno di compromessi, ci sono cose che non vorrei fare oppure altre bellissime come insegnare, che è una grande responsabilità, sopratutto se gli altri ti ascoltano più di quanto lo fanno con i propri genitori. Io ho fatto una scuola di grafica anche perché di calligrafia ancora non esistono in Italia, stiamo cercando di crearla. Ci sono dei corsi che sono una sorta di setta, perché devi andarteli a trovare e sono full immersion professionali per pochi giorni ma alla fine non hai un vero e proprio titolo di studio.

Con il tempo io mi sono sempre dedicato più al dipingere che alla musica, mi soffermavo molto sulle lettere. Da lì in poi mi sono perfezionato, era più una sorta di ego che mi spingeva ad andare oltre e ho iniziato a studiare seriamente capendo che la mia strada non era nei software ma nella manualità. Questo però è un lavoro più complesso rispetto al dire “faccio il grafico”, c’è un universo più particolare diviso in mondi, come l’editoria, la radio, la musica o altro dove è integrata la mia arte.

Il lettering del logo Zoo York è uno stile fondamentale nella cultura del writing, tu che ne pensi?

Mi ha sempre affascinato lo stile newyorkese sopratutto quando dipingevo. Quella è una tecnica che nonostante sia successo di tutto in questa cultura non andrà mai persa. Io poi, ho già collaborato con loro in passato per il 20° anniversario, nel 2013 se non erro… e credo che le felpe oggi siano introvabili.

Nel tuo libro Take Your Pleasure Seriously racconti la tua storia dai graffiti alla calligrafia, c’è un aneddoto bello o brutto che porterai per sempre con te?

Guarda quelli diciamo li ho raccontati quasi tutti, sul libro invece ho l’horror vacui della prima pagina perché ho molto di più da raccontare alle persone. Dovrò farlo prima o poi anche perché fare i libri non ha come scopo una monografia ma una specie di diario.

Quando hai una storia da raccontare, devi farlo. Buttare giù con le parole quello che ti è successo o nella musica, o nel dipingere o alla radio o su un blog… bisogna farlo.

La tua creatività in passato è entrato anche nel mondo del cinema come nei film da Onde Nostre a ‘No Borders e da poco è stato pubblicato Pittori di Cinema dove hai curato i testi di tutto il libro. In passato abbiamo avuto artisti come Saul Bass “L’uomo dietro i titoli”, oggi invece secondo te cosa è accaduto al “nuovo” cinema? Dalle locandine ai titoli? Forse abbiamo un po’ perso questa forma d’interazione con quest’arte?

Recentemente ho riflettuto molto su Almodóvar che ha sempre fatto manifesti dipinti, io ho provato a fare un film con Bisio e Gassman, non era dipinta ma c’era la calligrafia ed è stata bocciata perché ritenuta troppo raffinata. Il gusto di adesso è un altro, oppure forse hanno paura di andare contro il linguaggio comune. Rispetto a prima cosa è cambiato? Be’, non molto perché anche all’epoca se non c’era la donnina era un problema e a volte si vendicavano facendo i manifesti proprio al limite della censura.

Una collaborazione che ti è piaciuta fare?

Quella che mi è capitata con Absolut Vodka è stata meravigliosa, cioè fare una cosa come la calligrafia che è così elitaria per una cosa così popolare è stato bellissimo. Tantissime copie con una cosa super ricercata o di nicchia vuol dire che è entrata a far parte di un contesto enorme.

Mi è piaciuto molto fare le copertine dei dischi come quella di Kaos One che si è presentato qui nel mio studio con una pistola e un proiettile dicendo: -Tieni, questa è la mia copertina fai quello che devi fare-. Sono stato contento anche nel fare la locandina di “Numero Zero. Alle Origini del Rap Italiano” per Netflix, insieme a DeeMo.

Visto che di musica ne capisci a pacchi, ci lasceresti 5 brani da ascoltare mentre proviamo a disegnare?

Prima di tutto il jazz, che lo uso sempre in sottofondo e ti dico: Olè di John Coltrane e Alice Coltrane con Journey In Satchidananda, poi qualsiasi puttanata di Westside Gunn va bene basta che inizi con lo sparo o con il suo versetto unico.
Dopodiché chiudiamo con Egisto Macchi in Città Notte e qualcosa di Battiato come Fetus (Bla Bla) e Pollution.

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